Apple: I ricavi record nascondono un costo per la privacy nel 2025

Apple: I ricavi record nascondono un costo per la privacy nel 2025

Dietro i numeri record di Apple si nascondono strategie di raccolta dati e un ecosistema che intrappola gli utenti, alimentando dubbi sulla reale privacy e sul controllo monopolistico della vita digitale.

Se c’è una cosa che abbiamo imparato osservando i giganti della Silicon Valley, è che i numeri non mentono mai, ma le narrazioni costruite attorno ad essi spesso omettono la parte più interessante della storia: chi paga davvero il conto. Ora che siamo nel 2026 e possiamo guardare con un minimo di distacco ai risultati finanziari della scorsa estate, l’entusiasmo sfrenato per i record di Cupertino appare sotto una luce decisamente diversa, più fredda e calcolatrice.

Torniamo per un attimo a quel luglio del 2025. Mentre mezzo mondo si preoccupava delle tensioni geopolitiche e l’altro mezzo cercava di capire se l’intelligenza artificiale ci avrebbe rubato il lavoro o solo reso più pigri, Tim Cook si presentava agli investitori con un sorriso da 94 miliardi di dollari. Una cifra che, da sola, supera il PIL di intere nazioni. Ma limitarsi a applaudire la capacità di Apple di stampare denaro sarebbe ingenuo.

Dietro quel +10% di crescita anno su anno non c’è solo l’amore incondizionato dei fanboy per l’alluminio satinato: c’è una strategia di accerchiamento dei dati personali e un tempismo politico sospetto che merita di essere dissezionato.

La corsa all’oro prima della tempesta

Per capire cosa è successo veramente, bisogna leggere tra le righe dei comunicati stampa trionfali. Il motore di questa crescita non è stato un’improvvisa illuminazione collettiva sulla necessità di possedere un nuovo iPhone, ma la paura. La minaccia dei dazi statunitensi sull’elettronica made in China ha scatenato una corsa all’acquisto preventivo che ha drogato il mercato. I consumatori, terrorizzati dall’idea di vedere i prezzi schizzare alle stelle in autunno, hanno anticipato gli acquisti.

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In questo scenario di panico indotto, Apple ha riportato un fatturato record di 94 miliardi di dollari per il terzo trimestre del 2025, battendo le aspettative e dimostrando ancora una volta che le incertezze globali sono, per le Big Tech, ottime opportunità di business. L’iPhone, che molti analisti davano per spacciato o quantomeno stagnante, ha visto i ricavi crescere del 13%, toccando i 44,6 miliardi di dollari.

Tuttavia, attribuire tutto al genio del design di Cupertino sarebbe un errore grossolano. La verità è che l’azienda ha saputo capitalizzare sull’ansia. E mentre noi ci affrettavamo a comprare l’iPhone 16 per paura dei rincari, stavamo anche, forse inconsapevolmente, firmando un nuovo patto col diavolo riguardo alla nostra privacy. Ogni nuovo dispositivo venduto non è solo un pezzo di hardware: è un terminale di raccolta dati sempre più sofisticato, infarcito di sensori e algoritmi pronti a mappare ogni nostro respiro.

Tim Cook, con la consueta abilità retorica, ha ovviamente puntato i riflettori sulla “magia” del prodotto, evitando accuratamente di menzionare come le dinamiche macroeconomiche abbiano spinto i consumatori verso i loro negozi.

Oggi Apple è orgogliosa di annunciare un fatturato record per il trimestre di giugno con una crescita a due cifre per iPhone, Mac e Servizi e una crescita in tutto il mondo, in ogni segmento geografico.

— Tim Cook, CEO di Apple Inc.

“Orgogliosa”. Un termine interessante per un’azienda che sta consolidando un monopolio di fatto sulle nostre vite digitali. Ma la vera miniera d’oro, quella che dovrebbe farci aggrottare la fronte, non è il telefono che teniamo in mano, ma l’ecosistema invisibile che lo circonda.

Il vero prodotto siamo noi?

Se l’hardware è l’amo, i “Servizi” sono la rete da cui è impossibile uscire. È qui che la maschera della privacy friendly company inizia a mostrare le prime crepe. Apple ha trasformato il suo modello di business: non vende più solo oggetti, vende l’accesso a noi stessi. App Store, iCloud, Apple Pay, abbonamenti vari: ogni transazione, ogni backup, ogni app scaricata è un pedaggio che paghiamo per vivere nel loro giardino recintato.

I numeri sono impressionanti e inquietanti allo stesso tempo: i ricavi derivanti dai Servizi hanno raggiunto la cifra monstre di 27,4 miliardi di dollari, segnando una crescita del 13% rispetto all’anno precedente. Questo significa che quasi un terzo del fatturato di Apple non proviene dalla vendita di scatole, ma dalla monetizzazione continua della sua base utenti. È una rendita di posizione che farebbe invidia a qualsiasi stato sovrano.

E qui sorge la domanda che ogni garante della privacy dovrebbe porsi: quanto di questo successo deriva dalla reale utilità dei servizi e quanto dalla mancanza di alternative? Il cosiddetto “ecosistema” è progettato per essere una trappola di velluto. Uscirne è tecnicamente possibile, ma doloroso e costoso. I dati sono bloccati, le abitudini cristallizzate. E mentre il GDPR in Europa cerca faticosamente di imporre l’interoperabilità e la portabilità dei dati, Apple continua a costruire muri sempre più alti, giustificandoli con la scusa della sicurezza.

La narrazione è sempre la stessa: “Chiudiamo tutto per proteggervi”. Ma proteggerci da chi? Forse dai concorrenti, sicuramente non dal loro stesso sguardo. Quando un’azienda controlla sia il dispositivo fisico, sia il sistema operativo, sia il negozio di applicazioni, sia il sistema di pagamento, il conflitto di interessi non è un rischio: è una certezza strutturale.

I ricavi dei Mac sono stati di 8 miliardi di dollari, in crescita del 15% anno su anno, trainati dalla continua forza del portafoglio, inclusi MacBook Air, Mac Mini e MacBook Pro.

— Kevan Parekh, CFO di Apple Inc.

Anche il ritorno di fiamma dei Mac, spinto dai nuovi chip M3 e M4, rientra in questa logica. Più potenza di calcolo locale significa, in teoria, meno dati inviati al cloud. Ma in pratica, significa che il dispositivo locale diventa un centro di elaborazione dati talmente potente da poter analizzare le nostre abitudini in tempo reale senza che noi ce ne rendiamo conto, preparando il terreno per l’ultimo atto di questa commedia: l’intelligenza artificiale pervasiva.

L’intelligenza Artificiale come cavallo di Troia

L’elefante nella stanza, ovviamente, è l’IA. O come piace chiamarla a Cupertino per non mischiarsi con la plebe, “Apple Intelligence”. Nel 2025, l’integrazione dell’IA nei dispositivi è stata venduta come la rivoluzione che aspettavamo. Ma a che prezzo?

L’IA ha bisogno di contesto. Per funzionare, deve sapere chi sei, cosa fai, con chi parli, dove vai. Apple giura che tutto avviene “on-device”, sul dispositivo, e che la privacy è sacra. Ma la fame di dati dei modelli generativi è insaziabile. La spinta verso l’aggiornamento hardware, con la fine dell’anno fiscale 2025 di Apple che ha segnato un’impennata nelle vendite di iPhone, è stata giustificata proprio dalla necessità di avere chip capaci di gestire questi carichi di lavoro.

Stiamo letteralmente comprando dispositivi più costosi per permettere ad Apple di analizzare meglio i nostri dati. È un capolavoro di marketing: far pagare l’utente per l’infrastruttura di sorveglianza che lo monitora. Certo, ci dicono che serve per Siri, per ritoccare le foto, per riassumere le email. Ma la linea tra “assistente utile” e “spia tascabile” è sottile quanto un capello.

Se analizziamo la situazione con la lente del Regolamento Europeo sull’Intelligenza Artificiale (AI Act), la posizione di Apple diventa ancora più scivolosa. Mentre si presentano come i paladini della privacy contro le pratiche predatorie di Google o Meta, la realtà è che stanno solo cambiando il modello: non vendono i tuoi dati agli inserzionisti, li usano per tenerti legato a loro per sempre. L’obiettivo non è la pubblicità, è la ritenzione a vita.

Siamo di fronte a un paradosso tecnologico: l’azienda che più di tutte ha fatto della privacy il suo stendardo è anche quella che sta costruendo la gabbia dorata più impenetrabile della storia. I 94 miliardi di dollari incassati in un solo trimestre estivo non sono il premio per l’innovazione, ma il costo del riscatto che paghiamo per la nostra vita digitale. E la domanda che resta sospesa, mentre guardiamo questi grafici in ascesa verticale, è semplice: fino a quando saremo disposti a pagare per essere il prodotto?

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