Apple, Siri 2.0 e il prezzo della privacy: una manovra disperata?

Apple, Siri 2.0 e il prezzo della privacy: una manovra disperata?

Mentre Wall Street esulta per Siri 2.0 e il “superciclo” dell’iPhone 17, si intravedono i rischi per la privacy e le manovre di Apple per aggirare le normative antitrust.

C’è un’aria elettrica intorno a Cupertino in questi giorni di fine dicembre 2025, un entusiasmo che profuma di soldi, di silicio e, se aguzziamo la vista, di una discreta dose di disperazione strategica.

Le azioni Apple viaggiano intorno ai 273 dollari, i volumi di scambio sono alti e gli analisti fanno a gara a chi spara la cifra più alta per il target price del 2026.

Tutto bellissimo, vero?

Se vi fermate ai comunicati stampa o ai grafici verdi delle app di trading, la risposta è sì. Ma se proviamo a unire i puntini tra l’euforia di Wall Street e i movimenti silenziosi nei corridoi dei regolatori europei e americani, il quadro cambia drasticamente.

Non siamo ingenui: quando una delle aziende più capitalizzate al mondo decide di puntare tutto su una singola narrazione — in questo caso, l’attesa messianica di “Siri 2.0” e l’integrazione massiccia dell’intelligenza artificiale — non è mai solo per “migliorare l’esperienza utente”.

È una manovra di sopravvivenza.

La domanda che dovremmo porci, mentre osserviamo il titolo salire, non è quanto guadagneranno gli azionisti, ma quale valuta stiamo per cedere noi utenti in cambio di un assistente vocale che finalmente capisce cosa diciamo.

Spoiler: la valuta, come sempre, sono i nostri dati, mascherati da “comodità”.

L’allucinazione collettiva di Wall Street

Per capire cosa sta succedendo, bisogna guardare a chi muove i fili della finanza. Nelle ultime settimane, c’è stata una corsa al rialzo nelle previsioni degli analisti che ha del grottesco. Si parla di un “superciclo” legato all’iPhone 17, un dispositivo che viene descritto non come un telefono, ma come il calice sacro dell’era AI.

La narrazione è semplice: avete in tasca un telefono stupido, dovete comprarne uno intelligente.

Morgan Stanley, per esempio, non ha usato mezzi termini nel suo ultimo report. Hanno alzato il target price, citando aspettative di crescita “incredibili” per il prossimo anno. La loro tesi si basa su un numero che dovrebbe far riflettere chiunque si preoccupi dell’impatto ambientale e del consumismo forzato: ci sono circa 550 milioni di iPhone attualmente in circolazione che non saranno compatibili con le nuove funzioni di Apple Intelligence.

Traduzione? Mezzo miliardo di dispositivi da rottamare per far girare un software. È l’obsolescenza programmata elevata ad arte, non più basata sulla batteria che cede, ma sull’inadeguatezza del chip neurale.

E il mercato abbocca.

Wedbush ha alzato il target a 350 dollari scommettendo che il 2026 sarà l’anno della vera rivoluzione AI, sostenendo che Cupertino sta finalmente “entrando nella partita”. Ma attenzione alle parole usate. Si parla di “domanda”, di “ciclo di sostituzione”, di “monetizzazione”. Non si parla mai di utilità reale, né tantomeno dei rischi.

Ecco come un analista anonimo di Morgan Stanley ha inquadrato la situazione, con un ottimismo che fa quasi tenerezza se non fosse così cinico:

Alza il target azionario Apple a 315 dollari, citando un incredibile 2026.

— Analista, Morgan Stanley

Tutto questo entusiasmo serve a coprire un rumore di fondo molto meno piacevole per le orecchie di Tim Cook: il tintinnio delle manette regolatorie che si stanno stringendo intorno al modello di business dei servizi.

Siri 2.0 e il prezzo della vostra intimità

Mentre gli investitori brindano, gli esperti di privacy stanno suonando allarmi che vengono puntualmente ignorati. L’integrazione profonda dell’IA in iOS, attraverso Siri 2.0, non è un semplice aggiornamento software. È un cambio di paradigma nella sorveglianza comportamentale.

Finora, Apple ha costruito il suo brand sulla privacy, sul mantra “ciò che succede sul tuo iPhone resta sul tuo iPhone”. Ma l’IA generativa ha una fame insaziabile di contesto.

Perché Siri 2.0 funzioni come promesso — prenotando ristoranti, riassumendo email, anticipando i bisogni — deve sapere tutto di voi. Deve leggere le vostre chat, scansionare il calendario, capire le vostre abitudini di spesa e di salute. Apple giura che gran parte di questo avverrà “on-device”, sul dispositivo. Ma siamo sicuri che basti?

Quando il modello locale non ce la fa, la richiesta viene passata al cloud (il cosiddetto Private Cloud Compute). E qui la nebbia si infittisce.

Organizzazioni come l’Electronic Frontier Foundation (EFF) e Privacy International hanno sollevato dubbi legittimi. Se l’IA deve “imparare” da noi per esserci utile, dove finisce il confine tra assistenza e profilazione?

E soprattutto, chi controlla i controllori?

Se Apple inizia a processare dati comportamentali complessi per alimentare i suoi modelli, il rischio non è solo che questi dati vengano hackerati, ma che vengano normalizzati come merce di scambio.

Non è un caso che queste preoccupazioni emergano proprio ora. Apple ha bisogno di una nuova miniera d’oro. I dati generati dall’interazione con l’IA sono perfetti per addestrare modelli ancora più potenti o, in uno scenario distopico ma plausibile, per creare nuove forme di pubblicità iper-targettizzata che aggirano le restrizioni che Apple stessa ha imposto agli altri.

Il ricatto del “giardino Murato”

Ma perché questa fretta di spingere sull’IA proprio adesso? La risposta non la trovate nei keynote patinati, ma nelle aule di tribunale. Il modello economico dell’App Store, quella macchina da soldi che garantisce margini stellari grazie alla “tassa Apple” del 30%, è sotto attacco come non mai.

In Europa, la Commissione Europea ha aperto indagini formali sulle pratiche dell’App Store ai sensi del Digital Markets Act, mettendo in discussione la legittimità stessa del recinto chiuso che obbliga sviluppatori e utenti a passare per le forche caudine di Cupertino. Anche negli Stati Uniti, il Dipartimento di Giustizia (DOJ) ha avviato una causa antitrust che potrebbe costringere Apple a cambiamenti strutturali.

Se il “muro” cade, se gli utenti possono scaricare app da fonti esterne (sideloading) o usare metodi di pagamento alternativi, quella rendita di posizione evapora.

Ed è qui che torna in gioco l’IA.

Se Apple non può più guadagnare tassando le transazioni degli altri, deve trovare il modo di guadagnare gestendo le vite degli utenti.

Siri 2.0 diventa così il nuovo gatekeeper. Se l’interfaccia principale per usare il telefono diventa la voce e l’assistente intelligente, non importa più quale app usate sotto il cofano; importa chi controlla l’assistente. Apple sta cercando di spostare il monopolio dal livello dell’app store al livello dell’interfaccia cognitiva.

È una mossa geniale e terrificante allo stesso tempo.

Morgan Stanley stessa, nel suo report, nota che i servizi continueranno a crescere a doppia cifra, ma ammette che ci sono rischi legati alle decisioni antitrust. È un modo elegante per dire: “Sappiamo che la pacchia delle commissioni potrebbe finire, quindi speriamo che l’IA colmi il vuoto”.

La realtà è che stiamo assistendo a una transizione dolorosa. Le Big Tech ci hanno abituato a servizi “gratuiti” in cambio di dati, o a dispositivi costosi in cambio di privacy (la promessa storica di Apple). Ora, con l’avvento dell’IA integrata e le pressioni normative, Apple sembra voler mangiare la torta e averla intera: venderci hardware costosissimo (l’iPhone 17) con la scusa dell’IA, e contemporaneamente erodere la nostra privacy per alimentare i servizi che sostituiranno le commissioni dell’App Store.

Chi ci guadagna davvero?

Sicuramente gli investitori che leggono i report di Wedbush e Morgan Stanley e vedono solo il segno “più”. Sicuramente Apple, che trova una via di fuga dalla stretta antitrust reinventandosi come signore assoluto dell’intelligenza personale.

E noi?

Noi ci ritroviamo con un telefono che forse ci capisce meglio, ma che sicuramente sa molto più di quanto dovrebbe, in un ecosistema dove la parola “privacy” rischia di diventare solo un’etichetta di marketing vuota, buona per i comunicati stampa ma inutile contro la fame di dati dei nuovi modelli linguistici.

La domanda retorica con cui vi lascio non è se comprerete il nuovo iPhone, ma se siete disposti a diventare i beta tester non pagati della più grande operazione di data mining comportamentale della storia, il tutto mentre applaudite per la grandezza dei dividendi azionari.

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