Amazon e la conquista del cloud governativo Usa: una partita da 50 miliardi
Amazon sfida Microsoft e Google puntando sull’intelligenza artificiale per la sicurezza nazionale americana con un investimento faraonico
Dimenticate per un attimo i corrieri che in questi giorni stanno intasando le nostre strade per le consegne natalizie. La vera partita di Amazon non si gioca più sui pacchi di cartone, ma nei bunker climatizzati dei data center.
Proprio ieri, mentre il mondo si preparava al cenone, il colosso di Seattle ha calato l’asso definitivo in quella che ormai è una vera e propria guerra fredda digitale: un accordo faraonico con il governo degli Stati Uniti.
Non stiamo parlando di fornire server per la posta elettronica dei dipendenti federali.
Qui si tratta di costruire l’infrastruttura neurale su cui gireranno la difesa e l’intelligence americana per il prossimo decennio. Se fino a qualche mese fa sembrava che Microsoft e Google si stessero spartendo la torta dell’Intelligenza Artificiale, Amazon ha appena ricordato a tutti chi ha inventato il cloud computing moderno, mettendo sul piatto cifre che fanno girare la testa anche a Wall Street.
La mossa di ieri non è isolata, ma è il culmine di una strategia aggressiva iniziata in sordina e deflagrata in questo fine 2025. Per capire cosa sta succedendo, bisogna unire i puntini tra investimenti in startup, chip proprietari e una fame insaziabile di energia elettrica.
Il prezzo della supremazia
L’annuncio arrivato ieri è di quelli che spostano gli equilibri geopolitici, non solo tecnologici. Amazon ha confermato un investimento fino a 50 miliardi di dollari nell’intelligenza artificiale e nel supercalcolo destinato specificamente alle agenzie federali statunitensi. L’obiettivo è creare enormi data center (“regioni”, nel gergo tecnico) capaci di gestire carichi di lavoro classificati come top secret, utilizzando le più avanzate tecnologie AI.
Ma perché ora?
Per tutto il 2023 e parte del 2024, Amazon è sembrata rincorrere. Mentre ChatGPT diventava un nome familiare e Microsoft integrava l’AI ovunque, da Word a Bing, Amazon sembrava ferma al palo, “bloccata” a vendere potenza di calcolo grezza. La percezione era quella di un gigante addormentato. Tuttavia, dietro le quinte, Andy Jassy e il suo team stavano preparando il terreno con il “Project Rainier”, un’espansione massiccia della capacità fisica dei server.
La logica è spietata e puramente economica. Costruire l’infrastruttura costa una fortuna — si parla di circa 125 miliardi di dollari di spese in conto capitale (Capex) previste per quest’anno — ma il ritorno potenziale è immenso. Secondo le analisi di Oppenheimer, ogni gigawatt incrementale di capacità aggiunto da Amazon genera circa 3 miliardi di dollari di entrate, una metrica che giustifica l’emorragia di cassa attuale agli occhi degli investitori più lungimiranti.
Non è solo una questione di “ferro” e cavi. Amazon sta cercando di rompere l’esclusività che legava OpenAI a Microsoft. Le voci di inizio dicembre su un investimento da 10 miliardi in OpenAI, unite al supporto storico per Anthropic (i creatori di Claude), mostrano che AWS vuole essere la Svizzera dell’AI: il luogo neutrale, sicuro e potentissimo dove tutti i modelli migliori vengono addestrati e fatti girare.
La sicurezza nazionale come “killer App”
L’aspetto più interessante di questa vicenda è il posizionamento strategico sulla sicurezza. Mentre i concorrenti si scannano per creare il chatbot più simpatico per i consumatori, Amazon punta a diventare il fornitore indispensabile per lo Stato. Matt Garman, CEO di AWS, non ha usato mezzi termini nel descrivere la portata dell’operazione:
Il nostro investimento in infrastrutture cloud e di intelligenza artificiale appositamente costruite per il governo trasformerà radicalmente il modo in cui le agenzie federali sfruttano il supercalcolo.
— Matt Garman, CEO di AWS
C’è una sottile ma potente stoccata ai rivali in questa strategia. Nell’ultimo anno, Microsoft ha dovuto affrontare critiche feroci per diverse falle di sicurezza che hanno esposto dati governativi.
Amazon sta capitalizzando su queste debolezze, vendendosi come l’alternativa blindata. Utilizzando i propri chip proprietari, i “Trainium”, non solo riduce la dipendenza da Nvidia (che ormai ha liste d’attesa infinite e prezzi stellari), ma controlla l’intero stack tecnologico, dal silicio al software.
Per l’utente finale, o meglio, per il cittadino, questo significa che i servizi pubblici, dalla gestione fiscale alla difesa, potrebbero diventare drasticamente più efficienti. Immaginate un’analisi dei dati sanitari su scala nazionale in tempo reale o sistemi di cybersicurezza che reagiscono in millisecondi.
Ma significa anche che una quantità spaventosa di dati sensibili risiederà nei server di una singola azienda privata.
Una scommessa da 125 miliardi
Tuttavia, non è tutto oro quello che luccica nei bilanci di Seattle. I critici notano che la quota di mercato di AWS è scesa dal 33% al 29% negli ultimi tre anni. La concorrenza di Azure (Microsoft) e Google Cloud è feroce e ha eroso margini. Questo maxi-investimento è, in un certo senso, una mossa difensiva necessaria per arginare l’emorragia e riprendere a correre.

I dati recenti sembrano dare ragione ai “tori” di borsa. I report finanziari mostrano una riaccelerazione della crescita di AWS al 20% su base annua, segno che la domanda di AI non è una bolla, ma un trend strutturale che richiede “tubi” sempre più grandi per far scorrere i dati.
Jason Helfstein, analista di Oppenheimer, ha sottolineato come qualsiasi segnale di miglioramento nell’efficienza dei chip o nella capacità possa essere un catalizzatore per il titolo in borsa. E con i nuovi chip Trainium che promettono di abbattere i costi di addestramento dei modelli, Amazon sta cercando di rendere l’AI economicamente sostenibile, non solo tecnicamente possibile.
Restano però delle ombre.
L’investimento di 50 miliardi per il governo USA blinda la posizione di Amazon, ma crea un intreccio sempre più stretto tra Big Tech e potere statale. Siamo di fronte a un paradosso tecnologico: per garantire la sicurezza nazionale e l’avanzamento tecnologico, stiamo affidando le chiavi del regno digitale a poche, immense corporazioni private.
La domanda che dovremmo porci mentre scartiamo i regali non è se questa tecnologia funzionerà — perché funzionerà, ed è entusiasmante — ma quanto controllo avremo ancora su di essa quando il “cloud” diventerà sinonimo di “stato”.