Google ha tagliato i prezzi del suo modello video AI.

Google ha tagliato i prezzi del suo modello video AI.

Google ha annunciato tagli ai prezzi del modello video AI Veo 3.1 Lite, ma il cinese Kling 3.0 risulta dieci volte più economico, scatenando una guerra dei costi nel settore.

Il modello costa dieci volte di più rispetto al leader di mercato, nonostante i recenti tagli annunciati.

Google ha annunciato oggi il lancio di Veo 3.1 Lite, il nuovo modello di generazione video basato su intelligenza artificiale — e il numero che dovrebbe impressionare non è la qualità delle clip, ma il prezzo. O meglio, la direzione in cui i prezzi stanno andando. Il modello supporta la generazione da testo a video e da immagine a video, offre formati 16:9 e 9:16 e risoluzioni fino a 1080p. E per il 7 aprile, Google ha già annunciato un taglio ulteriore dei prezzi per Veo 3.1 Fast, «per permettere a ancora più sviluppatori di integrare la generazione video nei loro prodotti». Tutto bene, quindi? Non esattamente. Perché nel mercato dell’IA video c’è già chi fa lo stesso — e lo fa a un decimo del prezzo.

La guerra dei costi: chi vince e chi perde nello scontro AI?

Per capire cosa sta succedendo, bisogna allargare lo sguardo al panorama competitivo, e i numeri sono più eloquenti di qualsiasi comunicato stampa. Secondo il confronto prezzi AI video 2026 di devtk.ai, Kling 3.0 — il modello sviluppato dalla cinese Kuaishou — costa circa 0,029 dollari al secondo su fal.ai, rendendolo circa tre volte più economico di Sora 2 e dieci volte più economico di Veo 3.1 su base per secondo. Dieci volte. Non è un dettaglio marginale: è la differenza tra un prodotto professionale e uno strumento di massa. E Kling 3.0 è già oggi il leader di prezzo nelle API di generazione video AI per la generazione ad alto volume.

Stando alla documentazione prezzi Runway, Veo 3.1 Fast viene proposto a 15 crediti al secondo nella versione con audio e a 10 crediti al secondo senza audio. Sono cifre che parlano di un prodotto posizionato su una fascia premium — ma che suonano strane in un momento in cui Google dichiara di voler abbassare le barriere di accesso. Il taglio di prezzo annunciato per il 7 aprile va esattamente in questa direzione, ma la domanda è: quanto può scendere Google senza perdere la narrativa della qualità? E soprattutto, perché proprio ora?

La risposta sta nella storia recente. Il modello Veo di Google DeepMind è stato annunciato già nel maggio 2024. Poi è arrivato Veo 3, nel maggio 2025, con la capacità di generare audio sincronizzato. Successivamente, come riportato dal rilascio di Veo 3.1 nell’ottobre 2025, il modello ha aggiunto audio migliorato, controlli di editing granulari e una resa migliore per le conversioni da immagine a video, generando clip più realistiche e con maggiore aderenza ai prompt. È una traiettoria di miglioramento costante, certo. Ma è anche una corsa in cui il vantaggio tecnico si assottiglia ogni trimestre, e dove i competitor asiatici — con strutture di costo profondamente diverse — stanno comprimendo i margini dall’altro lato.

Implicazioni: il futuro dell’industria creativa a un bivio

C’è una proiezione che circola da qualche tempo tra analisti e investitori, e che dovrebbe far riflettere chiunque lavori nell’industria dei contenuti. Secondo una analisi Morgan Stanley su AI e media, l’intelligenza artificiale generativa potrebbe portare a riduzioni dei costi del 10% in tutta l’industria dei media, e fino al 30% nella televisione e nel cinema. Numeri che, a seconda da dove li si guarda, suonano come una promessa o come una minaccia.

La stessa analisi sostiene che nuove e piccole aziende potrebbero sfruttare queste tecnologie per produrre contenuti di alta qualità, sfidando i grandi attori del settore. È l’argomento della democratizzazione, quello che Google usa implicitamente ogni volta che parla di «permettere a più sviluppatori di accedere alla generazione video». Ed è un argomento che ha una sua logica. Ma ha anche un rovescio: se produrre un video costa dieci volte meno, cosa succede al valore percepito di quel video? E soprattutto, cosa succede ai professionisti — registi, animatori, motion designer — che fino a ieri vendevano competenze che oggi un prompt può replicare in pochi secondi?

La risposta onesta è che non lo sappiamo ancora. Ma ci sono alcune domande che nessuno sta facendo abbastanza ad alta voce. La prima riguarda i dati: su cosa sono stati addestrati Veo 3.1 Lite e i suoi concorrenti? Con quali autorizzazioni? Il GDPR e le normative europee sul diritto d’autore per i sistemi di IA — su cui il regolatore sta ancora lavorando — pongono vincoli che potrebbero cambiare radicalmente i costi di sviluppo, e quindi i prezzi, per i modelli che operano o si rivolgono al mercato europeo. La seconda domanda riguarda la concentrazione: se tre o quattro player globali controllano l’infrastruttura di generazione video, chi tutela la pluralità dell’offerta creativa? È il tipo di questione che le autorità antitrust — dalla Commissione Europea alla FTC americana — stanno iniziando a porre, ma che i comunicati stampa di lancio tendono a ignorare con eleganza.

Con Veo 3.1 Lite, Google accelera una trasformazione che promette accessibilità ma produce anche standardizzazione. Quando il costo marginale di un video tende a zero, il rischio non è solo economico — è estetico, culturale, professionale. La vera domanda non è quanto costerà generare un video il prossimo anno. È quanto varrà.

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