Perplexity ha condiviso le tue chat con Meta e Google
Una causa legale collettiva accusa Perplexity di aver condiviso intere sessioni di chat con Meta e Google all'insaputa degli utenti, violando la loro privacy.
La causa collettiva accusa l’azienda di aver condiviso intere sessioni con i giganti del tech senza consenso.
Immagina di aver usato Perplexity qualche settimana fa per pianificare un viaggio o fare ricerche su un argomento delicato — la salute, il lavoro, le finanze. Ora scopri che quelle conversazioni, intere sessioni di chat, sono state condivise con Meta e Google senza che tu ne sapessi nulla. Non è un’ipotesi distopica: è esattamente quello che denuncia una causa legale collettiva presentata il 3 aprile scorso. Stando all’inchiesta di The Verge, la causa afferma che Perplexity ha “effettivamente installato un bug” sui computer degli utenti incorporando tracker di Meta e Google all’interno del suo motore di ricerca AI. Un’accusa pesante, che arriva a toccare milioni di persone.
Quando la chat diventa un problema legale
La denuncia non potrebbe essere più esplicita. Secondo la denuncia riportata da Ars Technica, Perplexity incoraggia gli utenti ad approfondire i propri quesiti attraverso sessioni di chat prolungate, e queste sessioni sarebbero state condivise nella loro interezza con Google e Meta all’insaputa degli utenti. Il dettaglio più inquietante è che, secondo la causa, questo sarebbe accaduto a ogni utente, indipendentemente dal fatto che avesse o meno creato un account su Perplexity. Non serviva nemmeno registrarsi: bastava usare il servizio. Pensaci un momento: sei andato su Perplexity, hai fatto una domanda, e in quel preciso istante i tuoi dati avrebbero potuto finire nelle mani di due delle aziende più grandi al mondo.
È il tipo di notizia che ti fa venire voglia di rileggere le condizioni d’uso di ogni app che hai installato — anche se sappiamo tutti che non lo faremo. Ma il punto è un altro: quando uno strumento si presenta come alternativa “pulita” alla ricerca tradizionale, il minimo che ci si aspetta è trasparenza su cosa succede ai propri dati.
Il meccanismo dietro le accuse: dal web scraping alle ingiunzioni
Per capire come si è arrivati qui, bisogna fare un passo indietro. Già nell’estate del 2024 erano emerse le prime critiche sulle pratiche di Perplexity nella raccolta dei contenuti. Stando all’analisi della user agent condotta da un ricercatore indipendente, Perplexity utilizzava browser invisibili (i cosiddetti “headless browser”) per raschiare contenuti dal web, ignorando i file robots.txt — ovvero le istruzioni che i siti usano per dire ai bot cosa possono e non possono fare — e nascondendo la propria identità nel processo. In pratica: entrava in casa altrui dalla finestra di servizio, fingendo di essere qualcun altro.
Non bastasse, l’inchiesta di Forbes sul plagio aveva documentato come numerosi contenuti “curati” dal team di Perplexity attraverso la funzione Perplexity Pages fossero sorprendentemente simili a storie originali pubblicate da Forbes, CNBC e Bloomberg. Testi giornalistici rielaborati e riproposti senza un’adeguata attribuzione — quello che nel gergo si chiama plagio, anche se vestito con i panni dell’intelligenza artificiale.
Le conseguenze legali non si sono fatte attendere. Già a marzo 2026, l’ingiunzione di Amazon contro Perplexity aveva portato un giudice federale a bloccare temporaneamente l’accesso del browser AI di Perplexity, chiamato Comet, al sito del colosso dell’e-commerce. Amazon aveva citato in giudizio Perplexity già nel novembre 2025, accusandola di aver deliberatamente cercato di nascondere i propri agenti AI per continuare a raccogliere dati dal sito senza autorizzazione. Un tentativo di aggirare i controlli che, alla luce delle accuse successive sulla privacy degli utenti, sembra far parte di un pattern più ampio.
Tra valutazioni miliardarie e battaglie legali: cosa resta da risolvere
Quello che rende la vicenda ancora più interessante — e per certi versi paradossale — è il contesto finanziario in cui si muove Perplexity. Già nell’aprile 2024, stando al round di finanziamento riportato da TechCrunch, l’azienda stava raccogliendo almeno 250 milioni di dollari con una valutazione compresa tra 2,5 e 3 miliardi di dollari — una cifra che era cresciuta vertiginosamente nell’arco di pochi mesi. E nell’agosto 2025, secondo la proposta di acquisizione riportata dal Wall Street Journal, Perplexity aveva addirittura offerto 34,5 miliardi di dollari per acquistare Chrome da Google — una mossa dichiaratamente ambiziosa, nel quadro della sua sfida al dominio di Google nella ricerca web.
È qui che il contrasto diventa stridente. Da un lato un’azienda che si presenta come alternativa più intelligente e rispettosa alla ricerca tradizionale, con miliardi di dollari di valutazione e la voglia di comprare il browser più usato al mondo. Dall’altro, accuse di tracker nascosti, scraping selvaggio e sessioni di chat condivise con i giganti del tech senza consenso. Riuscirà Perplexity a bilanciare la sua crescita con il rispetto dovuto agli utenti, o le cause legali diventeranno il tallone d’Achille di una corsa che sembrava inarrestabile?
La risposta, per ora, non c’è. Ma la vicenda di Perplexity dice qualcosa di importante a tutti noi che usiamo strumenti AI ogni giorno: la velocità con cui queste aziende crescono non può essere una scusa per aggirare le regole fondamentali della trasparenza. Spetta agli utenti chiedere conto, e ai regolatori fare in modo che le risposte arrivino prima che i danni siano fatti.