Google Ads: certificazione crypto in-account apre a più inserzionisti
Google Ads aggiorna la certificazione per la pubblicità crypto. Snellisce le procedure per operatori regolamentati, ma mantiene ferrei controlli contro le frodi.
Il motore pubblicitario di Google, infatti, ha costruito negli ultimi otto anni un percorso a ostacoli per il settore, imponendo un bando totale nel 2018 e riaprendo solo parzialmente nel 2021 a causa delle numerose frodi.
Google Ads, il motore pubblicitario che alimenta la ricerca web, sta cambiando le regole del gioco per un settore che da sempre naviga in acque torbide: la pubblicità delle criptovalute. L’azienda di Mountain View ha avviato un aggiornamento del processo di certificazione per gli inserzionisti di criptovalute, promettendo di snellire le procedure per chi vuole promuovere exchange, wallet software e hardware, fondi d’investimento in cripto e altri prodotti finanziari speculativi complessi.
La novità più evidente è la possibilità, per alcuni account, di gestire l’intera pratica direttamente dall’interno della piattaforma Google Ads, nella sezione Amministrazione > Normative > Account, senza dover passare per il centro assistenza esterno.
Sulla carta, è un passo verso una maggiore accessibilità.
Ma per comprendere il vero significato di questa mossa, bisogna guardare al percorso a ostacoli che Google ha costruito negli ultimi otto anni.
Nel 2018, di fronte a un’esplosione di offerte iniziali di moneta (ICO) spesso fraudolente, l’azienda impose un bando totale alla pubblicità delle criptovalute. Una chiusura drastica, dettata dalla necessità di proteggere gli utenti da truffe e perdite finanziarie.
Solo nel 2021, con il mercato in parte maturato e i primi quadri normativi a prendere forma, Google ha riaperto parzialmente le porte, ma solo a soggetti regolamentati e previa una certificazione rigorosa.
Un labirinto di normative locali e controlli manuali
La certificazione non è mai stata una semplice formalità. È un processo manuale, che può richiedere settimane, durante il quale Google verifica licenze, registrazioni agli organismi di vigilanza e la conformità dei siti web. I requisiti cambiano da paese a paese: negli Stati Uniti, ad esempio, un exchange deve essere registrato presso il FinCEN come Money Services Business; nel Regno Unito, presso la Financial Conduct Authority (FCA).
L’aggiornamento ha introdotto una chiara specifica per l’Indonesia, dove ora è richiesta una licenza dell’Autorità dei Servizi Finanziari indonesiana (OJK). Questa frammentazione geografica rende la pubblicità globale per le criptovalute un incubo logistico e legale.
L’introduzione di un modulo integrato direttamente nell’account Google Ads sembra rispondere a questa complessità, centralizzando almeno la parte applicativa.
Tuttavia, non modifica la sostanza dei controlli. Google ribadisce che le politiche si applicano globalmente a tutti gli account e che le violazioni non porteranno a una sospensione immediata, ma prevedono un preavviso di almeno sette giorni.
È un approccio cauto, che cerca di bilanciare l’apertura al business con la mitigazione del rischio reputazionale.
Dietro le quinte, l’algoritmo e i revisori umani continuano a vigilare su una lista di divieti ampia: sono bandite le ICO, i protocolli di trading DeFi, i consigli d’investimento e qualsiasi promozione diretta dell’acquisto o vendita di criptovalute specifiche.
La pressione dei regolatori e il conto delle truffe
Perché Google continua a muoversi con estrema cautela? I dati sul frodi nel settore crypto parlano chiaro e giustificano la diffidenza. Le forze dell’ordine sono costantemente all’opera: la procura generale di New York, ad esempio, ha bloccato criptovalute collegate a truffatori, mentre in California sono state chiuse piattaforme crypto fraudolente.
Ogni scandalo di questo tipo si ripercuote sulle piattaforme che hanno ospitato la pubblicità ingannevole. Google, che detiene uno strapiombo nel mercato della ricerca, è un obiettivo primario per i regolatori e un facile capro espiatorio per l’opinione pubblica quando le cose vanno male. La sua politica a “due velocità” – da un lato snellisce le procedure per i player legittimi, dall’altro mantiene filtri ferrei e divieti categorici – riflette questa tensione.
Vuole catturare i ricavi pubblicitari di un settore in crescita, che cerca visibilità su parole chiave ad alto valore, senza però trasformarsi nel vettore principale delle sue peggiori derive.
L’eleganza tecnica della nuova procedura integrata, quindi, scontra con la realtà opaca del suo oggetto.
La certificazione in-app può migliorare l’esperienza dell’inserzionista in regola, ma non risolve il problema fondamentale: come può un sistema automatizzato, seppur affiancato da umani, valutare con precisione la solidità e la legittimità di un progetto finanziario decentralizzato e globale per natura?
La blockchain, per design, sfida i tradizionali guardiani centralizzati come Google. L’azienda risponde cercando di imporre proprio quel ruolo di guardiano, costruendo un sofisticato sistema di permessi che, però, rischia di essere sempre un passo indietro rispetto all’innovazione (e alla malafede) del settore.
La domanda che resta aperta è se questa evoluzione delle policy rappresenti un vero allineamento di Google con il futuro della finanza digitale o sia piuttosto l’ennesimo, complesso cerotto su un’industria il cui rapporto con la regolamentazione rimane fondamentalmente conflittuale.
Snellire la burocrazia per gli exchange regolamentati è un segnale di maturità di mercato.
Ma finché il terreno di gioco sarà costellato di miliardi di dollari di truffe e normative nazionali frammentate, ogni semplificazione per gli inserzionisti “buoni” sarà accompagnata da un inasprimento della sorveglianza per tenere fuori quelli “cattivi”.
Google, in definitiva, non sta aprendo le porte alle criptovalute.
Le sta aprendo solo a quelle criptovalute che assomigliano, il più possibile, alla finanza tradizionale che il mondo crypto voleva inizialmente sovvertire.