Perplexity AI sposta la disputa sul marchio fraudolento al TTAB

Perplexity AI sposta la disputa sul marchio fraudolento al TTAB

Perplexity AI è sotto assedio legale: dal marchio al copyright con gli editori. Il suo modello di business è in discussione.

Questa mossa tattica è però solo la punta dell’iceberg di un assedio legale più ampio, con l’azienda che deve affrontare accuse di violazione di copyright, scraping illegale e un modello di business sotto esame.

Perplexity AI, la startup di ricerca conversazionale che ha raggiunto una valutazione di 18 miliardi di dollari, sta cercando di cambiare campo di battaglia. Dopo una vittoria a vuoto in tribunale, l’azienda guidata da Aravind Srinivas ha deciso di ritirare la richiesta di una sentenza in contumacia e di spostare la sua disputa sul marchio “Perplexity” davanti a un tribunale amministrativo federale, il Trademark Trial and Appeal Board (TTAB).

Una mossa tattica che sembra dettata dalla necessità di trovare un terreno più solido per annullare un marchio registrato da un’altra azienda, la Perplexity Solved Solutions Inc. (PSSI), che l’azienda di AI accusa di aver ottenuto tramite frode.

Ma dietro questa scelta si intravede un quadro più ampio e preoccupante: Perplexity AI è sotto assedio legale da più fronti, e le questioni di marchio sono solo la punta di un iceberg fatto di accuse di violazione di copyright, scraping illegale e un modello di business che mette in crisi i fondamenti della proprietà intellettuale nell’era dell’intelligenza artificiale.

La storia del marchio “Perplexity” è un groviglio giudiziario che sembra uscito da un romanzo kafkiano.

Una corte federale di San Francisco aveva inizialmente concesso a Perplexity AI l’annullamento del marchio della PSSI, accogliendo l’argomentazione che fosse stato ottenuto presentando dichiarazioni false sull’uso commerciale.

Poche settimane dopo, però, la stessa giudice ha fatto marcia indietro, vacando l’ordine che invalidava il marchio e sollevando dubbi fondamentali: una volta archiviata la causa principale della PSSI, il tribunale aveva ancora la giurisdizione per decidere sul controricorso di Perplexity AI?

La risposta, implicita nella mossa successiva dell’azienda, sembra essere “no”.

Ecco perché Perplexity ha deciso di portare la disputa davanti al Trademark Trial and Appeal Board, l’organo dell’Ufficio Brevetti e Marchi statunitense che si occupa specificamente di queste controversie.

Perché i marchi sono l’ultimo dei problemi di Perplexity

Mentre i suoi legali si preparano a presentare documenti al Trademark Trial and Appeal Board, il management di Perplexity AI deve affrontare cause ben più pericolose.

Il vero conflitto non è con una piccola azienda di software, ma con alcuni dei più grandi editori mondiali.

Il New York Times, Dow Jones (proprietario del Wall Street Journal), il Financial Times e altri hanno citato in giudizio Perplexity per violazione sistematica del copyright.

Le accuse sono gravi: scraping massiccio di contenuti protetti, inclusi articoli dietro paywall, per addestrare i suoi modelli e fornire risposte che si sostituiscono alla consultazione delle fonti originali.

Ma c’è di più.

Gli editori accusano Perplexity di un comportamento che mina alla base la fiducia del pubblico: il sistema genererebbe allucinazioni (hallucinations), ovvero informazioni fabbricate, e le attribuirebbe falsamente ai giornali, esibendo i marchi registrati accanto a contenuti falsi.

Un danno doppio: oltre a rubare il contenuto, si danneggia la reputazione del marchio che lo ha prodotto.

Le cause intentate dagli editori colpiscono al cuore il modello di business di Perplexity

— Bloomberg Law, analisi legale

Questa ondata di cause non è una semplice schermaglia legale. Colpisce al cuore il modello di business di Perplexity, che promette di “saltare i link” e dare risposte dirette, sintetizzando informazioni prese dal web.

Se quell’operazione di sintesi si basa su un accesso non autorizzato a contenuti protetti, l’intera impalcatura vacilla.

Aravind Srinivas, CEO di Perplexity, ha dichiarato di voler collaborare con gli editori, ma le azioni legali suggeriscono che, finora, la collaborazione sia stata unilaterale e forzata.

Nel frattempo, altre cause si accumulano: Reddit ha denunciato l’azienda per aver aggirato le sue misure di sicurezza per raschiare illegalmente i dati degli utenti, usando perfino post “trappola” (honeypot) per dimostrare il fatto.

Il rebus giuridico dell’ai: fair use o furto?

La strategia difensiva di Perplexity, e di molte altre aziende AI, si appella al concetto di “fair use” (uso equo), una dottrina del copyright statunitense che permette l’uso limitato di materiale protetto senza autorizzazione per scopi come la critica, il commento o la ricerca.

L’azienda sostiene di operare in piena conformità legale, aggregando dati pubblicamente accessibili.

Ma i pubblici ministeri e gli editori vedono la cosa in modo diverso: non si tratta di citare un articolo per recensirlo, ma di ingerire interi archivi per creare un prodotto commerciale che compete direttamente con la fonte.

La posta in gioco di queste cause è enorme e potrebbe definire i confini del copyright per i decenni a venire.

Mentre il dibattito sul fair use infuria, Perplexity deve destreggiarsi anche in altre questioni di proprietà intellettuale.

Un’altra disputa di marchio, quella relativa al browser “Comet”, rischia di ritardare il lancio di nuovi prodotti.

E non è l’unico intoppo: l’azienda ha anche raggiunto un accordo per risolvere una procedura di revisione inter partes, un altro tipo di contenzioso davanti all’USPTO.

È il ritratto di un’azienda in rapida crescita il cui sviluppo sta generando attriti su tutti i fronti legali possibili.

La mossa di spostare la battaglia sul marchio “Perplexity” dal tribunale federale al TTAB Center è quindi sintomatica.

Il TTAB è un foro specializzato, con regole procedurali specifiche per il deposito e requisiti tecnici precisi.

Forse Perplexity crede di avere migliori probabilità lì, lontano dalle incertezze della giurisdizione federale sollevate dalla giudice.

Ma è una battaglia di retroguardia.

La guerra vera si combatte su un campo diverso: quello in cui si decide se l’estrazione di valore da miliardi di parole e immagini scritte e create da altri, senza licenza né compenso, sia innovazione o appropriazione.

Perplexity AI, con la sua valutazione da 18 miliardi, ha molto da perdere.

Ma se le cause degli editori dovessero essere vinte, a perdere potrebbe essere l’intero paradigma di un’industria dell’AI costruita, fino ad ora, sulla presunzione che tutto ciò che è online sia un terreno libero da dissodare.

La domanda finale è scomoda: un’azienda che fonda il suo successo sulla capacità di “perplimere” (confondere) i confini tra contenuto proprio e altrui, può davvero sperare di proteggere il proprio nome?

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