Google ha cambiato strategia legale contro Perplexity
Google cambia strategia legale contro Perplexity, puntando sui contratti di licenza. Meta costruisce un motore di ricerca AI proprietario per ridurre la dipendenza da Google.
La disputa passa dal copyright ai contratti di licenza
La licenza come arma: il nuovo perno legale
La mossa non è un semplice aggiornamento processuale. Come ricostruito da Search Engine Roundtable, Google ha rifiled la causa lo scorso 10 agosto con una teoria legale completamente diversa da quella iniziale, incentrata non più sul copyright in senso stretto ma sulla protezione dei contenuti concessi in licenza — Reddit su tutti, dato l’accordo commerciale che lega le due aziende. Search Engine Journal ha spiegato con precisione tecnica il motivo di questo cambio di rotta: la denuncia originaria si scontrava con un vuoto probatorio, perché Google non deteneva un titolo di copyright diretto e sufficientemente solido sui contenuti aggregati nei risultati di ricerca. La soluzione trovata dai legali di Mountain View è stata elegante quanto pragmatica: se il copyright non basta, si passa ai termini degli accordi di licenza dei contenuti per colmare quel gap.
Il punto tecnico è questo: un contratto di licenza non è soggetto agli stessi standard probatori del copyright. Non serve dimostrare originalità, autorialità o violazione diretta di un’opera protetta: basta dimostrare che un terzo ha eluso o violato le condizioni d’uso stabilite contrattualmente tra le parti. È una scorciatoia giuridica potente, perché sposta la battaglia dal terreno incerto della proprietà intellettuale a quello molto più controllabile del diritto contrattuale, dove chi scrive le clausole — in questo caso Google, forte dei suoi accordi milionari con Reddit e altre piattaforme — ha un vantaggio strutturale enorme. Se il contratto sostituisce il copyright come strumento di enforcement, la domanda che si pone chiunque costruisca un servizio sopra il web pubblico è inevitabile: quanto è ancora “pubblico” un contenuto se l’accesso passa attraverso licenze negoziate a monte? La risposta, almeno in parte, arriva da chi ha deciso di non dipendere più da quell’infrastruttura.
Meta costruisce il suo indice, Google accelera sull’automazione
La risposta non arriva da un tribunale ma da un’architettura alternativa. Secondo quanto riportato da The Information, Meta sta costruendo un proprio motore di ricerca basato sull’intelligenza artificiale proprio per ridurre la dipendenza dalle risposte di Google e Bing. Non è una notizia nuova in assoluto — già nell’ottobre 2024 The Information aveva rivelato che Meta lavorava a un motore di ricerca AI interno per alimentare le risposte del chatbot Meta AI senza appoggiarsi ai due giganti della ricerca — ma nei giorni scorsi la notizia è tornata d’attualità grazie a un post su X di Pieter Levels, che ha reso pubblico il fatto che Meta/Facebook sta effettivamente facendo crawling del web su larga scala.
La logica architetturale, ricostruita da Search Engine Roundtable, è tanto semplice quanto rivelatrice: se l’AI di Meta effettua una ricerca web e finisce per appoggiarsi ai risultati di Google, quei dati e quelle interazioni potrebbero finire per alimentare indirettamente il training degli stessi modelli di Google. Costruire un indice web proprietario significa invece chiudere quel loop: Meta AI risponde usando dati raccolti ed elaborati internamente, senza passare da un’infrastruttura concorrente che potrebbe trasformare quel traffico in materiale di addestramento altrui. È una strategia difensiva prima ancora che offensiva, e conferma quanto il crawling e l’indicizzazione siano tornati centrali proprio nell’era dei modelli generativi.
Sul fronte Google, intanto, l’accelerazione sugli strumenti automatizzati prosegue senza sosta: sono in test nuovi pulsanti AI direttamente in home page, Search Console ha ampliato ulteriormente il reporting sulla generative AI, e a settembre Google Ads eliminerà del tutto l’impostazione di targeting manuale, mentre il 24 agosto Merchant Center introdurrà aggiornamenti ai report sulle performance. Ma chi controlla l’indice controlla anche la qualità delle risposte che ne escono — ed è proprio qui che la strategia comincia a mostrare le prime crepe.
Il prezzo della delega: citazioni fragili e creatori minacciati
Non è un dettaglio di governance astratto: si vede già nei risultati concreti che gli utenti trovano in pagina. La local SEO expert Joy Hawkins ha documentato come le AI Overviews di Google nei risultati del local pack citino spesso listicle autopromozionali di scarsa qualità invece dei siti ufficiali delle attività commerciali recensite — un cortocircuito in cui il sistema di sintesi automatica preferisce una fonte terza, ottimizzata per l’aggregazione, rispetto alla fonte primaria che quel contenuto lo ha effettivamente generato. Sul fronte visivo il problema non è diverso: Inspired Taste ha sostenuto che le immagini generate automaticamente da Google nelle AI Overviews minacciano direttamente il lavoro dei creator, sostituendo con output sintetici ciò che prima richiedeva produzione fotografica originale.
Il filo che collega questi episodi è lo stesso che attraversa la causa SerpAPI e la scommessa architetturale di Meta: la partita non si gioca più sul ranking, ma sulla provenienza e sulla qualità dei dati che finiscono nei modelli e nelle citazioni. Se i contratti di licenza sostituiscono il copyright come strumento di controllo e gli indici proprietari diventano la norma per chi può permetterseli, l’unico vantaggio competitivo che resta davvero difendibile per chi sviluppa prodotti sopra questa infrastruttura è la qualità delle fonti che riesce a far emergere — non l’algoritmo che le ordina, ma i dati che lo alimentano.