California: L'accordo Google per il giornalismo locale è un fallimento?

California: L’accordo Google per il giornalismo locale è un fallimento?

La partnership tra California e Google si rivela un fallimento: promesse di finanziamenti evaporati e controllo politico sull’informazione locale.

Ci avevano promesso la salvezza del giornalismo locale, un accordo storico tra lo Stato della California e il gigante di Mountain View che avrebbe dovuto far scorrere fiumi di denaro nelle casse esangui delle redazioni. Era il 2024, e l’annuncio suonava trionfale: un fondo da centinaia di milioni di dollari, una tregua armata dopo la minaccia di una “link tax” che aveva fatto tremare i polsi a Google.

Oggi, 10 gennaio 2026, guardando i numeri del bilancio appena presentato dal governatore Gavin Newsom, quella promessa assomiglia sempre più a un miraggio nel deserto digitale. O forse, più cinicamente, a un’operazione di reputation laundering perfettamente riuscita.

Il punto non è solo che i soldi sono pochi, ma che il meccanismo si è inceppato prima ancora di partire. Mentre il mondo discute di come l’intelligenza artificiale stia cannibalizzando il diritto d’autore, in California si gioca una partita molto più sottile sulla pelle dell’informazione indipendente. Il bilancio statale appena svelato ha una caratteristica peculiare: per il programma di partenariato con Google non c’è un centesimo di nuovi stanziamenti. Si naviga a vista con i fondi residui dell’anno scorso, in un limbo burocratico che fa comodo a molti, tranne che ai giornalisti.

La scusa ufficiale è tecnica, quasi noiosa, perfetta per addormentare l’opinione pubblica mentre i dettagli importanti vengono nascosti sotto il tappeto. Joe Stephenshaw ha spiegato che, sebbene il nuovo bilancio del governatore non abbia aggiunto fondi freschi per la partnership giornalistica con Google, i 10 milioni di dollari precedentemente approvati sono rimasti al loro posto. Tradotto dal burocratese: abbiamo ancora i soldi vecchi perché non siamo riusciti a spenderli.

E il motivo per cui non sono stati spesi è la vera notizia.

L’arte del ribasso (e del controllo)

Facciamo un passo indietro per unire i puntini. Nel 2024, la California aveva in canna una legge (il California Journalism Preservation Act) che avrebbe costretto le piattaforme a pagare per ogni link alle notizie. Un incubo per il modello di business basato sulla profilazione e sull’aggregazione gratuita dei contenuti altrui. Google, con la consueta eleganza di un elefante in cristalleria, aveva minacciato di oscurare le notizie in tutto lo stato. Poi, il miracolo: l’accordo. Niente tassa obbligatoria, ma un fondo “volontario”.

Le cifre iniziali parlavano di un programma da 250 milioni di dollari in cinque anni. Sembrava una vittoria. Ma se andiamo a leggere le clausole in piccolo e guardiamo la realtà odierna, la cifra si è sgonfiata come un palloncino bucato. L’impegno statale per il primo anno è crollato da 30 a 10 milioni, e Google si limita a pareggiare quella cifra.

Siamo passati da una rivoluzione strutturale a una mancia.

E c’è di peggio: la natura “volontaria” dell’accordo significa che Big Tech tiene il coltello dalla parte del manico. Se domani decidessero che il giornalismo non è più “strategico” per i loro algoritmi, potrebbero chiudere i rubinetti senza violare alcuna legge.

Ma il vero capolavoro è amministrativo. Invece di un fondo indipendente gestito da accademici o giornalisti, il controllo è finito nelle mani del Governor’s Office of Business and Economic Development (GO-Biz). Sì, avete letto bene: un ufficio governativo per lo sviluppo economico deciderà chi merita fondi per fare informazione.

Il denaro nel bilancio attuale viene mantenuto, e questo è un programma che è ancora in fase di allestimento.

— Joe Stephenshaw, Direttore del Dipartimento delle Finanze della California

L’idea che un ufficio politico gestisca i fondi per la stampa dovrebbe far scattare allarmi in chiunque abbia a cuore la democrazia, ma sembra che l’euforia per i soldi di Google abbia anestetizzato ogni senso critico.

Chi decide cosa è notizia?

L’aspetto più inquietante di questa vicenda non è economico, ma strutturale. Affidare la gestione di questo fondo al GO-Biz trasforma il supporto al giornalismo in una leva di politica economica, se non addirittura di propaganda. La descrizione ufficiale del programma sul sito del GO-Biz definisce la struttura di base e la portata della partnership tra Google e la California, parlando di “rafforzare il coinvolgimento della comunità”. Un linguaggio vago che, nel mondo della privacy e dei dati, spesso nasconde insidie.

Critici come l’ex senatore Steve Glazer hanno sollevato una domanda provocatoria ma necessaria: se al posto di Newsom ci fosse un governatore ostile alla stampa, come verrebbe usato questo potere discrezionale? La struttura attuale permette all’esecutivo di “scegliere i vincitori e i vinti”. E in un ecosistema in cui le testate locali muoiono di fame, essere esclusi dal “Civic Media Program” potrebbe significare la chiusura. Questo crea un incentivo perverso all’autocensura: meglio non indagare troppo sugli affari del governatore o sui conflitti di interesse della Silicon Valley, se si vuole sperare in quel bonifico salvavita.

Inoltre, c’è il convitato di pietra: i dati.

Google non fa beneficenza.

Il suo modello di business è l’estrazione di dati comportamentali. Inserendosi così profondamente nel tessuto economico delle redazioni locali, quale accesso ottiene? Non parliamo solo di brand washing, ma di una potenziale integrazione tecnica. L’accordo originale prevedeva investimenti in “iniziative AI”. Sappiamo bene cosa significa: addestrare i modelli linguistici di Google sui contenuti di qualità prodotti dai giornalisti, pagando una frazione del loro valore reale. È il classico schema predatorio travestito da innovazione.

Il ritardo nell’implementazione, che ha portato al congelamento dei nuovi fondi, non è solo burocrazia. È il sintomo di un sistema che non sa come riconciliare l’indipendenza editoriale con il controllo statale e corporativo.

Il trucco dei due tavoli

Per capire davvero il gioco delle tre carte, bisogna guardare dove i soldi stanno effettivamente andando. Mentre il programma con Google è impantanato, lo Stato della California ha approvato e finanziato un programma separato di borse di studio per il giornalismo locale presso l’UC Berkeley. Lì i soldi ci sono, e non dipendono dai capricci di un gigante tecnologico.

Questo dimostra che l’ostacolo non è la mancanza di risorse pubbliche, ma la struttura tossica dell’accordo con Google. Big Tech ha ottenuto ciò che voleva: ha ucciso la legislazione vincolante (il CJPA) che avrebbe creato un precedente pericoloso a livello globale, sostituendola con un programma “pilota” che può controllare, rallentare o affamare a piacimento. In un’analisi del California Civic Media Program, Waldman spiega che i legislatori hanno infine stanziato 10 milioni di fondi statali nel programma, una cifra irrisoria se confrontata ai profitti trimestrali di Alphabet, ma sufficiente per comprare il diritto di dire “stiamo aiutando”.

L’annuncio del 2024 aveva proposto un programma da 250 milioni di dollari distribuiti su cinque anni, con 100 milioni di finanziamenti combinati dallo stato e da Google nel primo anno del programma.

— Steven Waldman, Presidente e Co-fondatore di Rebuild Local News

La discrepanza tra i 100 milioni promessi per il primo anno e i 20 milioni (forse) disponibili ora è la misura esatta del successo della lobby di Google. Hanno trasformato un obbligo normativo in una donazione caritatevole, deducibile e gestibile. E nel frattempo, le redazioni aspettano.

Siamo di fronte all’ennesima dimostrazione che la regolamentazione “morbida” e i partenariati pubblico-privati con le Big Tech sono un cavallo di Troia. Mentre ci preoccupiamo della privacy degli utenti online, stiamo vendendo l’infrastruttura stessa della verità fattuale a chi ha tutto l’interesse a manipolarla algoritmicamente.

Se il prezzo per salvare il giornalismo è cederne il controllo all’ufficio del governatore e all’algoritmo di Google, forse è il caso di chiedersi: chi stiamo salvando davvero?

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