Google e TotalEnergies in Malesia: l'alleanza tra energia solare e sorveglianza digitale

Google e TotalEnergies in Malesia: l’alleanza tra energia solare e sorveglianza digitale

La partnership tra Google e TotalEnergies in Malesia svela un accordo ventennale per l’energia solare, alimentando i data center e sollevando interrogativi sull’etica dei dati e sulla transizione energetica globale.

C’è una certa ironia, a tratti quasi poetica se non fosse tragicamente concreta, nel vedere come la narrazione del “digitale” continui a vendersi come eterea, impalpabile, una nuvola leggera che fluttua sopra le nostre teste.

La realtà, però, ha il peso specifico del piombo e l’odore acre dei cantieri industriali. Il 16 dicembre 2025 segna un altro punto a favore di questa realtà materiale: Google e TotalEnergies hanno firmato un accordo massiccio in Malesia.

Sulla carta, è tutto verde brillante. Pannelli solari, sostenibilità, futuro radioso. Grattando appena sotto la superficie della vernice ecologica, però, emerge un quadro ben diverso, fatto di una fame insaziabile di energia e di un’alleanza strategica tra i vecchi giganti degli idrocarburi e i nuovi imperatori dei dati.

Perché, diciamocelo chiaramente, l’Intelligenza Artificiale non mangia bit, mangia terawattora. E per nutrirla, Big Tech è disposta a stringere la mano a chiunque, anche a chi per decenni ha alimentato il mondo a suon di barili di greggio.

Siamo di fronte all’ennesimo capitolo della saga “Greenwashing 2.0”? Forse è più complesso. È la fusione di due modelli di business estrattivi: chi ha estratto risorse dal sottosuolo per un secolo ora fornisce l’energia a chi estrae comportamentali dalle nostre vite digitali.

L’alleanza tra estrattori

L’accordo annunciato oggi non è un fulmine a ciel sereno, ma la conferma di un trend che avevamo già fiutato a novembre, quando le stesse due aziende si erano accordate per alimentare i data center in Ohio.

La mossa in Malesia prevede un Power Purchase Agreement (PPA) della durata di ben 21 anni. L’accordo prevede che TotalEnergies fornisca 1 TWh di energia solare certificata ai data center di Google, proveniente dal nuovo impianto di Citra Energies nella provincia di Kedah.

Parliamo di 20 megawatt di capacità. Sembrano numeri tecnici, noiosi, roba da ingegneri. Ma traduciamolo in “valuta privacy”: quella quantità di energia non serve a tenere accese le lampadine degli uffici di Kuala Lumpur. Serve a macinare calcoli. Serve a processare, analizzare, profilare.

Ogni watt in più in un data center è una query in più, un riconoscimento facciale in più, un modello predittivo che si affina sui nostri comportamenti.

TotalEnergies, dal canto suo, non lo fa per beneficenza ambientale. Il colosso francese sta cercando di rifarsi il trucco, puntando a una redditività del 12% nel settore elettrico. È business puro. Stéphane Michel, presidente della divisione Gas, Renewables & Power di TotalEnergies, è stato cristallino nel descrivere la strategia dietro questi accordi, che non sono semplici contratti di fornitura, ma vere e proprie partnership infrastrutturali:

Questo accordo illustra la capacità di TotalEnergies di soddisfare la crescente domanda energetica delle grandi aziende tecnologiche sfruttando il suo portafoglio integrato di asset rinnovabili e flessibili.

— Stéphane Michel, Presidente Gas, Renewables & Power presso TotalEnergies

Notate la parola chiave? “Domanda energetica crescente”. Non si parla di efficienza, non si parla di riduzione. Si parla di alimentare una bestia che non smette mai di crescere.

E qui sorge il primo grande conflitto di interessi globale: se le energie rinnovabili vengono assorbite quasi interamente dai data center delle Big Tech (che hanno i capitali per firmare PPA ventennali che nessun comune cittadino potrebbe permettersi), cosa resta per la transizione energetica delle città, degli ospedali, delle scuole?

La delocalizzazione dell’etica

Perché la Malesia? Non è solo una questione di irraggiamento solare. La scelta di spostare enormi capacità di calcolo nel Sud-est asiatico risponde a logiche di costo, certo, ma apre interrogativi inquietanti sul fronte normativo.

Il Corporate Green Power Programme (CGPP) malese è il tappeto rosso steso dal governo locale per attirare questi investimenti. Ma mentre l’Europa si dota (o tenta di dotarsi) di scudi come il GDPR e l’AI Act, cosa succede ai nostri dati quando vengono elaborati in giurisdizioni dove la tutela della privacy è, per usare un eufemismo, “in via di sviluppo”?

Delocalizzare il data center significa spesso delocalizzare anche il problema etico.

Se il cloud è ovunque, la responsabilità non è da nessuna parte. Google ci tiene a rassicurare tutti, sventolando la bandiera dello sviluppo locale e della crescita economica, come se l’installazione di server farm portasse automaticamente benessere diffuso e non solo calore residuo.

Will Conkling, direttore dell’energia pulita di Google, ha commentato l’operazione con il consueto tono entusiastico che si riserva ai comunicati stampa, sottolineando come queste infrastrutture siano vitali per il business digitale:

Rafforzare la rete distribuendo più energia affidabile e pulita è fondamentale per sostenere l’infrastruttura digitale da cui dipendono aziende e individui.

— Will Conkling, Direttore Clean Energy and Power presso Google

“Da cui dipendono”. È questa la frase che dovrebbe farci accapponare la pelle.

Stiamo costruendo, o meglio, stanno costruendo per noi un’infrastruttura di dipendenza totale, alimentata da accordi transnazionali che sfuggono al controllo democratico. E non è un caso isolato. TotalEnergies aveva già stretto un patto simile per alimentare le infrastrutture in Ohio, dimostrando che il piano è replicabile ovunque ci sia spazio, sole e governi compiacenti.

Ma c’è un altro aspetto che spesso sfugge ai radar dei media generalisti, troppo impegnati a lodare la svolta green. La sicurezza dei dati.

Un data center in Malesia, alimentato da un gigante petrolifero francese, che gestisce i dati di utenti globali. Quali sono le garanzie contro l’accesso governativo locale? Quali sono gli standard di sicurezza fisica e logica applicati in queste nuove cattedrali nel deserto (o nella giungla, in questo caso)? Il GDPR impone regole severe sul trasferimento dei dati extra-UE, ma le vie del cloud sono infinite e spesso opache.

Il costo invisibile della privacy

Arriviamo al nocciolo della questione, quello che fa male. Ogni volta che leggiamo di “nuovi megawatt per l’AI”, dovremmo leggere “nuova capacità di sorveglianza”.

L’intelligenza artificiale generativa, quella che Google sta spingendo ovunque, dai risultati di ricerca alle email, richiede una potenza di calcolo mostruosa. Questa potenza di calcolo serve a creare profili sempre più accurati, a prevedere i nostri desideri prima ancora che li formuliamo, a ottimizzare la pubblicità in modi che rendono obsoleto il concetto stesso di “libero arbitrio” del consumatore.

L’accordo malese non serve a rendere Google più verde. Serve a rendere Google più potente. L’energia solare è solo il mezzo per giustificare l’espansione indefinita della capacità di elaborazione senza dover rendere conto dell’impatto ambientale immediato. È il lasciapassare morale per continuare a consumare risorse.

E TotalEnergies? Gioca su due tavoli. Da un lato continua a estrarre fossili, dall’altro si posiziona come salvatore green per le Big Tech. L’accordo per la fornitura di energia ai data center malesi è stato confermato ufficialmente dai mercati finanziari, sancendo di fatto che il futuro dell’energia è indissolubilmente legato al futuro della sorveglianza digitale.

Chi controlla l’energia, controlla il calcolo. Chi controlla il calcolo, controlla i dati.

Siamo di fronte a un paradosso tecnologico: usiamo le risorse più pulite del pianeta (il sole) per alimentare l’industria più opaca del mondo (il data mining). Le aziende ci dicono che è per il nostro bene, per darci servizi migliori, assistenti più intelligenti, mappe più precise. Ma nessuno ci ha chiesto se siamo disposti a barattare il consumo energetico di intere nazioni per avere un chatbot leggermente più spigliato.

Il rischio nascosto non è solo ambientale. È democratico.

Quando infrastrutture critiche come la produzione energetica e la gestione dei dati diventano appannaggio esclusivo di accordi privati tra multinazionali che valgono più del PIL di molti stati, lo spazio per la regolamentazione pubblica si restringe. Chi controllerà che quell’energia non venga usata per addestrare modelli di AI discriminatori o per processare dati sensibili in violazione delle norme europee? Probabilmente nessuno, perché saremo troppo impegnati a plaudire all’iniziativa “carbon-free”.

Mentre guardiamo il dito che indica i pannelli solari in Malesia, rischiamo di non vedere la luna: un’infrastruttura di sorveglianza globale che diventa ogni giorno più grande, più affamata e, paradossalmente, più “sostenibile”. Sostenibile per i loro bilanci, s’intende.

Ma per la nostra privacy? Quella è una risorsa non rinnovabile che stiamo bruciando a velocità record.

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