Apple ha cambiato la tassa per le app in Europa
Apple rivede la Core Technology Fee nell'UE: ora si paga il 5% sulle transazioni digitali, non più per installazione. Novità dal 1° ottobre.
La nuova commissione del 5% sostituisce la tassa per installazione e introduce un controllo di solidità finanziaria per gli operatori
Ieri Apple ha rifatto i conti del suo prelievo sulle app nell’Unione Europea, e lo ha fatto cambiando la variabile che finora contava davvero. Non più l’installazione come evento tassabile, ma la transazione. Secondo l’annuncio ufficiale di Apple, la Core Technology Fee — una tariffa per installazione che colpiva solo gli sviluppatori che raggiungevano una scala straordinaria — lascerà il posto alla Core Technology Commission, un prelievo del 5% calcolato sulle transazioni digitali generate dalle app distribuite fuori dall’App Store. Apple parla di una revisione arrivata dopo una stretta collaborazione con la Commissione Europea, formula diplomatica che nasconde mesi di frizione regolatoria.
Da installazione a transazione: il cambio di variabile che rifà i conti
Il dettaglio tecnico sembra minore, ma non lo è. Un modello per installazione premia chi genera poche transazioni ma tanti download — penalizzava app gratuite, freemium ad alto volume, o semplicemente chi costruiva un marketplace alternativo di successo prima ancora di monetizzare. Un modello per transazione, al contrario, lega il prelievo direttamente al fatturato che l’app effettivamente produce: zero transazioni, zero commissione. È lo stesso spostamento concettuale che separa una licenza fissa da una fee variabile — chi ha scritto anche solo un billing system lo sa bene.
Il cambio non arriva nel vuoto. Già lo scorso aprile 2025 la Commissione Europea aveva multato Apple con 500 milioni di euro per violazione dell’obbligo anti-steering del Digital Markets Act (nella stessa occasione Meta era stata sanzionata con 200 milioni per non aver offerto agli utenti una scelta con meno raccolta di dati personali). E lo scorso settembre Apple stessa aveva denunciato pubblicamente che la Commissione europea aveva respinto le sue proposte per proteggere i dati degli utenti. Il contesto, insomma, è quello di un negoziato lungo e non sempre amichevole, che ora produce un primo assestamento tariffario. Ma quanto costerà davvero agli sviluppatori? Le percentuali annunciate nascondono una soglia e un requisito operativo che vale la pena scomporre.
Sotto il cofano: percentuali, soglie e la stabilità finanziaria come prerequisito
Il 5% è solo una delle cifre in gioco, e riguarda esclusivamente le transazioni digitali di app distribuite fuori dall’App Store. Per chi resta dentro l’App Store e usa Apple In-App Purchase, la commissione sale al 26%. Ma — ed è qui che la scala di grigi diventa interessante — per la maggior parte degli sviluppatori la percentuale effettiva scende al 15%: vale per chi rientra nell’App Store Small Business Program, nel Mini Apps Partner Program, nel Video Partner Program, e per gli abbonamenti a rinnovo automatico dopo il primo anno. È un impianto a più livelli che ricorda più una griglia di pricing SaaS che una tariffa unica, e che premia chi struttura il proprio business in categorie precise fin dall’inizio.
Il pacchetto elimina anche due voci che avevano complicato il primo anno di Digital Markets Act: la Initial Acquisition Fee e la Store Services Fee, entrambe cancellate dai nuovi termini. Ma la parte più rilevante per chi progetta l’architettura di un marketplace alternativo riguarda l’accesso, non solo il prezzo. Apple amplia l’idoneità a operare marketplace di app alternativi o a usare la distribuzione web nell’UE, ma introduce un requisito che finora non c’era in questa forma: una valutazione di stabilità finanziaria “moderata”, misurata da un punteggio secondo Dun & Bradstreet. È un filtro tipico del mondo enterprise B2B — chiunque abbia dovuto ottenere un merchant account sa cosa significa passare per un credit scoring esterno — e segna un cambio di paradigma nel modo in cui Apple pensa all’ammissione dei player alternativi: non più solo requisiti tecnici o legali, ma solidità finanziaria certificata da terzi. Resta da capire come questo si traduce concretamente per chi vuole costruire un marketplace o distribuire via web: cosa serve davvero per operare, oltre ai numeri.
Cosa cambia nello stack: niente più entità UE, commissioni eliminate e il parallelo con Google
Dai numeri ai prerequisiti operativi, il cambiamento più concreto per chi sviluppa è la rimozione di un vincolo geografico: le aziende non sono più tenute ad avere una entità legale o a essere stabilite nell’Unione Europea per gestire un marketplace alternativo di app o utilizzare la distribuzione web. È una barriera all’ingresso che spariva, sostituita — come visto — da un controllo di solidità finanziaria che agisce come proxy per la fiducia geografica. Chi voleva competere con l’App Store da fuori l’UE, semplicemente, ora può farlo con un’entità con sede altrove, purché superi lo screening.
Il confronto con Google Play è istruttivo, perché i due colossi stanno convergendo verso architetture di commissione sorprendentemente simili pur partendo da strade diverse. Lo scorso giugno Google aveva annunciato la propria revisione delle commissioni nello Spazio Economico Europeo, separando la commissione di servizio da quella di fatturazione e fissando quest’ultima al 5% negli Stati Uniti, nel Regno Unito e nel SEE — lo stesso numero che Apple ora applica alla sua Core Technology Commission. Google, però, aveva già introdotto in precedenza, come parte del suo piano di conformità al DMA annunciato nel marzo 2024, una commissione di acquisizione iniziale del 10% per gli acquisti in-app e del 5% per gli abbonamenti, valida per un periodo di due anni — un meccanismo di “ammortamento” della fee iniziale che Apple, con l’eliminazione della propria Initial Acquisition Fee, ha invece scelto di non replicare. Le due aziende, insomma, arrivano a percentuali di superficie comparabili ma con logiche di transizione diverse: Google preferisce spalmare il costo su una finestra temporale, Apple lo azzera direttamente all’origine. Il vero banco di prova arriverà quando i nuovi termini entreranno in vigore, il prossimo 1° ottobre, e gli sviluppatori potranno firmarli fin da subito.
Per chi costruisce marketplace alternativi o distribuisce via web nell’UE, la ricalibrazione non riguarda solo il pricing esposto agli utenti finali, ma l’intera gestione del flusso transazionale: il prelievo di Apple non è più un costo fisso legato al numero di installazioni, bensì una variabile agganciata al fatturato reale. È un cambio che sposta il rischio finanziario — meno prevedibile in fase di crescita rapida, più equo in fase di stallo — e che richiede di ripensare come si traccia, si audita e si riporta ogni singola transazione digitale. L’architettura della conformità cambia, e con essa cambia anche il punto di pareggio per chiunque scommetta sulla distribuzione alternativa in Europa.