Facebook Sorpassa Tiktok in Kenya: Una Vittoria della Clonazione Algoritmica

Facebook Sorpassa Tiktok in Kenya: Una Vittoria della Clonazione Algoritmica

Mentre l’Occidente si interroga su antitrust e TikTok, Facebook in Kenya replica il modello del rivale cinese, tra sorveglianza e algoritmi

Se credevate che Facebook fosse ormai un ospizio digitale destinato a spegnersi lentamente tra un post di auguri glitterato e una fake news condivisa da un lontano parente, forse è il caso di rivedere le vostre certezze.

O, meglio, di guardare con molta attenzione a ciò che sta accadendo in Kenya proprio in questi giorni di fine 2025.

Mentre in Occidente ci si straccia le vesti (giustamente) sulle normative antitrust e ci si preoccupa dell’ascesa inarrestabile di TikTok, a Nairobi sta andando in scena una trama degna di un thriller corporativo: il vecchio gigante blu di Mark Zuckerberg non solo non è morto, ma ha appena mangiato il suo giovane rivale cinese a colazione.

La notizia potrebbe sembrarvi esotica o irrilevante, confinata in un mercato emergente lontano dalle nostre scrivanie europee protette dal GDPR (almeno sulla carta).

Sarebbe un errore madornale pensarla così.

Il sorpasso di Facebook su TikTok in Kenya non è un incidente di percorso, ma la prova tecnica di una strategia ben precisa: la colonizzazione dell’attenzione attraverso la clonazione spudorata e la forza bruta degli algoritmi. Non stiamo assistendo al trionfo della “connessione sociale”, ma alla vittoria di un modello di business basato sulla sorveglianza che ha imparato a mimare perfettamente i suoi concorrenti più giovani.

Dimenticate la narrazione rassicurante delle Big Tech che parlano di “comunità”. Qui si tratta di numeri, di dollari pubblicitari e, soprattutto, dei nostri dati biometrici e comportamentali svenduti al miglior offerente.

E se Facebook riesce a ribaltare il tavolo in un mercato giovane e dinamico come quello keniota, dove l’età media è bassa e la fame di digitale è altissima, significa che la macchina di Menlo Park ha trovato il modo di riprogrammare le nostre abitudini, ovunque noi siamo.

Il trucco dell’algoritmo (e la fine della scelta consapevole)

Ma come ha fatto un social network nato nel 2004 a recuperare terreno su un’app progettata specificamente per mandare in cortocircuito i recettori di dopamina della Gen Z?

La risposta non risiede in un’improvvisa ondata di nostalgia tra i teenager africani, né in una miracolosa innovazione di prodotto uscita dai laboratori di Meta.

La risposta è molto più banale e inquietante: Reels. O meglio, l’imposizione forzata di Reels.

Secondo i dati sul traffico internet analizzati da Cloudflare e riportati dai media locali, Facebook ha scalato le classifiche non perché la gente volesse scrivere più stati testuali, ma perché è stata inondata di video brevi.

Cloudflare ha rilevato che Facebook ha superato TikTok come seconda piattaforma più visitata dopo Google, relegando l’app di ByteDance a una sorprendente ottava posizione nel ranking del traffico internet locale.

Non è un successo organico; è un successo indotto dall’architettura della piattaforma.

Se aprite Facebook oggi, non vedete più i vostri amici. Vedete ciò che l’algoritmo decide che dovete vedere per restare incollati allo schermo cinque secondi in più. È la “tiktokizzazione” di Internet, ma gestita da un’azienda che possiede già il grafo sociale di mezzo pianeta.

Un portavoce di Cloudflare ha sintetizzato il fenomeno con una franchezza che raramente si trova nei comunicati stampa ufficiali:

L’aumento dell’utilizzo di Facebook è guidato principalmente dai Reels e dalle raccomandazioni algoritmiche, che hanno catturato con successo l’attenzione degli utenti.

— Portavoce, Cloudflare

Catturare l’attenzione. Notate il linguaggio predatorio? Non si parla di “soddisfare un bisogno” o “creare valore”, ma di cattura.

Meta ha capito che per battere TikTok non serviva inventare qualcosa di nuovo, bastava copiare il formato del nemico e iniettarlo a forza nelle vene digitali della sua immensa base utenti preesistente. È la vittoria del push sul pull.

E mentre noi scorriamo passivamente video di dieci secondi, l’infrastruttura di tracciamento sottostante lavora a pieno regime, raccogliendo metadati su quanto tempo indugiamo su un’immagine, dove clicchiamo, e come reagiamo emotivamente ai contenuti.

Ma c’è un altro aspetto che rende questa rimonta particolarmente istruttiva per chi si occupa di privacy e diritti digitali.

I numeri non dicono tutta la verità

Quando si leggono i rapporti trionfalistici sulle performance delle piattaforme, bisogna sempre chiedersi: chi sta contando? E cosa sta contando esattamente?

La guerra dei numeri tra Meta e TikTok è anche una guerra di definizioni, fatta per confondere gli inserzionisti e, di riflesso, i regolatori.

In Kenya, la situazione è paradossale. Da un lato abbiamo un utilizzo percepito massiccio di TikTok tra i giovanissimi, dall’altro i dati ufficiali che mostrano Facebook riprendersi la corona.

I dati più recenti mostrano che Facebook ha sorpassato TikTok diventando il sito social più popolare, con una penetrazione che raggiunge il 51,2% della popolazione adulta.

Ma attenzione a non confondere la “portata pubblicitaria” (ad reach) con gli utenti attivi reali.

Le metriche di “ad reach” sono il fumo negli occhi preferito dalle Big Tech. Rappresentano il numero potenziale di persone che un inserzionista può colpire, non necessariamente quante persone stanno effettivamente usando l’app con gioia e convinzione.

Meta è maestra nel gonfiare queste stime includendo account dormienti, bot o profili duplicati che però “tecnicamente” sono raggiungibili da un’inserzione. TikTok, dal canto suo, ha numeri gonfiati dalla viralità ma forse una base utenti meno “monetizzabile” agli occhi delle aziende.

Tuttavia, il trend è innegabile: Facebook sta monetizzando meglio la sorveglianza.

Mentre TikTok cresce tra i maschi (64,5% della sua audience in Kenya) e i giovanissimi, Facebook mantiene una presa trasversale, quasi istituzionale. È diventato l’infrastruttura di base, il “servizio pubblico” privato da cui non si può prescindere.

E qui casca l’asino (e la nostra privacy).

Il regolatore che guarda altrove

In questo scenario, il ruolo delle autorità di controllo dovrebbe essere cruciale. Eppure, leggendo le dichiarazioni della Communications Authority of Kenya (CA), si ha l’impressione di assistere a una presa d’atto notarile piuttosto che a un’analisi critica dei rischi di monopolio informativo.

La frequente menzione di Facebook e WhatsApp dimostra quanto siano ampiamente utilizzati e quanto siano influenti nello spazio digitale del Kenya. I social media sono accessibili principalmente tramite telefoni cellulari e rimangono una componente chiave del consumo dei media.

— Communications Authority of Kenya

“Componente chiave del consumo dei media”. Traduzione: Facebook e WhatsApp sono diventati Internet.

Quando un’unica azienda (Meta) controlla le due principali vie di accesso all’informazione e alla comunicazione interpersonale di un’intera nazione, parlare di “concorrenza” diventa un esercizio di stile.

E se pensate che questo sia un problema solo africano, guardate al vostro telefono: quante volte oggi avete aperto un’app che non appartiene a Meta, Google o ByteDance?

Il pericolo reale non è chi vince tra Mark Zuckerberg e Zhang Yiming. Il pericolo è l’accettazione passiva di un ecosistema digitale in cui l’unica metrica di successo è la capacità di estrarre dati comportamentali per vendere pubblicità mirata.

Gli strumenti pubblicitari di Meta indicano un pubblico potenziale di 17 milioni di utenti solo in Kenya: 17 milioni di profili psicografici dettagliati, pronti per essere utilizzati non solo per vendere scarpe, ma per influenzare opinioni politiche, orientamenti sociali e comportamenti collettivi.

La resurrezione di Facebook in Kenya ci insegna che i giganti del web non muoiono quasi mai: si trasformano.

Meta ha dimostrato di poter sopravvivere all’emorragia di utenti giovani semplicemente copiando le tattiche aggressive dei rivali e applicandole su scala industriale. Hanno sacrificato l’originalità sull’altare dell’engagement algoritmico.

La domanda che dovremmo porci, mentre osserviamo questi numeri dal nostro osservatorio privilegiato, non è “quale social vincerà”, ma cosa stiamo perdendo noi utenti in questa corsa al ribasso.

Se l’unico modo per Facebook di restare rilevante è diventare una brutta copia di TikTok, piena di video spazzatura che non abbiamo chiesto di vedere, e se questo modello funziona così bene da generare profitti record e schiacciare la concorrenza, quale incentivo avrà mai il mercato per proporre tecnologie che rispettino la nostra autonomia cognitiva e la nostra privacy?

La risposta, temo, è nei numeri di Nairobi: assolutamente nessuno.

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