Google ha riscritto le regole anti-clickbait due volte in un anno
Google ha riscritto le regole anti-clickbait per YouTube e Discover Feed, mirando a immagini scioccanti e affermazioni sanitarie fuorvianti, ma senza cambiare l'enforcement.
Nuova riscrittura dopo il fallimento della prima nel ridurre gli annunci ingannevoli.
Stai scorrendo YouTube in pausa pranzo e appare quell’annuncio: miniatura sgranata, freccia rossa fluorescente che punta a una pancia, promessa di dieci chili persi in una settimana. Lo scatto involontario del pollice che vorrebbe far sparire tutto, la sensazione di essere preso in giro da un’immagine costruita apposta per farti sobbalzare. Ecco, esattamente questo tipo di creatività è nel mirino di un aggiornamento dei requisiti pubblicitari che Google ha pubblicato lo scorso 11 agosto per YouTube e Discover Feed, il flusso di notizie personalizzato che si trova nell’app Google e in altri suoi prodotti. Sulla carta, l’obiettivo dichiarato è “un linguaggio migliore e più leggibile” per chi fa pubblicità su queste due piattaforme. Ma dietro la formula burocratica c’è un bersaglio molto concreto: clickbait, immagini scioccanti, affermazioni sanitarie fuorvianti. Insomma, tutta quella pubblicità che urla invece di parlare. Ma perché Google riscrive le stesse regole due volte in meno di un anno? La risposta non è solo tecnica.
Il déjà vu delle regole (e il confronto scomodo con Meta)
Dalla cronaca quotidiana alla domanda di fondo: perché rimettere mano a un documento che, in teoria, dovrebbe già dire tutto quello che serve? Perché, come ha notato un’analisi di PPC Land, questo di agosto 2026 non è un intervento isolato: è la seconda riscrittura dello stesso documento in meno di undici mesi. Non un ritocco, un pattern. E quando un’azienda grande come Google torna due volte sullo stesso testo in così poco tempo, di solito significa una cosa sola: la prima volta non ha funzionato abbastanza, o il problema che voleva risolvere non si è affatto ridimensionato. Il problema, in questo caso, ha un nome preciso: i requisiti di qualità creativa aggiuntivi che Google impone su YouTube e Discover Feed, pensati — si legge nella documentazione ufficiale — per garantire “un’esperienza utente di alta qualità, sicura e positiva”. Tradotto: niente titoli acchiappa-click che promettono rivelazioni sconvolgenti e poi vendono un corso online, niente immagini pensate per generare disgusto o paura solo per fermare lo scroll, niente claim sanitari che sembrano usciti da un articolo scientifico ma in realtà sono aria fritta confezionata bene. È lo stesso identico terreno su cui si muove da tempo Meta, che nei suoi standard pubblicitari vieta esplicitamente “annunci con contenuti scioccanti, sensazionalistici o eccessivamente violenti”, oltre a certi contenuti per adulti e alla volgarità. Due colossi, due documenti diversi, la stessa lista di peccati capitali della pubblicità digitale. Non è un caso: se il clickbait funziona ovunque, le piattaforme che vivono di pubblicità devono difendersi ovunque, altrimenti rischiano di trasformare i loro feed in gallerie degli orrori a pagamento. La domanda, però, resta aperta: se le regole di fondo sono le stesse di prima, e a cambiare è solo la formulazione, cosa sta davvero succedendo? Se le regole restano sulla carta, a chi giovano davvero questi aggiornamenti?
Cosa cambia davvero per te e per chi fa pubblicità
Dunque: nuove regole, ma zero cambiamenti nell’enforcement. È scritto nero su bianco nella documentazione di Google: l’aggiornamento “mira a fornire informazioni più chiare agli inserzionisti e non modifica l’applicazione delle politiche”. Cioè: chi già rispettava le regole non deve fare nulla di diverso, e chi le aggirava non rischia oggi controlli più severi di ieri. Per ora, insomma, è più un lavoro di chiarezza linguistica che un giro di vite operativo — quello che in redazione chiameremmo un aggiornamento “dichiaratorio”: si scrive meglio quello che si intende, ma non si stringe ancora la mano sul volante dell’enforcement. Per chi fa pubblicità su YouTube e Discover Feed, il consiglio pratico è semplice: è il momento buono per rileggere le proprie creatività con occhio critico, prima che l’applicazione più severa arrivi davvero — perché la storia recente, con due riscritture in meno di un anno, suggerisce che Google non ha ancora finito di limare questo fronte. Per chi quelle pubblicità le subisce scrollando il feed la sera, il beneficio resta per ora sulla carta: le regole ci sono, sono più chiare, ma bisognerà vedere se e quando si tradurranno in meno frecce rosse puntate addosso e meno promesse di dimagrimento impossibile.
Non è ancora un giro di vite, ma somiglia a un avviso ai naviganti: Google sta preparando il terreno, e chi fa pubblicità sul serio farebbe bene a ripulire le proprie creatività prima che l’enforcement diventi concreto. Per tutti gli altri, quelli che scrollano e basta, resta da vedere se nei prossimi mesi lo scroll diventerà davvero un po’ meno urlato.