Google Ads: rollout graduale nuova certificazione per criptovalute e finanza speculativa.

Google sta aggiornando il processo di certificazione per la pubblicità di criptovalute, rendendolo più integrato e stringente per gli inserzionisti.

L’aggiornamento sposta la richiesta di certificazione direttamente negli account Google Ads, integrando il processo di verifica e rispondendo alla crescente pressione dei regolatori globali per una maggiore protezione degli utenti.

Google sta lentamente cambiando le regole del gioco per chi vuole pubblicizzare criptovalute e prodotti finanziari speculativi sulla sua piattaforma pubblicitaria. Da qualche giorno, infatti, ha avviato un aggiornamento “incrementale” del processo di certificazione per queste categorie sensibili.

L’annuncio, riportato da fonti specializzate, non è accompagnato da un comunicato ufficiale con fanfare, ma arriva silenziosamente, quasi in sordina.

Eppure, per un settore come quello crypto, abituato a un rapporto altalenante con i giganti della pubblicità online, ogni mossa di Google è un segnale da decifrare.

Si tratta di un semplice adeguamento tecnico o dell’inizio di una nuova fase, più strutturata e forse più restrittiva, per la pubblicità delle valute digitali?

La novità riguarda specificamente gli inserzionisti che vogliono promuovere scambi di criptovalute e portafogli software, portafogli hardware, fondi fiduciari di criptovalute e prodotti finanziari speculativi complessi. Per loro, Google sta introducendo la possibilità di richiedere la certificazione direttamente dal proprio account Google Ads, in una nuova sezione “Policy > Account” sotto “Admin”. Finora, la procedura avveniva principalmente tramite l’Help Center.

Questo spostamento “in house” potrebbe sembrare un banale snellimento burocratico, ma ha un significato più profondo: integra il processo di verifica nel cuore operativo dell’account, rendendolo più visibile e, forse, più facile da monitorare e controllare per Google stessa.

L’aggiornamento viene applicato gradualmente, non tutti gli inserzionisti lo vedranno immediatamente, e le certificazioni già ottenute o in attesa di approvazione non subiranno conseguenze.

Un percorso a ostacoli in continua evoluzione

Per comprendere l’importanza di questo cambiamento, bisogna fare un passo indietro e guardare al rapporto travagliato tra Google e la pubblicità delle criptovalute. È una storia fatta di divieti, aperture parziali e continue revisioni.

Dopo un bando totale nel 2018, Google ha iniziato a permettere annunci per exchange regolamentati in giurisdizioni specifiche, come gli Stati Uniti e il Giappone, imponendo però una serie di paletti.

Oggi, Google richiede la certificazione per gli inserzionisti che offrono scambi di criptovalute e portafogli software e aggiorna costantemente le sue politiche per chiarire i requisiti per le aziende del settore.

L’obiettivo dichiarato è proteggere gli utenti da truffe e prodotti finanziari eccessivamente rischiosi, in un ecosistema noto per la sua volatilità e per la presenza di attori poco trasparenti.

Il meccanismo di enforcement si basa su un mix di intelligenza artificiale e revisione umana. Google utilizza una combinazione di AI e valutazione umana per garantire che gli annunci rispettino le politiche, e sottolinea che gli inserzionisti devono conformarsi non solo alle sue regole, ma anche a tutte le leggi locali e agli standard di settore.

La responsabilità di fare ricerche approfondite sulle normative di ogni Paese in cui si intende pubblicizzare ricade direttamente sull’azienda che fa pubblicità.

In caso di violazione, la politica non prevede una sospensione immediata dell’account: arriva prima un avviso, con un preavviso di almeno sette giorni.

Un approccio che cerca di bilanciare controllo e opportunità di correggere il tiro.

La spinta dei regolatori globali

Ma cosa sta spingendo Google a rendere più strutturato, e forse più stringente, il suo processo di certificazione proprio ora?

La risposta probabilmente non arriva dalla Silicon Valley, ma dalle capitali europee e asiatiche. Il contesto normativo globale per le criptovalute si sta irrigidendo rapidamente, e i colossi del tech sono costretti ad adeguarsi per non rischiare sanzioni miliardarie o di vedersi chiudere mercati importanti.

In Europa, il regolamento MiCA (Markets in Crypto-Assets) sta entrando a pieno regime, creando per la prima volta un quadro normativo armonizzato per i fornitori di servizi su criptoattivi (i cosiddetti CASP).

Google ha già annunciato che per pubblicizzare nel Vecchio Continente, le aziende crypto dovranno essere autorizzate come CASP. In sostanza, il gigante di Mountain View si appoggia al lavoro dei regolatori europei, usando la licenza MiCA come un potente filtro di pre-qualifica.

Allo stesso modo, in Indonesia, Google aggiorna la sua politica per le criptovalute chiarendo i requisiti per la pubblicità, e permette annunci per gli exchange solo se questi possiedono la licenza appropriata dall’Autorità indonesiana dei servizi finanziari (OJK).

In entrambi i casi, la certificazione Google diventa un ulteriore sigillo che si appoggia a un permesso statale.

Questa strategia di “delega regolamentare” è astuta. Scarica parte del rischio e dell’onere della due diligence sulle autorità di vigilanza nazionali, trasformando Google da giudice unico in un guardiano che verifica la presenza di un passaporto rilasciato da altri.

Tuttavia, non mette l’azienda al riparo da problemi. Anzi, la espone a nuove critiche.

Ad esempio, quando la politica iniziale in Europa richiedeva a tutti i portafogli software, inclusi quelli non custodiali (dove l’utente detiene le proprie chiavi), di avere una licenza CASP, si creò un paradosso: per legge, molti di questi servizi non sono nemmeno eleggibili per quella licenza.

Google ha poi chiarito l’esenzione, ma l’episodio mostra le difficoltà di adattare politiche globali a framework legali complessi e in evoluzione.

La pressione sui regolatori, del resto, Google la conosce bene. Solo pochi mesi fa, è stata multata per 2,95 miliardi di euro dalla Commissione Europea per aver distorto la concorrenza nel settore della tecnologia pubblicitaria, favorendo i propri servizi. In Indonesia, è stata sanzionata per abuso di posizione dominante.

In questo clima, ogni mossa che riguarda la pubblicità, specialmente in settori ad alto rischio come la finanza speculativa, viene scrutata con il microscopio.

Aggiornare il processo di certificazione, rendendolo più integrato e trasparente, potrebbe essere un modo per dimostrare impegno nella compliance e ridurre il rischio di nuove contestazioni.

L’aggiornamento del processo di certificazione, quindi, è molto più di una semplice modifica dell’interfaccia utente. È il sintomo di un’industria pubblicitaria che deve navigare in acque sempre più agitate, tra l’entusiasmo per un settore innovativo (e redditizio) e la crescente pressione di regolatori che chiedono protezione per i consumatori e lealtà della concorrenza.

Google sta cercando di costruire un ponte tra questi due mondi, usando la certificazione come lasciapassare.

Ma questo ponte è a pedaggio: il prezzo da pagare per le aziende crypto è una trasparenza e un adempimento normativo senza precedenti.

La domanda che rimane aperta è se questa strada, fatta di licenze e certificazioni stratificate, finirà per legitimizzare definitivamente la pubblicità delle criptovalute sui megafoni digitali, o se ne soffocherà la crescita, lasciando spazio solo ai player più grandi e già regolamentati.

Per ora, il processo è in corso, e gli inserzionisti devono solo attendere e preparare i documenti.

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