Il controllo perduto: il 2025 e la crisi della proprietà tecnologica

Il controllo perduto: il 2025 e la crisi della proprietà tecnologica

Tra aggiornamenti forzati, obsolescenza programmata e sorveglianza costante, la tecnologia è davvero ancora al nostro servizio?

Mentre stappiamo lo spumante per salutare questo 2025, un anno che definire “tumultuoso” per il settore tecnologico sarebbe un eufemismo, nei data center e negli uffici IT di mezzo mondo non c’è molta voglia di festeggiare.

C’è, piuttosto, la rassegnazione di chi sa di aver perso una battaglia fondamentale: quella per il controllo dei propri strumenti.

Se guardiamo indietro agli ultimi dodici mesi, non vediamo un’evoluzione naturale della tecnologia, ma una marcia forzata, scandita da ultimatum e aggiornamenti che assomigliano più a irruzioni domestiche che a servizi utili. La narrazione ufficiale di Redmond è sempre la stessa, rassicurante e patinata: sicurezza, innovazione, intelligenza artificiale per tutti.

Ma se grattiamo via la vernice dorata del marketing, cosa resta? Un modello di business predatorio che trasforma l’utente da proprietario del dispositivo a semplice affittuario di un servizio, pagato non solo in euro, ma in dati personali e sovranità digitale.

La domanda che dovremmo porci, mentre i nostri PC scaricano silenziosamente l’ennesimo pacchetto dati non richiesto, è semplice e inquietante.

Il computer sulla vostra scrivania è ancora davvero vostro?

Il Cavallo di Troia della sicurezza

La scusa perfetta è sempre la sicurezza. Chi oserebbe mai opporsi a un aggiornamento che ci protegge dai cattivi del web? È un argomento inattaccabile, o almeno così sperano che crediamo.

Eppure, la realtà tecnica racconta una storia diversa, fatta di toppe messe peggio del buco e di una vulnerabilità strutturale che sembra quasi necessaria per giustificare il ciclo continuo di update.

Proprio in questi giorni, mentre l’attenzione mediatica è altrove, nell’ultimo aggiornamento di sicurezza di dicembre 2025 sono state corrette 57 vulnerabilità, incluse tre falle zero-day.

Tre vulnerabilità zero-day attive, sfruttate mentre gli utenti ignari continuavano a lavorare, fidandosi di un sistema operativo che prometteva di essere una fortezza. Ma c’è dell’ironia amara in tutto questo: per “proteggerci”, spesso Microsoft finisce per rompere ciò che funziona.

Ricordate il caos di qualche mese fa? Era agosto. Un aggiornamento che avrebbe dovuto blindare i sistemi ha finito per mandare in tilt gli strumenti di recupero, lasciando amministratori di sistema e utenti comuni in un limbo digitale, incapaci di ripristinare le proprie macchine.

Non è incompetenza, o almeno non solo.

È il risultato inevitabile di un ecosistema così complesso e centralizzato che ogni modifica diventa un rischio sistemico.

E mentre noi ci preoccupiamo di far funzionare di nuovo il PC, l’azienda ne approfitta per resettare le preferenze sulla privacy, riattivare la telemetria o spingere quel nuovo servizio AI che avevamo disattivato con tanta fatica.

La sicurezza diventa così il grimaldello per entrare in casa nostra e riarredarla a loro piacimento.

E se pensate che il peggio sia passato, considerate cosa è successo lo scorso ottobre.

L’ecatombe digitale dell’hardware perfettamente funzionante

Il 14 ottobre 2025 non sarà ricordato come il giorno di un grande passo avanti tecnologico, ma come la data di un funerale di massa. È stato il giorno in cui milioni di computer, perfettamente funzionanti, veloci e capaci di svolgere ogni compito quotidiano, sono stati dichiarati “obsoleti” per decreto aziendale.

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Con una freddezza burocratica disarmante, il supporto ufficiale per Windows 10 è terminato definitivamente il 14 ottobre 2025, lasciando un’eredità tossica.

Non parlo solo di software, ma di hardware fisico. Monitor, processori, scocche di plastica e metallo che improvvisamente diventano rifiuti elettronici (RAEE) non perché rotti, ma perché non dotati di quel particolare chip di sicurezza o di quella NPU (Neural Processing Unit) necessaria per far girare l’ultima versione di Copilot, l’assistente AI che nessuno ha chiesto ma che tutti devono avere.

Il supporto per Windows 10 è terminato il 14 ottobre 2025. […] Il computer continuerà a funzionare, ma sarà più vulnerabile a rischi di sicurezza e virus.

— Pagina ufficiale di Supporto Microsoft, 2025

È un ricatto neanche troppo velato. “Compra un nuovo PC o naviga a tuo rischio e pericolo”.

Ma a chi giova questo ricambio forzato?

Certamente ai produttori di hardware (OEM), che vedono nel termine del supporto una manna dal cielo per le vendite stagnanti. E certamente a Microsoft, che con Windows 11 — e le versioni successive già in cantiere — stringe ancora di più le maglie dell’integrazione tra hardware e cloud.

Siamo di fronte a un disastro ambientale programmato a tavolino, giustificato da requisiti tecnici che, a ben guardare, servono più a garantire il funzionamento dei processi di data mining dell’azienda che non le prestazioni dell’utente.

Il vero costo di questa transizione non è nel prezzo del nuovo laptop, ma nelle tonnellate di silicio sprecato e nella nostra accettazione passiva dell’idea che un oggetto fisico smetta di funzionare quando lo decide il produttore del software.

Ma c’è un filo rosso che collega tutto questo, un piano che parte da lontano.

“Windows as a Service”: il cliente è il prodotto

Per capire dove siamo oggi, dobbiamo guardare al passato. Non è un incidente di percorso, ma l’evoluzione di una strategia chiara.

L’introduzione di Windows 8 aveva già segnato, nel 2012, il primo passo verso un’interfaccia pensata per forzare nuove abitudini d’uso, togliendo il tasto Start e imponendo un ambiente “a mattonelle” che privilegiava il consumo di contenuti rispetto alla produttività. Da allora, la direzione non è mai cambiata: l’utente deve avere meno controllo, il sistema deve essere più “fluido”, più connesso, più dipendente dal cloud.

Con il modello “Windows as a Service”, introdotto con Windows 10 e perfezionato (leggi: estremizzato) oggi, il sistema operativo ha smesso di essere un prodotto finito per diventare un cantiere aperto permanente. E in questo cantiere, le regole del GDPR (Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati) sembrano essere considerate più come fastidiosi ostacoli burocratici che come diritti fondamentali.

Ogni aggiornamento porta con sé nuove forme di telemetria “necessaria”. Il menu Start è diventato una vetrina pubblicitaria per app partner. L’integrazione profonda dell’Intelligenza Artificiale significa che il sistema deve, per definizione, analizzare ciò che scriviamo, vediamo e facciamo per “aiutarci”.

Ma dove finiscono questi dati? Chi addestrano? E soprattutto, possiamo davvero dire di no?

La risposta è nascosta in menu di impostazioni labirintici, che spesso vengono resettati al successivo “aggiornamento critico”.

La verità scomoda è che nel 2025 non siamo clienti di Microsoft. Siamo la materia prima.

Il nostro comportamento, i nostri file, la nostra attenzione sono la valuta con cui pagiamo l’uso di un software che è diventato, di fatto, un monopolio infrastrutturale. Le normative europee provano a mettere dei paletti, ma la velocità con cui le Big Tech implementano nuove tecnologie di sorveglianza (spesso chiamate “feature di produttività”) supera di gran lunga la capacità di reazione dei legislatori.

Siamo partiti credendo che il computer fosse una bicicletta per la mente, uno strumento di libertà. Abbiamo finito l’anno con un terminale di sorveglianza che ci costringe a comprare nuovo hardware per continuare a essere profilati meglio.

Buon 2026 a tutti, sempre che il vostro PC decida di accendersi dopo l’aggiornamento di stanotte.

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