Apple deve acquisire per recuperare in AI, avverte l’analista Ives
Apple è sotto pressione per la sua strategia AI. Siri è invisibile e i ritardi spingono verso un'acquisizione importante, nonostante la riorganizzazione interna.
L’azienda è in ritardo sulla corsa all’intelligenza artificiale e la sua strategia “locale-first” incentrata sulla privacy potrebbe non bastare a Wall Street.
La scorsa settimana, mentre i mercati valutavano i risultati trimestrali di Apple, l’analista di Wedbush Dan Ives ha lanciato un messaggio chiaro e diretto agli investitori: per recuperare il terreno perduto nella corsa all’intelligenza artificiale, Apple deve fare un’acquisizione importante. Secondo Ives, la strategia AI della società di Cupertino è attualmente “essenzialmente invisibile” e gli sforzi interni non hanno impressionato Wall Street.
Il riferimento implicito è a Siri, l’assistente vocale che per anni è stato il simbolo delle ambizioni AI di Apple e che oggi è considerato in ritardo rispetto ai concorrenti. La critica arriva in un momento cruciale: Apple sta riorganizzando la sua leadership AI, con il veterano John Giannandrea che lascerà il suo ruolo nella primavera del 2026, e promette un rinnovamento epocale del suo ecosistema software per il prossimo anno.
Ma la domanda che attanaglia gli osservatori è se sia troppo tardi per un approccio cauto e graduale in un mercato che corre a velocità supersonica.
La posizione di Apple nell’AI è paradossale. Da un lato, l’azienda ha costruito un framework ambizioso e tecnicamente sofisticato chiamato Apple Intelligence, presentato come un sistema che elabora molti modelli direttamente sul dispositivo per garantire la privacy. Dall’altro, la sua implementazione pratica ha incontrato intoppi significativi. Le funzionalità più attese, quelle che promettono di far comprendere a Siri richieste complesse che attraversano più applicazioni, sono state rinviate.
Questo ritardo non è un dettaglio minore: sta creando un effetto domino che potrebbe slittare il lancio di nuovi prodotti hardware, come i tanto attesi occhiali con realtà aumentata, che dipendono fortemente da un’assistente AI avanzato e reattivo. Intanto, il mercato degli assistenti virtuali intelligenti è destinato a valere 37,7 miliardi di dollari nel 2026, e Apple, nonostante una quota di mercato leader, rischia di perdere la leadership qualitativa.
La riorganizzazione interna e la scommessa sulla privacy
Dietro le quinte, Tim Cook sta rimodellando la catena di comando per l’intelligenza artificiale. Con l’addio di Giannandrea, le responsabilità si stanno redistribuendo tra alcuni dei dirigenti più potenti dell’azienda. Amar Subramanya, il nuovo vicepresidente dell’AI, guida i Modelli Fondamentali di Apple, la Ricerca sul Machine Learning e la Sicurezza e Valutazione dell’AI, riportando a Craig Federighi, il numero uno del software.
Al contempo, porzioni critiche del vecchio team di Giannandrea, come l’infrastruttura AI e la ricerca della conoscenza, passeranno sotto Sabih Khan, il Chief Operating Officer, e Eddy Cue, il vicepresidente dei Servizi. È significativo notare che i team Ambiente e Iniziative Sociali riferiranno a Sabih Khan, un dettaglio che suggerisce come l’AI non sia più un regno separato, ma si stia integrando verticalmente in ogni funzione aziendale.
Questa riorganizzazione riflette una precisa filosofia tecnica. Apple sta scommettendo su un’intelligenza “locale-first”, dove l’elaborazione avviene sul chip del dispositivo utente ogni volta che è possibile. Questo approccio, che la società definisce “Private Cloud Compute” per i compiti più pesanti, non è solo una scelta di marketing sulla privacy, ma un vincolo architetturale profondo. Impone di sviluppare modelli di linguaggio che siano allo stesso tempo potenti ed estremamente efficienti, una sfida ingegneristica non da poco.
È anche ciò che frena la velocità di iterazione: addestrare modelli su dataset anonimi e puliti, rispettando rigidi protocolli di privacy, è un processo più lento rispetto allo scraping indiscriminato del web praticato da alcuni competitor.
Tuttavia, è una scelta che potrebbe pagare a lungo termine in termini di fiducia degli utenti e conformità normativa, soprattutto in mercati come l’Europa.
L’opzione dell’acquisizione e il confronto con i giganti
È in questo contesto che l’analisi di Dan Ives acquista peso. Se lo sviluppo organico è troppo lento, l’alternativa è comprare tecnologia e talento già maturi. Ives ha suggerito esplicitamente Perplexity AI come obiettivo, stimando un prezzo di circa 30 miliardi di dollari. Apple, del resto, non è nuova ad acquisizioni strategiche, anche se tende a integrarle in silenzio nei propri prodotti piuttosto che brandizzarle.
Negli ultimi anni ha acquisito startup come TrueMeeting, che crea gemelli digitali iper-realistici, e WhyLabs, specializzata nel monitoraggio dei grandi modelli linguistici. Ma un’operazione delle dimensioni di Perplexity sarebbe di un altro ordine di grandezza, e solleverebbe inevitabili questioni antitrust.
Il problema di fondo è il divario di investimento e visione rispetto ai diretti concorrenti. Mentre Meta annuncia piani di capitale per 135 miliardi di dollari nel 2026 per infrastrutture AI e Microsoft e Google competono in una corsa agli armamenti per il cloud AI, Apple mantiene un profilo diverso. I suoi investimenti in R&S sono in aumento, con 10,9 miliardi di dollari spesi solo nel primo trimestre del 2026, ma è difficile scomporre quanto sia dedicato specificamente all’AI.
I documenti SEC mostrano che, come per le altre Big Tech, le aziende non riportano tipicamente una suddivisione precisa della spesa in R&S per l’intelligenza artificiale. La strategia sembra essere quella di potenziare il proprio stack verticale: chip (con le serie A e M), sistema operativo e servizi, mantenendo il controllo end-to-end.
Per questo, oltre all’opzione dell’acquisizione, si fa strada sempre più insistentemente quella della partnership.
È noto che Apple sta valutando di integrare i modelli Gemini di Google, una mossa che fornirebbe immediatamente capacità all’avanguardia, ma che metterebbe parzialmente nelle mani di un concorrente una componente chiave dell’esperienza utente.
Siamo molto aperti a operazioni di M&A (Fusioni e Acquisizioni) che accelerino la nostra roadmap
— Tim Cook, Amministratore Delegato di Apple
La citazione di Cook, rilasciata in un contesto precedente, illumina la flessibilità tattica dell’azienda.
Il vero dilemma strategico, però, rimane. Apple può permettersi di aspettare che la sua via graduale alla AI, incentrata sulla privacy e sull’integrazione hardware-software, maturi i suoi frutti? Oppure il mercato consumer, già abituato alle capacità generative di ChatGPT e all’integrazione profonda di Copilot in Windows, premierà chi offre soluzioni più avanzate subito, anche a scapito di qualche principio?
La scommessa di Cupertino è che l’utente medio, alla fine, preferirà un assistente che traduce in tempo reale una chiamata FaceTime in modo completamente privato, piuttosto che uno che scrive poesie più creative.
Ma per vincere questa scommessa, deve prima consegnare quell’assistente, e farlo funzionare in modo impeccabile.
Il 2026 sarà l’anno del grande upgrade di Siri.
Se anche questa volta i piani dovessero slittare o il risultato deludere, la pressione per un’acquisizione “transformational” potrebbe diventare insostenibile, costringendo Apple a giocare una partita che ha cercato finora di evitare.