Amazon riorganizza la leadership AI: sorveglianza digitale in arrivo?

Amazon riorganizza la leadership AI: sorveglianza digitale in arrivo?

Amazon cambia leadership e mette a capo dell’IA l’uomo dei server: un segnale che l’efficienza e il controllo dei dati contano più dell’etica e della privacy

È il 18 dicembre 2025 e, mentre la maggior parte di noi è impegnata a pianificare le festività, a Seattle qualcuno ha deciso di fare le pulizie di fine anno con un lanciafiamme.

Amazon ha appena annunciato uno dei più grandi rimpasti dirigenziali della sua storia recente, un movimento tettonico che ci dice molto di più sul futuro della sorveglianza digitale di quanto Andy Jassy vorrebbe farci credere.

La notizia nuda e cruda è che Rohit Prasad, il volto dietro l’intelligenza artificiale generale (AGI) di Amazon e padre di Alexa, se ne va.

Al suo posto non arriva un visionario accademico o un filosofo dell’etica digitale, ma Peter DeSantis, l’uomo che finora ha gestito l’infrastruttura “ferro e cavi” di AWS.

Se pensate che sia solo noiosa burocrazia aziendale, vi sbagliate di grosso.

È il segnale definitivo che l’IA, per le Big Tech, ha smesso di essere una frontiera scientifica per diventare pura logistica di estrazione dati e potenza di calcolo.

Ma perché questo cambio della guardia proprio adesso?

E soprattutto, perché dovrebbe preoccuparci il fatto che chi costruisce i server ora comanda anche sugli algoritmi che decidono cosa vediamo, come lavoriamo e, sempre più spesso, come veniamo profilati?

La risposta sta in un mix tossico di panico da ritardo tecnologico e fame di margini di profitto, condito con una disinvoltura verso la privacy che farebbe impallidire un investigatore privato.

Il trionfo del “ferro” sull’etica

Per anni ci hanno raccontato la favola dell’IA come assistente benevolo. Alexa che accende le luci, l’algoritmo che ti consiglia un libro.

Ma la mossa di ieri svela il vero gioco.

Mettendo a capo di tutto DeSantis, un veterano dell’infrastruttura noto per l’efficienza brutale, Amazon ha formalmente unito la leadership per i modelli AI e i chip personalizzati sotto un unico tetto.

Non è un dettaglio da poco.

Significa che non c’è più separazione tra chi progetta il “cervello” (il modello AI come Nova) e chi progetta il “corpo” (i chip Trainium e i data center). Jassy lo ha presentato con il solito entusiasmo aziendale stucchevole:

Peter è uno dei leader più focalizzati sul cliente, inventivi, tecnici e orientati alla missione che abbiamo in Amazon, ed è l’unico adatto a guidare questo prossimo capitolo del nostro viaggio nell’IA e nel silicio.

— Andy Jassy, Presidente e CEO di Amazon

“Orientato alla missione”. Quale missione?

Quella di vendere capacità di calcolo.

La fusione tra hardware e software crea un ecosistema chiuso, ermetico. Dal punto di vista della privacy, è un incubo.

Quando l’infrastruttura è ottimizzata specificamente per far girare quel modello proprietario, la trasparenza diventa tecnicamente impossibile.

Non stiamo più parlando di software che gira su computer generici; stiamo parlando di macchine costruite appositamente per processare dati in modi che solo Amazon comprende appieno.

E qui casca l’asino del GDPR. Il regolamento europeo richiede trasparenza e minimizzazione dei dati.

Ma come si fa a garantire la “spiegabilità” di un algoritmo quando questo è fuso indissolubilmente con il silicio su cui gira, in un’architettura proprietaria impenetrabile progettata per massimizzare la velocità a discapito della verificabilità?

Ma c’è un motivo molto più venale dietro questa riorganizzazione, che va oltre la semplice efficienza tecnica.

Panico a Seattle: la rincorsa disperata

Siamo onesti: Amazon è terrorizzata.

Nonostante i miliardi spesi, la percezione nel settore è che il gigante dell’e-commerce sia rimasto indietro rispetto a OpenAI, Google e Microsoft. Non è una mia illazione cattiva; è quello che dicono gli analisti quando pensano che nessuno li ascolti (o quando scrivono report che spostano il mercato).

La realtà è che l’approccio “frammentato” di Amazon non ha funzionato. Hanno provato a investire 8 miliardi in Anthropic (una mossa che puzza di disperazione per comprare innovazione esterna), hanno lanciato i modelli Nova, ma il mercato non è rimasto impressionato.

La situazione è talmente critica che, in un report di ottobre, gli analisti di Bernstein hanno definito AWS all’ultimo posto nella corsa al cloud per l’IA.

“Ultimo posto”. Per un’azienda che ha praticamente inventato il cloud computing moderno, è un affronto intollerabile.

Ecco perché Jassy ha deciso di far saltare teste.

L’uscita di Rohit Prasad non è un pensionamento felice; è un sacrificio rituale sull’altare di Wall Street.

Ma la fretta è cattiva consigliera, specialmente quando si tratta di tecnologie potenti. Per recuperare terreno, Amazon sta spingendo sull’acceleratore dell’automazione, la cosiddetta “Agentic AI” (IA agentica).

Non si tratta più di chatbot che ti scrivono una poesia, ma di agenti software che agiscono per te: prenotano voli, spostano soldi, gestiscono flussi di lavoro aziendali.

Pensateci un attimo: per far funzionare un “agente” in modo efficiente, questo deve avere accesso totale ai vostri dati, alle vostre credenziali, alle vostre abitudini.

Deve prevedere cosa volete prima che lo chiediate.

È la fine definitiva del concetto di consenso informato granulare.

Se l’agente deve essere autonomo, non può chiedervi il permesso per ogni singolo bit che processa. E con DeSantis al comando, l’obiettivo sarà rendere questi processi rapidi ed economici, non necessariamente sicuri o rispettosi della privacy.

Questa corsa sfrenata non sta piacendo a tutti, nemmeno all’interno delle mura fortificate di Seattle.

Il costo umano e l’ipocrisia della sostenibilità

Mentre i dirigenti si scambiano le poltrone e i bonus azionari, la base della piramide scricchiola. C’è una dissonanza cognitiva assordante tra gli annunci trionfali di Jassy e la realtà dei lavoratori.

Amazon ha tagliato circa 14.000 ruoli corporate negli ultimi anni per “fare spazio” a questi investimenti nell’IA. Stiamo parlando di persone reali sostituite dalla promessa di un algoritmo più efficiente.

E non è solo una questione di posti di lavoro. C’è una resistenza etica che sta montando.

Di recente, oltre mille dipendenti hanno firmato una lettera aperta criticando la strategia dell’azienda. Le loro preoccupazioni? Quelle che tutti dovremmo avere: l’impatto climatico devastante di questi nuovi data center (l’IA consuma energia come una nazione di medie dimensioni) e l’uso di queste tecnologie per scopi militari o di sorveglianza.

È ironico, se non tragico.

Amazon si vanta dei suoi obiettivi climatici, ma poi investe oltre 100 miliardi di dollari in infrastrutture AI che richiedono una quantità di elettricità mostruosa.

Con la nuova leadership unificata sotto DeSantis, l’efficienza energetica sarà probabilmente venduta come un “successo green”, ma la verità è che l’aumento della domanda di calcolo annullerà qualsiasi risparmio marginale.

Si chiama paradosso di Jevons: più rendi efficiente una risorsa, più ne consumerai.

Inoltre, centralizzando il potere, si riducono i controlli interni. Chi oserà alzare la mano per segnalare un bias razzista nel nuovo modello di riconoscimento facciale, o una falla nella sicurezza dei dati sanitari, se il capo di tutto è lo stesso che deve garantire che i server non rallentino mai?

La separazione dei poteri è fondamentale nelle democrazie, e dovrebbe esserlo anche nelle aziende che hanno più potere di molti stati nazione.

Quindi, cosa ci rimane in mano il 18 dicembre 2025?

Ci rimane un gigante ferito che si sta riorganizzando non per servirci meglio, ma per dominarci in modo più efficiente.

La fusione tra modelli, silicio e infrastruttura è il sogno bagnato di ogni monopolista: creare un sistema dove non puoi usare il software senza l’hardware, e non puoi usare i dati senza passare dal loro casello autostradale.

Wall Street festeggerà.

Gli analisti diranno che Amazon è tornata “in gara”.

Ma noi utenti, cittadini e (involontari) donatori di dati, dovremmo chiederci: in questa nuova architettura “all-in-one”, dove siamo finiti noi?

Siamo i clienti, o siamo solo il carburante grezzo che alimenta i nuovi processori Trainium di Peter DeSantis?

La risposta, temo, è scritta nel silenzio assordante dei regolatori che ancora cercano di capire come funzionava l’algoritmo di due anni fa, mentre Amazon sta già costruendo la gabbia d’oro del prossimo decennio.

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