Chrome ha già implementato WebMCP
WebMCP, lo standard per interazioni AI nei browser, è già operativo solo in Chrome 146. Microsoft ha collaborato ma Edge non lo supporta, sollevando dubbi sul controllo del web.
Lo standard per gli assistenti AI nei browser è già attivo solo su Chrome, nonostante la collaborazione di Microsoft
A due mesi dal suo annuncio ufficiale, WebMCP, la proposta di standard per le interazioni degli agenti AI nei browser, è già una realtà funzionante — ma solo in Chrome 146. Microsoft ha collaborato attivamente allo sviluppo insieme agli ingegneri di Google, eppure il suo browser, Edge, non ha ancora un’implementazione operativa. Safari e Firefox non pervenuti. Il risultato, almeno per ora, è che uno standard nato con l’ambizione di essere universale esiste concretamente solo nel browser del gruppo che già domina il mercato con oltre il 65% della quota globale. Vale la pena chiedersi: di chi è davvero questo standard?
La strana alleanza tra giganti rivali
La collaborazione tra Google e Microsoft su WebMCP è, a prima vista, una di quelle storie edificanti sul futuro aperto del web. Due aziende concorrenti si siedono allo stesso tavolo, scrivono le specifiche insieme, e propongono un nuovo modo per far sì che gli agenti AI possano interagire con i siti web in modo strutturato, rapido e affidabile. Bello. Poi però si guarda chi ha effettivamente spedito codice funzionante: Chrome 146 Canary ha implementato navigator.modelContext nei giorni scorsi, diventando il primo e unico browser con supporto nativo per WebMCP. Edge — il browser di Microsoft, sviluppato sempre su Chromium, la stessa base di Chrome — non ha ancora una implementazione equivalente. Il paradosso è evidente: la società che ha co-firmato lo standard è rimasta indietro rispetto al suo stesso partner.
Questo non è necessariamente il segno di una malafede. Potrebbe essere semplicemente una questione di tempi di sviluppo. Ma crea un precedente: nel momento in cui WebMCP inizierà a essere adottato dagli sviluppatori web, chi vorrà testarlo dovrà usare Chrome. E gli sviluppatori, si sa, tendono a ottimizzare prima per ciò che funziona già. Il rischio di un vantaggio competitivo strutturale — non dichiarato, non intenzionale forse, ma reale — è tutto lì.
Dietro le quinte di WebMCP: promesse e realtà
Per capire cosa ci sia davvero in gioco bisogna scavare nella meccanica dello standard. WebMCP propone due nuove API pensate per permettere agli agenti del browser di agire per conto dell’utente: una API dichiarativa, che consente di eseguire azioni standard definite direttamente nell’HTML, e una API imperativa, pensata per interazioni più complesse e dinamiche che richiedono l’esecuzione di JavaScript. L’obiettivo dichiarato — e qui le parole usate nel documento ufficiale sono rivelatrici — è garantire che gli agenti AI possano “eseguire azioni sul sito con maggiore velocità, affidabilità e precisione”. Non si parla di utenti. Si parla di agenti.
Il contesto storico è importante. Già nel novembre 2024, Anthropic aveva reso open source il Model Context Protocol (MCP), presentandolo come un nuovo standard per connettere gli assistenti AI ai sistemi dove vivono i dati — repository di contenuti, strumenti aziendali, ambienti di sviluppo. Google e Microsoft hanno preso quella idea e l’hanno portata dentro il browser, con WebMCP. Ma il documento tecnico di Chrome è esplicito: WebMCP non è un’estensione né una sostituzione di MCP. Sono strumenti diversi per esigenze diverse. MCP parla con server e sistemi esterni; WebMCP parla con le pagine web già aperte nel browser. La distinzione è sottile ma fondamentale, perché sposta il punto di controllo — e di potere — esattamente lì dove il browser è sovrano.
Ed è qui che emerge il problema non dichiarato. Se WebMCP diventa lo standard attraverso cui gli agenti AI interagiscono con i siti web, chi gestisce il browser gestisce di fatto il traffico degli agenti. Decide cosa un agente può fare, come può farlo, con quali limiti. In un contesto già sotto l’occhio dei regolatori antitrust — Google è stata condannata negli Stati Uniti per il monopolio nel mercato della ricerca, e in Europa l’indagine sul browser non si è mai davvero chiusa — questa centralità di Chrome nella catena degli agenti AI non è un dettaglio tecnico. È una questione politica.
Chi controllerà il futuro del web?
Con Chrome che ha già un’implementazione funzionante e gli altri browser fermi al palo, il panorama competitivo rischia di fissarsi prima ancora che lo standard venga formalizzato. Gli sviluppatori web che vorranno sfruttare WebMCP dovranno ottimizzare per Chrome. I siti che offriranno funzionalità avanzate agli agenti AI saranno testati su Chrome. Gli utenti che vorranno beneficiare di queste interazioni avanzate avranno un incentivo implicito a restare su Chrome. È un circolo che si autoalimenta, e che assomiglia molto a dinamiche già viste — e già sanzionate — in altri mercati digitali.
Restano aperte domande che nessun documento tecnico risponde. Chi ha accesso ai dati che transitano attraverso le nuove API? Un agente AI che agisce “per conto dell’utente” all’interno del browser lo fa con il consenso informato di quell’utente, o semplicemente perché qualcuno ha deciso che la velocità e la precisione dell’agente valgono più della trasparenza? Il GDPR impone che il trattamento dei dati sia esplicito e consapevole; le interazioni automatizzate degli agenti AI nelle pagine web sono un territorio in cui la normativa europea dovrà probabilmente pronunciarsi presto.
WebMCP potrebbe davvero rendere il web più funzionale, più veloce, più utile per chi usa assistenti AI. Ma la strada che porta a quel risultato passa quasi interamente per le infrastrutture di Google. E questo, alla fine, è il vero nodo: non se lo standard sia tecnicamente valido, ma chi avrà il potere di decidere come evolverà, chi verrà incluso e chi escluso, e soprattutto — in un web sempre più mediato da agenti automatici — se saremo ancora noi a scegliere cosa fare online, o se quella scelta la delegheremo a qualcuno che ha già deciso per noi quale browser usare.