Digital markets act: Apple aggira le regole con nuove tariffe e sorveglianza

Digital markets act: Apple aggira le regole con nuove tariffe e sorveglianza

Dietro le nuove tariffe dell’App Store si nasconde un complesso sistema di sorveglianza finanziaria che solleva preoccupazioni sulla riservatezza dei dati aziendali e dei consumatori

Se pensavate che il Digital Markets Act (DMA) avrebbe trasformato l’App Store in una prateria libera e democratica, probabilmente credete ancora che i cookie banner servano davvero a proteggere la vostra privacy e non a sfinirvi per estorcere un consenso.

Siamo al 16 dicembre 2025, e la situazione tra Bruxelles e Cupertino assomiglia meno a una regolamentazione antitrust e più a una partita di scacchi giocata da avvocati che costano quanto il PIL di una piccola nazione.

La notizia di oggi non è una novità, ma la conferma di un sospetto che aleggiava da mesi: la conformità alle regole, per le Big Tech, è solo un altro problema ingegneristico da risolvere.

La soluzione trovata da Apple?

Creare un labirinto di nuove tariffe così complesso da far rimpiangere il vecchio, caro monopolio del 30%.

In queste ore, la Coalizione per la correttezza delle app ha esortato l’UE a intervenire nuovamente contro le pratiche tariffarie di Apple, sostenendo che l’ultima revisione dei termini di servizio non sia altro che un modo creativo per mantenere lo status quo economico, aggirando lo spirito della legge.

Ma andiamo oltre il comunicato stampa.

Perché se guardiamo sotto il cofano di queste nuove “commissioni per la tecnologia di base”, non troviamo solo una questione di soldi. Troviamo un meccanismo di sorveglianza finanziaria che dovrebbe preoccupare chiunque abbia a cuore la riservatezza dei dati aziendali e dei consumatori.

Il gioco delle tre carte burocratico

Per capire la truffa semantica in atto, bisogna guardare i numeri.

Il DMA aveva un obiettivo chiaro: permettere agli sviluppatori di “indirizzare” (in gergo steering) gli utenti fuori dall’App Store per completare gli acquisti, magari a prezzi più vantaggiosi, senza pagare il pizzo a Tim Cook.

La teoria era bellissima.

La pratica, introdotta nel giugno 2025 e ora cristallizzata, è un capolavoro di malizia corporativa.

Apple ha detto: “D’accordo, potete vendere fuori. Ma se lo fate grazie alla nostra piattaforma, ci dovete comunque una quota”.

Hanno abbassato la commissione standard (che ora oscilla tra il 13% e il 20% in UE), ma hanno aggiunto una serie di balzelli accessori che, guarda caso, riportano il totale quasi alla cifra originale. Tra questi spicca la Core Technology Commission (CTC).

Non è più la tassa fissa di 0,50 euro per installazione che aveva fatto infuriare tutti l’anno scorso (e che colpiva sproporzionatamente le app gratuite virali), ma una percentuale variabile.

In sostanza, Apple ha rivisto il suo modello con commissioni scaglionate e una tassa tecnologica del 5% applicata sulle transazioni esterne.

Avete letto bene: esterne.

Se un utente clicca un link nella vostra app e compra un abbonamento sul vostro sito web, Apple vuole il suo 5%, più una commissione di acquisizione iniziale, più una quota per i servizi dello store. Il risultato è che lo sviluppatore si trova a dover gestire un sistema di contabilità degno di un commercialista forense, senza un reale vantaggio economico.

Gene Burrus, della Coalition for App Fairness (CAF), non ha usato mezzi termini nel descrivere l’impatto di questa architettura sulle imprese del vecchio continente:

È un male per le aziende europee ed è un male per i consumatori europei.

— Gene Burrus, Global Policy Counsel presso CAF

La frase è lapidaria, ma nasconde una verità più profonda: mentre le aziende USA godono di un certo margine di manovra grazie a recenti sentenze dei tribunali americani, in Europa siamo paradossalmente bloccati in un limbo dove la regolamentazione eccessiva ha dato ad Apple la scusa perfetta per burocratizzare la libertà.

Ma il vero scandalo non è nei percentuali, è nei dati.

La sorveglianza mascherata da contabilità

Qui arriviamo al punto che quasi nessuno menziona, perché richiede di leggere le clausole in piccolo scritte in “legalese”. Per riscuotere una commissione su una transazione che avviene fuori dal suo sistema, Apple deve sapere che quella transazione è avvenuta.

Sembra banale, ma le implicazioni per la privacy sono devastanti.

Come fa Apple a sapere che Mario Rossi ha comprato un abbonamento premium su Spotify o Netflix tramite il sito web, dopo aver cliccato un link nell’app?

Semplice: obbliga gli sviluppatori a dirglielo.

Le nuove regole impongono un reporting dettagliato, spesso mensile, di tutte le transazioni esterne generate dal traffico iOS. Questo significa che per “liberarci” dal monopolio dei pagamenti Apple, stiamo regalando a Cupertino una mappa dettagliata dell’economia digitale che avviene fuori dalle sue mura.

È un conflitto di interessi colossale.

Apple, che compete con i suoi stessi sviluppatori (Apple Music vs Spotify, Apple TV+ vs Netflix), ora pretende di avere accesso ai dati di vendita dei concorrenti con la scusa della verifica delle commissioni Core Technology.

Dove finisce il principio di minimizzazione dei dati sancito dal GDPR?

Se io acquisto sul sito di un terzo, perché Apple deve essere informata dell’importo e della natura della transazione?

La scusa ufficiale è la sicurezza e la proprietà intellettuale (il mantra “abbiamo costruito noi la strada, pagate il pedaggio”), ma la realtà puzza di controllo. Stiamo normalizzando l’idea che il fornitore del sistema operativo abbia un diritto divino di ispezione sui libri contabili di chiunque scriva codice per quella piattaforma.

Bruxelles abbaia, ma Cupertino morde?

La Commissione Europea non è rimasta del tutto a guardare, ma i suoi tempi di reazione sono geologici rispetto alla velocità con cui la Silicon Valley adatta i suoi algoritmi di business.

Ad aprile 2025, la Commissione Europea ha emesso una decisione formale di non conformità accompagnata da una multa di 500 milioni di euro.

Una cifra che, per Apple, equivale a quanto fatturano in un pomeriggio scarso di vendita di AirPods.

Quella multa sanzionava il divieto di steering, ovvero l’impedire agli sviluppatori di dire ai clienti “ehi, sul sito costa meno”. Apple ha pagato (o farà ricorso per decenni) e ha cambiato le regole: ora puoi dirlo, ma devi pagare comunque.

È una presa in giro istituzionalizzata.

La Commissione ha definito Apple un “gatekeeper”, un guardiano, imponendo obblighi speciali. Apple ha risposto comportandosi esattamente come un guardiano medievale: ha alzato il ponte levatoio e ha messo un gabelliere all’ingresso laterale.

L’ironia è che il DMA doveva favorire la concorrenza e l’innovazione.

Invece, ha creato un ecosistema dove solo le grandissime aziende possono permettersi i team legali necessari per capire quale “tier” di commissioni convenga scegliere, mentre le startup vengono soffocate dalla complessità amministrativa o dalla paura di sbagliare il reporting e vedersi l’app rimossa.

Siamo di fronte a un paradosso tecnologico: più cerchiamo di regolare le Big Tech con strumenti del XX secolo, più loro rispondono con armi del XXI secolo, trasformando la conformità legale in un nuovo prodotto a pagamento.

La domanda che dovremmo porci non è se Apple stia violando la legge – i loro avvocati si sono assicurati che tecnicamente non sia così – ma se possiamo permettere che l’infrastruttura digitale su cui si basa la nostra economia sia tassata privatamente con percentuali che nessun governo si sognerebbe mai di imporre.

E soprattutto, vogliamo davvero vivere in un mondo dove l’unico modo per avere privacy è non usare le app?

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