Google lancia l'Universal Commerce Protocol: un'infrastruttura aperta per il commercio guidato dagli agenti AI

Google lancia l’Universal Commerce Protocol: un’infrastruttura aperta per il commercio guidato dagli agenti AI

Google ha lanciato Universal Commerce Protocol, uno standard aperto per il commercio guidato da agenti AI. Collaborano Shopify, Walmart e altri retailer.

Un protocollo aperto sviluppato con Shopify, Etsy e altri per far comunicare gli agenti AI con i negozi online

A gennaio 2026, mentre il commercio agentico iniziava a trovare una sua forma concreta, Google ha svelato qualcosa che va oltre il solito lancio di prodotto. Secondo l’annuncio ufficiale di Google sul blog dell’azienda, il colosso di Mountain View ha lanciato il Universal Commerce Protocol (UCP), un nuovo standard aperto per il commercio agentico progettato per funzionare lungo l’intero percorso di acquisto. Non un’app, non un servizio in abbonamento: un protocollo, pensato per diventare l’infrastruttura sottostante con cui agenti AI e piattaforme e-commerce si parleranno tra loro.

Il protocollo sotto il cofano: UCP e AP2

Pensate all’UCP come a ciò che HTTP ha rappresentato per il web: un contratto comune che definisce come due sistemi devono comunicare, indipendentemente da chi li ha costruiti. Prima che esistesse un linguaggio condiviso, ogni piattaforma parlava un dialetto proprietario — e gli agenti AI che tentavano di navigare tra cataloghi, disponibilità e checkout si trovavano di fronte a muri incompatibili. L’UCP vuole abbattere quei muri. Stando al sito ufficiale del progetto UCP, il protocollo è stato sviluppato in modo collaborativo per risolvere problemi diffusi nel commercio agentico, ed è già stato co-sviluppato e adottato da nomi del calibro di Google, Shopify, Etsy, Wayfair, Target e Walmart. Non è un progetto calato dall’alto da un singolo vendor: il coinvolgimento di attori così diversi — dalla piattaforma SaaS al retailer fisico-digitale — suggerisce una base sufficientemente ampia da aspirare a una vera standardizzazione.

Accanto all’UCP, Google ha annunciato anche l’Agent Payments Protocol (AP2). Stando all’annuncio tecnico di Google su AP2, si tratta di un protocollo aperto sviluppato insieme a importanti aziende del settore pagamenti e tecnologia, con l’obiettivo di avviare e gestire in modo sicuro transazioni guidate da agenti su piattaforme diverse. Se l’UCP risponde alla domanda “come fa un agente a capire cosa c’è nel catalogo e come si acquista?”, AP2 risponde a quella successiva: “come fa lo stesso agente ad autorizzare un pagamento senza che l’utente debba inserire la carta ogni volta?”. Insieme, i due protocolli formano uno stack minimo ma coerente: discovery e checkout da un lato, autenticazione e pagamento dall’altro. Il fatto che entrambi siano aperti e sviluppati in collaborazione con l’industria — e non semplicemente imposti da Google — è un dettaglio tecnico che merita attenzione: significa che terze parti possono implementarli, estenderli e contribuire, senza dipendere da un’API proprietaria che Google può modificare o deprecare unilateralmente.

Come funziona in pratica: Business Agent e Direct Offers

Dal protocollo astratto alle applicazioni concrete, il salto è immediato. Google ha lanciato contestualmente Business Agent, uno strumento che permette agli acquirenti di chattare direttamente con i brand all’interno di Google Search. Il contrasto con l’esperienza attuale è evidente: oggi, per interagire con un rivenditore, l’utente abbandona la SERP, carica il sito, cerca la chat di assistenza e aspetta. Con Business Agent, quella conversazione avviene dentro Search, senza cambiare contesto. Il servizio è partito il giorno successivo all’annuncio con retailer come Lowe’s, Michael’s, Poshmark e Reebok, tra gli altri — una lista eterogenea che copre fai-da-te, artigianato, moda e sport.

Sul fronte pubblicitario, Google ha introdotto Direct Offers, un nuovo pilota di Google Ads che consente agli inserzionisti di presentare offerte esclusive agli acquirenti che si trovano già nella fase di decisione d’acquisto. È un targeting che sposta l’asse dall’intercettazione dell’intenzione all’accompagnamento nell’ultimo miglio. Google sta già collaborando con brand come Petco, e.l.f. Cosmetics, Samsonite e Rugs USA, oltre che con i commercianti Shopify, per definire la forma definitiva del prodotto. Il fatto che Shopify sia citato sia tra i co-sviluppatori dell’UCP sia tra i partner di Direct Offers segnala una sovrapposizione interessante tra collaborazione tecnica e partnership commerciale.

Implicazioni per il mercato: collaborazione e competizione

Cosa succede quando Google costruisce un’infrastruttura aperta e i competitor la co-firmano? La risposta è più complessa di una semplice alleanza. Shopify, che ha aderito all’UCP come co-sviluppatore, porta al tavolo la propria rete di milioni di merchant — ma porta anche Sidekick, l’assistente AI della piattaforma, disponibile 24 ore su 24 e progettato per combinare conoscenza commerciale con ragionamento avanzato e risoluzione creativa dei problemi. Sidekick e Business Agent non sono la stessa cosa: uno vive dentro Shopify, l’altro dentro Search. Ma con un protocollo condiviso sotto, la domanda diventa: fino a che punto questi agenti rimarranno distinti, e dove inizieranno a sovrapporre le proprie funzioni?

Per gli sviluppatori che costruiscono su queste piattaforme, l’UCP rappresenta un’opportunità concreta di ridurre la complessità di integrazione. Invece di implementare connettori ad hoc per ogni piattaforma — con le relative fragilità ogni volta che una API cambia versione — uno standard condiviso permette di scrivere una volta sola la logica di comunicazione tra agente e piattaforma. È la stessa promessa che OAuth ha mantenuto nel campo dell’autenticazione delegata: non eliminare il problema, ma renderlo abbastanza standard da non doverlo risolvere ogni volta da capo. Che Google e i suoi partner riescano a mantenere aperto e governato in modo distribuito un protocollo del genere — evitando che si trasformi in uno standard “open” di nome ma chiuso nei fatti — è la variabile più importante da tenere sotto osservazione nei prossimi mesi.

Per chi costruisce piattaforme e-commerce, l’UCP non è solo un altro protocollo da aggiungere alla lista delle integrazioni. È un invito a ripensare come i propri sistemi esporranno catalogo, disponibilità e checkout agli agenti AI di terze parti — e a farlo su basi standardizzate piuttosto che inventando ogni volta soluzioni proprietarie. Se lo standard reggerà alla prova del mercato, il risultato sarà un’automazione più fluida e una personalizzazione che oggi richiede integrazioni custom costose. Se invece l’adozione rimarrà frammentata, avremo l’ennesimo protocollo ben intenzionato che finisce per diventare uno dei tanti dialetti in competizione. La differenza la faranno gli sviluppatori che sceglieranno — o meno — di costruirci sopra.

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