Palo Alto Networks e Google Cloud: Un Duopolio per la Sicurezza AI?

Palo Alto Networks e Google Cloud: Un Duopolio per la Sicurezza AI?

Un accordo multimiliardario che vede il controllore trasferirsi a casa del controllato, sollevando preoccupazioni sulla sovranità dei dati e la libera concorrenza nell’era dell’intelligenza artificiale

È il 22 dicembre 2025, mancano tre giorni a Natale e, come da tradizione nel mondo tech, le notizie che contano davvero arrivano quando l’attenzione dei regolatori è già rivolta al panettone. Palo Alto Networks e Google Cloud hanno appena annunciato l’espansione della loro partnership strategica.

Sulla carta, ci viene venduta come la panacea per tutti i mali della sicurezza nell’era dell’Intelligenza Artificiale. Nei comunicati stampa, è tutto un fiorire di aggettivi come “senza attrito”, “proattivo” e “rivoluzionario”.

Ma se smettiamo per un attimo di applaudire l’innovazione e proviamo a guardare chi firma gli assegni, la storia cambia, e di parecchio.

Non siamo di fronte a una semplice collaborazione tecnica per far funzionare meglio un firewall. Siamo davanti a un consolidamento di potere che dovrebbe far tremare i polsi a chiunque si occupi di sovranità dei dati e libera concorrenza.

L’accordo, definito “multimiliardario”, prevede non solo che Palo Alto integri le sue soluzioni in Google Cloud, ma che l’azienda di sicurezza stessa migri i propri carichi di lavoro interni sull’infrastruttura di Mountain View.

In pratica, il controllore va a vivere a casa del controllato, pagando un affitto stellare.

La narrazione ufficiale punta tutto sulla paura. È una tattica vecchia quanto il marketing stesso: crea il panico, vendi la soluzione. Secondo l’ultimo report di Palo Alto Networks, il 99% delle organizzazioni ha subito almeno un attacco alla propria infrastruttura AI nell’ultimo anno.

Una percentuale talmente alta da sembrare quasi statistica creativa, ma che serve perfettamente allo scopo. Se non compri il nostro pacchetto integrato, sei condannato.

È in questo contesto che il presidente BJ Jenkins sottolinea come la partnership risponda all’ansia dei consigli di amministrazione, trasformando la piattaforma stessa in un sistema di difesa proattivo.

Ma cosa significa davvero trasformare una piattaforma cloud in un sistema di difesa?

Significa sorveglianza totale, e qui le cose si fanno interessanti.

La sicurezza come prodotto di lusso (e di controllo)

L’idea alla base di questa partnership è l’integrazione nativa di Prisma AIRS (la suite di sicurezza AI di Palo Alto) all’interno di Vertex AI e Agent Engine di Google. In parole povere: mentre sviluppate i vostri modelli di intelligenza artificiale o i vostri agenti autonomi sui server di Google, Palo Alto guarda tutto quello che succede.

In tempo reale.

Dal punto di vista della sicurezza informatica, ha senso. Dal punto di vista della privacy, è un incubo potenziale. Stiamo parlando di tecnologie che effettuano “Deep Packet Inspection” e analisi comportamentale su flussi di dati che potrebbero contenere proprietà intellettuale, dati sanitari o informazioni biometriche.

Il GDPR, in particolare l’articolo 35 sulla valutazione d’impatto sulla protezione dei dati (DPIA), impone una cautela estrema quando si utilizzano nuove tecnologie che presentano rischi elevati per i diritti delle persone. Affidare le chiavi di questa sorveglianza a un duopolio Google-Palo Alto solleva interrogativi che nessun comunicato stampa ha il coraggio di affrontare.

Ecco come la dirigenza di Palo Alto Networks giustifica questa fusione tra sviluppo e sicurezza:

“Ogni consiglio di amministrazione si chiede come sfruttare la potenza dell’IA senza esporre l’azienda a nuove minacce. Questa partnership è la risposta. Stiamo eliminando l’attrito tra sicurezza e sviluppo, fornendo una piattaforma unificata in cui la sicurezza più avanzata è semplicemente una parte nativa della costruzione del futuro…. Incorporando la nostra sicurezza basata sull’IA in profondità nell’infrastruttura di Google Cloud, stiamo trasformando la piattaforma in un sistema di difesa proattivo.”

— BJ Jenkins, Presidente di Palo Alto Networks

Notate l’uso della parola “attrito”. Nel linguaggio della Silicon Valley, “rimuovere l’attrito” significa spesso rimuovere i controlli umani, la supervisione e la possibilità di scegliere fornitori diversi.

Se la sicurezza è “nativa” e “invisibile”, chi ci assicura che non stia raccogliendo più dati del necessario per addestrare i propri modelli? Ricordiamoci che sia Google che Palo Alto usano l’IA per fare sicurezza.

E l’IA mangia dati. I vostri dati.

Ma c’è un altro aspetto economico che non possiamo ignorare. Google non sta facendo beneficenza ospitando Palo Alto.

Il paradosso del guardiano pagante

C’è un conflitto di interessi grande come un data center in questa storia. Palo Alto Networks ha impegnato miliardi di dollari per usare i servizi di Google. In cambio, Google promuove Palo Alto come partner privilegiato.

È un sistema “pay-to-play” mascherato da eccellenza tecnica.

Non è un caso che Palo Alto sia entrata nel programma Unified Security Recommended di Google Cloud, una lista ristretta che, guarda caso, include aziende che spendono pesantemente nell’ecosistema del gigante di Mountain View.

Funziona così: tu (azienda cliente) vai su Google Cloud per fare AI. Google ti dice: “Ehi, per la sicurezza dovresti usare Palo Alto, è integrato perfettamente”. Tu compri Palo Alto. Palo Alto prende i tuoi soldi e ne gira una fetta consistente a Google per l’hosting e l’uso dei modelli Gemini.

È un circolo vizioso in cui il vincitore è sempre il banco, ovvero l’infrastruttura cloud.

Matt Renner di Google Cloud non ne fa mistero, dipingendo questa dipendenza reciproca come un vantaggio per il cliente:

“Le imprese si rivolgono sempre più a Google Cloud e Palo Alto Networks per proteggere le loro applicazioni e i dati — insieme e in modo fluido. Questa ultima espansione della nostra partnership assicurerà che i nostri clienti comuni abbiano accesso alle soluzioni giuste per proteggere la loro infrastruttura AI più critica e sviluppare nuovi agenti AI con la sicurezza integrata fin dall’inizio.”

— Matt Renner, President and Chief Revenue Officer di Google Cloud

“Sicurezza integrata fin dall’inizio” è un concetto bellissimo, noto come Security by Design. Ma quando diventa Vendor Lock-in by Design, abbiamo un problema.

Se per avere un’AI sicura su Google sono costretto a usare gli strumenti di Palo Alto (perché gli altri avrebbero troppo “attrito”), la libera concorrenza va a farsi benedire. E con essa, la possibilità di avere occhi diversi che controllano cosa fa il cloud provider.

Se il mio fornitore di sicurezza è economicamente dipendente dal mio fornitore cloud, quanto sarà zelante nel segnalarmi le vulnerabilità intrinseche di quel cloud?

L’accentramento dei dati e il rischio sistemico

L’aspetto forse più inquietante riguarda gli “agenti AI”. Il 2026 sarà l’anno dell’AI agentica, sistemi autonomi che prendono decisioni, spostano soldi, scrivono codice. La partnership punta a blindare proprio questo settore.

Ma accentrare la sicurezza di milioni di agenti autonomi su un’unica architettura condivisa tra due giganti crea un “single point of failure” di proporzioni bibliche.

Se un attaccante trovasse una falla nel modo in cui Prisma AIRS dialoga con Vertex AI, non comprometterebbe una singola azienda, ma potenzialmente migliaia di organizzazioni globali simultaneamente. Abbiamo già visto cosa succede quando un fornitore di sicurezza dominante ha un “singhiozzo” (ricordate CrowdStrike?). Moltiplicate quel caos per l’autonomia dell’IA e avrete un’idea dei rischi sistemici che stiamo correndo.

Inoltre, c’è la questione dei modelli proprietari. Palo Alto userà i modelli Gemini di Google per alimentare i suoi “copiloti” di sicurezza. Significa che l’intelligenza che dovrebbe proteggerci dagli errori delle Big Tech è addestrata dalle Big Tech stesse.

Un cane che si morde la coda, dove la trasparenza algoritmica richiesta dall’AI Act europeo rischia di diventare una chimera, sepolta sotto strati di segreti industriali condivisi e accordi di non divulgazione.

Siamo di fronte a un bivio.

Da una parte, la comodità di un pacchetto “chiavi in mano” dove clicchi un bottone e ti senti protetto dai cyber-criminali russi o cinesi. Dall’altra, la realtà di un oligopolio tecnologico che sta costruendo recinti sempre più alti, dove per essere “sicuri” bisogna cedere non solo denaro, ma visibilità totale sui propri processi interni.

La domanda che i CEO dovrebbero farsi, mentre brindano a questo accordo, non è se “rimuove l’attrito”, ma se rimuove la loro indipendenza. Stiamo delegando la sorveglianza delle macchine che governeranno il nostro futuro alle stesse aziende che le costruiscono e che ne traggono profitto.

È davvero sicurezza, o è solo il pizzo digitale del nuovo millennio?

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