Amazon: Crescita record a che prezzo? Analisi del 2025
Mentre Amazon macina profitti record, emerge un quadro preoccupante per privacy e portafoglio dei consumatori, con pratiche aggressive e un occhio all’IA
Mentre stappiamo lo spumante per salutare un 2025 tecnologicamente frenetico, nei quartier generali di Seattle qualcuno sta probabilmente brindando con una bottiglia molto più costosa della nostra. E il motivo non è solo la fine dell’anno fiscale, ma la straordinaria capacità di Amazon di trasformare multe miliardarie e cause antitrust in semplici “costi operativi”, mentre continua a macinare profitti record.
Se guardiamo i numeri nudi e crudi, l’azienda sembra inarrestabile. Tuttavia, se proviamo a unire i puntini tra i bilanci trionfali e le aule di tribunale, emerge un quadro molto meno rassicurante per chi ha ancora a cuore la propria privacy e il proprio portafoglio. La domanda che dovremmo porci, tra un trenino di capodanno e l’altro, non è quanto guadagna Amazon, ma chi sta pagando davvero il conto di questa crescita infinita.
La risposta breve? Probabilmente noi. Quella lunga, invece, richiede di scavare un po’ più a fondo nella retorica dell’efficienza e dell’intelligenza artificiale.
Il prezzo nascosto della vostra iscrizione Prime
Per capire la dissonanza cognitiva in cui ci troviamo, basta guardare gli ultimi risultati finanziari. Nel terzo trimestre del 2025, Amazon ha riportato entrate per 180,2 miliardi di dollari superando le aspettative degli analisti. Una cifra mostruosa, trainata da una crescita del 12% anno su anno. Andy Jassy, il CEO che ha preso il testimone da Bezos, non perde occasione per lodare la velocità delle consegne e l’efficienza della rete logistica.

Ma dietro questa efficienza da manuale c’è un meccanismo che i regolatori hanno iniziato a smontare pezzo per pezzo. Non è un caso che proprio quest’anno l’azienda abbia dovuto affrontare le conseguenze delle sue “interfacce ingannevoli”. Parliamo dei cosiddetti dark patterns, quei design studiati a tavolino non per aiutare l’utente, ma per intrappolarlo.
Il caso dell’iscrizione a Prime è emblematico. Per anni, entrare nel servizio è stato facile come un clic distratto, mentre uscirne richiedeva una laurea in ingegneria della navigazione web e una pazienza certosina. La Federal Trade Commission (FTC) non l’ha presa bene. In una mossa che ha fatto tremare i polsi a mezza Silicon Valley, l’ente regolatore ha ottenuto un accordo storico da 2,5 miliardi di dollari contro Amazon per aver iscritto milioni di consumatori senza un consenso informato e aver reso l’annullamento un percorso a ostacoli.
Due miliardi e mezzo sembrano tanti. Ma rapportati ai 180 miliardi incassati in un solo trimestre, sono poco più di una multa per divieto di sosta. Il messaggio che passa è pericoloso: violare la normativa e manipolare l’utente è profittevole, purché i guadagni superino le sanzioni. E mentre Amazon promette di aver “chiarito” le procedure, il modello di business basato sulla frizione calcolata – facile comprare, difficile recedere – rimane il cuore pulsante dell’economia digitale.
L’algoritmo che decide quanto pagate (davvero)
Se pensate che il problema si limiti a qualche abbonamento non voluto, vi sbagliate. C’è una questione molto più sottile e pervasiva che riguarda il prezzo di ogni singolo oggetto che acquistate, dentro e fuori la piattaforma.
Mentre l’attenzione pubblica è focalizzata sull’intelligenza artificiale generativa, un’altra battaglia legale ha scoperchiato il vaso di Pandora sulle pratiche di prezzo. Una class action titanica, nota come caso De Coster, suggerisce che Amazon non si limiti a vendere merce, ma agisca come un calmiere al rialzo per l’intero mercato retail. L’accusa è che l’azienda punisca i venditori terzi che osano offrire prezzi più bassi su altre piattaforme, costringendoli di fatto a mantenere i prezzi alti ovunque per non perdere la visibilità sul marketplace di Seattle.
La portata di questa accusa è spaventosa. È stata avviata una class action antitrust per conto di 288 milioni di consumatori americani, sostenendo che le politiche di “prezzo equo” abbiano gonfiato artificialmente il costo della vita digitale. Se confermato, significherebbe che ogni volta che compriamo un cavo USB o una macchina del caffè, stiamo pagando una “tassa Amazon” invisibile, indipendentemente dal sito su cui stiamo cliccando.
E qui entra in gioco l’ironia suprema: l’azienda giustifica le sue commissioni e le sue regole ferree con la necessità di finanziare l’innovazione. Ma quale innovazione?
L’anno che verrà: sorveglianza spacciata per comodità
Tutti questi profitti, tutte queste pratiche aggressive, servono a nutrire la nuova ossessione di Jassy: l’Intelligenza Artificiale. Non quella che vi aiuta a scrivere una mail, ma quella che richiede infrastrutture colossali e quantità di dati personali inimmaginabili.
Nel corso delle ultime chiamate agli investitori, la dirigenza è stata cristallina. I soldi che Amazon estrae dai consumatori e dai venditori vengono riversati in una spesa in conto capitale (CapEx) senza precedenti, destinata a costruire data center e potenziare le capacità di calcolo per l’IA.
Guardando al futuro, prevediamo che il nostro CapEx in contanti per l’intero anno sarà di circa 125 miliardi di dollari nel 2025, e ci aspettiamo che tale importo aumenti nel 2026.
— Andy Jassy, CEO di Amazon
Centoventicinque miliardi di dollari in un anno. Una cifra che supera il PIL di intere nazioni. Per fare cosa? Per “migliorare l’esperienza cliente”, dicono loro. Per perfezionare la profilazione e l’analisi predittiva, direbbe chiunque abbia letto una riga del GDPR.
L’investimento massiccio nell’IA non è solo una gara tecnica con Google o Microsoft; è un potenziamento della capacità di sorveglianza commerciale. Più dati macinano, più precisi diventano nel prevedere i nostri desideri (e le nostre debolezze), più efficace diventa il lucchetto che ci tiene chiusi nel loro ecosistema. Jassy lo ammette candidamente, anche se con il solito gergo corporativo:
I nostri progressi nell’IA su tutta la linea continuano a migliorare le esperienze dei nostri clienti, la velocità di innovazione, l’efficienza operativa e la crescita del business, e sono entusiasta di ciò che ci aspetta.
— Andy Jassy, CEO di Amazon
Traduzione: l’IA ci permetterà di vendervi più cose, più velocemente, riducendo i costi umani e massimizzando i margini. E se nel processo la privacy diventa un concetto obsoleto e la concorrenza un ricordo sbiadito, beh, è il prezzo del progresso.
Il 2026 si prospetta come l’anno in cui questa macchina diventerà ancora più vorace. Con un CapEx destinato a salire ulteriormente, la pressione per monetizzare ogni singolo byte di dato utente sarà insostenibile. Le multe dell’FTC, per quanto “storiche”, rischiano di essere solo dossi su un’autostrada a sei corsie.
Mentre ci prepariamo ad accogliere il nuovo anno, forse dovremmo smettere di chiederci quando arriverà il nostro pacco Prime e iniziare a chiederci cosa stiamo cedendo in cambio di quella rapidità. Perché se c’è una cosa che il 2025 ci ha insegnato, è che nella Silicon Valley nulla è davvero gratuito, e la comodità è spesso solo la maschera più seducente del controllo.