Apple e Google: Siri avrà l'intelligenza artificiale Gemini nel 2026

Apple e Google: Siri avrà l’intelligenza artificiale Gemini nel 2026

L’accordo tra le due aziende porterà l’intelligenza artificiale di Google, Gemini, all’interno dei prossimi iPhone, migliorando Siri e le funzionalità legate all’AI

Ci siamo svegliati in un 2026 che assomiglia molto a quello che la fantascienza ci aveva promesso, ma con una strana coppia al comando.

Se fino a ieri Apple e Google erano i Montecchi e i Capuleti della Silicon Valley, pronti a combattersi a colpi di pixel e bolle blu contro bolle verdi, oggi la narrazione è cambiata drasticamente.

L’annuncio congiunto arrivato ieri sera non è solo una stretta di mano: è un’ammissione di necessità reciproca che ridisegna la mappa tecnologica dei nostri smartphone.

Per anni abbiamo usato Siri sperando che capisse la differenza tra “chiama Marco” e “chiama Marco Rossi”, spesso rimanendo delusi. Apple ha costruito il giardino recintato più bello del mondo, ma ha dimenticato di innaffiare l’intelligenza artificiale che ci viveva dentro.

Dall’altra parte, Google ha passato l’ultimo decennio ad addestrare reti neurali capaci di scrivere sonetti e codici complessi, ma faticava a portarle in tasca a miliardi di utenti premium.

Ecco perché l’accordo svelato oggi è un terremoto: il cervello di Google sta per essere trapiantato nel corpo di Apple.

Non stiamo parlando di una semplice app da scaricare.

È qualcosa di molto più profondo e strutturale.

Un trapianto di cervello per Siri

Immaginate di avere una Ferrari bellissima (il vostro iPhone), ma con un motore che fatica in salita. Apple ha deciso di smettere di provare a costruire il motore da sola e ha bussato all’officina del vicino. La conferma è arrivata tramite un comunicato ufficiale in cui le due aziende hanno annunciato che la prossima generazione dei modelli Apple sarà basata sulla tecnologia cloud e sui modelli Gemini di Google.

Questo significa che quando parlerete con il vostro iPhone nel corso di quest’anno, la voce sarà quella familiare di Siri, ma il ragionamento, la logica e la comprensione del contesto arriveranno dai server di Mountain View.

L’impatto pratico per noi utenti sarà immediato e, oserei dire, scioccante per chi è abituato ai limiti attuali.

Non dovremo più usare comandi robotici.

Potremo dire: “Trovami quella foto di quando ero a Parigi con Giulia e mandale un messaggio chiedendo se vuole tornarci a maggio, controllando prima la mia agenda”.

Fino a ieri, questa richiesta avrebbe mandato Siri in tilt. Con i modelli Gemini, che eccellono nella multimodalità (la capacità di comprendere testo, immagini e audio contemporaneamente), diventa un’operazione banale.

La scelta non è stata casuale né rapida. Apple ha flirtato con tutti: ha testato le acque con OpenAI, ha guardato con interesse ad Anthropic, ma alla fine ha dovuto arrendersi all’evidenza dei benchmark.

Dopo un’attenta valutazione, Apple ha stabilito che la tecnologia AI di Google fornisce la base più capace per i modelli di fondazione Apple ed è entusiasta delle nuove esperienze innovative che sbloccherà per gli utenti Apple.

— Apple, Comunicato congiunto

Tuttavia, far entrare il gigante della ricerca nel santuario della privacy di Cupertino non è un’operazione indolore, ed è qui che la tecnologia incontra la politica aziendale.

La privacy nel letto del nemico

Se c’è una cosa su cui Apple ha costruito il suo marchio negli ultimi dieci anni, è la promessa che “ciò che succede sul tuo iPhone, resta sul tuo iPhone”. Google, al contrario, ha costruito il suo impero sulla capacità di analizzare i dati per vendere pubblicità.

Come si conciliano queste due filosofie opposte senza creare un mostro di Frankenstein della sorveglianza?

La risposta tecnica risiede in un’architettura ibrida che Apple chiama Private Cloud Compute.

L’idea è affascinante: il vostro iPhone deciderà in autonomia se una richiesta può essere gestita localmente (dal chip del telefono) o se serve la potenza di fuoco di Google. In quest’ultimo caso, i dati vengono anonimizzati e inviati a server sicuri che non conservano memoria delle vostre richieste. Nonostante l’integrazione profonda, Cupertino assicura che Apple Intelligence continuerà a girare sui dispositivi e sul Private Cloud Compute, mantenendo gli standard di privacy leader del settore.

In pratica, Apple sta usando Google come un fornitore di “forza bruta” computazionale e intelligenza grezza, cercando di impedirgli di “leggere” chi siete.

È una scommessa rischiosa.

Se da un lato ci garantisce un assistente finalmente utile, dall’altro ci chiede di fidarci di un sistema complesso dove i nostri dati viaggiano tra due colossi che, fino a ieri, si facevano la guerra in tribunale.

E a proposito di tribunali, non possiamo ignorare l’elefante nella stanza: l’antitrust.

Monopoli, miliardi e il fattore Musk

Per capire la portata di questo accordo, dobbiamo guardare nello specchietto retrovisore. Solo due anni fa, un giudice federale ha stabilito che Google manteneva illegalmente il suo monopolio nella ricerca pagando Apple miliardi di dollari (circa 38 miliardi nel biennio 2021-2022) per essere il motore di ricerca predefinito su Safari.

Quella sentenza sembrava dover separare le due aziende per sempre.

Invece, eccoci qui: non più un accordo per la ricerca, ma per l’intelligenza artificiale.

Le cifre che circolano sono diverse — si parla di circa 1 miliardo di dollari all’anno che Apple pagherebbe a Google, non il contrario — ma il risultato finale è lo stesso: i due gatekeeper di Internet sono più vicini che mai. Questa mossa permette a Google di addestrare e raffinare i suoi modelli Gemini sulla base utenti più pregiata del pianeta, e ad Apple di colmare il ritardo tecnologico senza dover spendere anni in ricerca e sviluppo che forse non porterebbero agli stessi risultati.

Non tutti, però, stanno stappando champagne. C’è chi vede in questa “fusione fredda” un pericolo per l’innovazione. Questa concentrazione di potere non è passata inosservata a critici come Elon Musk, che ha definito l’accordo come un’irragionevole concentrazione di potere nelle mani di Google, dato che controllano già Android e Chrome.

Questo sembra un’irragionevole concentrazione di potere per Google, dato che hanno anche Android e Chrome.

— Elon Musk, CEO di xAI / Tesla

Musk non ha tutti i torti.

Se l’intelligenza di base di iOS e Android proviene dalla stessa fonte (Gemini), stiamo andando verso un’omologazione del pensiero digitale? Se l’AI diventa una commodity fornita da un unico attore, quale spazio resta per la concorrenza reale?

La realtà è che per noi utenti, oggi, questa è una buona notizia. I nostri telefoni diventeranno strumenti proattivi, capaci di anticipare i bisogni e risolvere problemi complessi in secondi. La frustrazione di ripetere tre volte un comando a Siri diventerà un ricordo sbiadito.

Ma mentre ci godiamo questa nuova efficienza, vale la pena chiedersi: stiamo assistendo all’evoluzione della tecnologia o alla creazione di un duopolio inattaccabile che deciderà cosa i nostri dispositivi possono o non possono pensare?

Facebook X Network Pinterest Instagram
🍪 Impostazioni Cookie