Amazon, cloud e monopolio: il regalo di Natale che preoccupa
La decisione, presa nel silenzio delle feste, consolida il sistema operativo invisibile del pianeta e solleva interrogativi sulla privacy e la libertà del mercato digitale
Mentre scartavate i regali o preparavate il cenone, a Seattle qualcuno ha stappato una bottiglia di quello buono. Non erano elfi, ma avvocati corporativi.
Ieri, 23 dicembre, un giudice federale ha consegnato ad Amazon Web Services (AWS) il regalo di Natale che Jeff Bezos sperava di trovare sotto l’albero: l’archiviazione, seppur parziale, delle accuse di monopolizzazione avanzate dalla rivale Subspace.
Sembrerebbe la solita noiosa cronaca giudiziaria americana, se non fosse che questa decisione, presa nel silenzio generale delle festività, consolida le fondamenta di quello che è, a tutti gli effetti, il sistema operativo invisibile del pianeta.
Non lasciatevi ingannare dal tempismo perfetto di questa notizia.
La sentenza del giudice Tana Lin, che ha respinto le accuse secondo cui AWS avrebbe abusato della sua posizione dominante, non è la fine della storia, ma l’inizio di un capitolo molto più inquietante per la nostra privacy e per la libertà del mercato digitale.
Sebbene il tribunale abbia concesso a Subspace un’ultima possibilità di riformulare le accuse contro il colosso del cloud, il messaggio è chiaro: dimostrare che il padrone di casa ha chiuso a chiave le porte è incredibilmente difficile, specialmente quando possiede anche le chiavi di riserva, il fabbro e l’intero isolato.
Ma perché dovremmo preoccuparci di una disputa tecnica tra aziende tecnologiche mentre mangiamo il panettone?
Perché in quel “cloud” etereo e apparentemente innocuo risiedono i nostri dati sanitari, le transazioni bancarie, i segreti industriali e le foto dei nostri figli. E chi controlla l’infrastruttura, controlla le regole del gioco.
La domanda che nessuno sembra voler fare ad alta voce è: stiamo permettendo che l’infrastruttura critica del mondo diventi una proprietà privata intoccabile?
Il bancomat del cloud e la scusa del negozio
Per capire la gravità della situazione, bisogna smettere di pensare ad Amazon come a un negozio online che ogni tanto affitta server. La realtà è esattamente opposta.
Amazon è una banca che gestisce dati, che per hobby vende libri e pannolini.
I numeri non mentono e raccontano una storia di dipendenza economica spaventosa.
Mentre l’opinione pubblica si concentra sui pacchi in ritardo o sui prezzi del Prime Day, la vera macchina da soldi lavora nell’ombra. È fondamentale ricordare che la divisione AWS ha generato 10,6 miliardi di dollari di profitto operativo, una cifra che da sola sostiene l’intera impalcatura dell’impero di Seattle.
Questo fiume di denaro permette ad Amazon di fare ciò che nessun altro può permettersi: sussidiare le perdite nel settore retail per annientare la concorrenza, mentre utilizza i profitti del cloud per costruire barriere tecnologiche sempre più alte.
È il classico schema del “too big to fail” rivisitato in chiave digitale. Se i profitti del cloud servono a finanziare guerre di prezzo nel commercio elettronico, e la posizione dominante nel commercio elettronico costringe i venditori a utilizzare il cloud di Amazon per avere visibilità, ci troviamo di fronte a un uroboro digitale che si mangia la coda.
E in mezzo a questo cerchio perfetto, la nostra privacy viene tritata.
Più servizi utilizziamo, più dati incrociati forniamo, più il profilo che l’algoritmo costruisce su di noi diventa accurato e vendibile. E con l’archiviazione di ieri, il sistema giudiziario ha appena detto che, per ora, non c’è nulla di illegale in tutto questo.
Ma c’è un altro livello di distrazione di massa in atto.
Fumo negli occhi: l’accordo sulle sottoscrizioni
Mentre i giudici discutevano di mercati del cloud, la Federal Trade Commission (FTC) ha recentemente cantato vittoria per un accordo da 2,5 miliardi di dollari riguardante le pratiche ingannevoli sugli abbonamenti Prime. Un tempismo sospetto, o forse una strategia calcolata?

L’attuale amministrazione della FTC, guidata da Andrew Ferguson sotto l’egida Trump-Vance, ha celebrato questo risultato come epocale.
Ecco come Ferguson ha venduto la notizia al pubblico:
Oggi, la FTC dell’amministrazione Trump-Vance ha fatto la storia e si è assicurata una vittoria monumentale e da record per i milioni di americani stanchi di abbonamenti ingannevoli che sembrano impossibili da cancellare.
— Andrew N. Ferguson, Presidente della FTC
Sembra fantastico, vero?
Chi non ha mai imprecato cercando il tasto per disdire un abbonamento?
Ma attenzione al gioco di prestigio. Mentre ci rallegriamo per aver recuperato qualche dollaro o per la facilità di un “click” di disdetta, stiamo guardando il dito e non la luna. Questa “vittoria storica” riguarda la superficie del problema – l’interfaccia utente, i cosiddetti dark patterns – ma lascia intatta la struttura profonda del potere di Amazon.
È la classica mossa populista: dare al popolo una vittoria tangibile e immediata (soldi indietro, meno fastidi) per distogliere l’attenzione dal problema strutturale (il monopolio infrastrutturale). Multare Amazon per le interfacce ingannevoli è come multare un casinò perché le luci sono troppo forti, mentre si ignora che il banco è truccato.
Se la nuova linea della FTC è colpire le pratiche “woke” o “ingannevoli” ma lasciare correre sulla concentrazione di potere economico e tecnologico, allora la sentenza di ieri sul caso Subspace non è un incidente di percorso, ma l’anticipazione del futuro.
Un futuro dove le Big Tech sono libere di dominare, purché mettano un bel pulsante “Disdici” in vista.
La gabbia dorata (e i dati che non escono mai)
Il vero problema, quello che dovrebbe tenervi svegli la notte più delle renne sul tetto, è tecnico e si chiama lock-in.
Immaginate di depositare i vostri beni in una banca che vi accoglie con caffè e pasticcini gratis, ma che vi chiede una tassa esorbitante il giorno in cui decidete di prelevare tutto e cambiare istituto. Nel cloud si chiamano “egress fees”, tariffe di uscita. Sono il motivo per cui, una volta che i dati entrano in AWS, raramente ne escono.
Non è una teoria complottista, è un dato di fatto rilevato dalle autorità di regolamentazione internazionali che, a differenza di quelle statunitensi, sembrano aver aperto gli occhi.
Recentemente, l’autorità britannica per la concorrenza ha concluso la sua indagine sul mercato cloud rilevando barriere significative che impediscono ai clienti di cambiare fornitore.
Se meno dell’1% dei clienti cambia provider ogni anno, non è perché sono tutti felici: è perché sono ostaggi.
Questo “Hotel California” dei dati ha implicazioni devastanti per la privacy. Se un’azienda non può spostare i propri dati (e quindi i vostri dati) da un provider all’altro per motivi economici o tecnici, perde qualsiasi potere negoziale.
AWS può cambiare le sue policy sulla privacy, può decidere come addestrare le sue AI sui dati ospitati, può imporre nuove condizioni, e il cliente non potrà fare altro che accettare, perché il costo della migrazione sarebbe il fallimento.
Il GDPR ci ha promesso la portabilità dei dati come diritto fondamentale. Ma a cosa serve un diritto legale se è tecnicamente ed economicamente impraticabile esercitarlo?
La centralizzazione dei dati in pochi, enormi data center gestiti da un oligopolio crea un unico punto di fallimento per la sicurezza globale e un unico punto di sorveglianza per i governi.
In conclusione, mentre brindiamo al Natale e magari ci godiamo il rimborso di un abbonamento Prime attivato per sbaglio, ricordiamoci che il prezzo reale lo stiamo pagando altrove. Stiamo barattando la comodità di oggi con la libertà digitale di domani.
E a giudicare dalle ultime sentenze, il regalo sotto l’albero per le Big Tech è un lasciapassare per continuare a costruire recinti sempre più alti attorno alle nostre vite digitali.
Chi ci guadagna davvero?
Non certo noi.