Google e Gulf Energy: un accordo preoccupante per il sud-est asiatico

Google e Gulf Energy: un accordo preoccupante per il sud-est asiatico

L’accordo tra Google e Gulf Energy in Thailandia solleva preoccupazioni sulla sovranità digitale e il controllo dei dati sanitari dei cittadini.

Se c’è una cosa che la Silicon Valley ci ha insegnato nell’ultimo decennio, è che quando un gigante del tech e un magnate dell’energia si stringono la mano, dovremmo tutti iniziare a preoccuparci un po’ di più di dove finiranno i nostri dati.

Oggi, 22 gennaio 2026, assistiamo a un matrimonio d’interessi che farebbe impallidire qualsiasi distopia cyberpunk: Google ha deciso di cementare la sua presa sul sud-est asiatico alleandosi con Gulf Energy Development.

Per chi non seguisse le cronache finanziarie di Bangkok, Gulf Energy è il feudo di Sarath Ratanavadi, il secondo uomo più ricco della Thailandia. Un uomo che, non contento di accendere le lampadine di mezzo paese, ha deciso che il futuro non è solo nell’elettricità, ma in quello che l’elettricità alimenta: l’Intelligenza Artificiale.

L’accordo annunciato oggi non è una semplice partnership commerciale; è la fusione tra chi possiede il “tubo” (l’infrastruttura energetica e le telecomunicazioni) e chi possiede l’acqua che ci scorre dentro (gli algoritmi di Google).

E mentre i comunicati stampa parlano di “trasformazione digitale”, la realtà puzza di consolidamento monopolistico.

Tutto questo non nasce dal nulla.

È il culmine di una strategia iniziata anni fa, quando Google ha previsto di investire 1 miliardo di dollari in Thailandia per centri dati e servizi cloud, ponendo le basi fisiche per quello che oggi viene venduto come il nuovo miracolo economico asiatico. Ma se scaviamo sotto la superficie luccicante delle promesse di PIL in crescita, troviamo una rete di interessi che solleva domande inquietanti sulla sovranità digitale e sulla privacy dei cittadini.

L’illusione della nuvola sovrana

Il cuore dell’annuncio odierno ruota attorno al concetto di Sovereign Cloud o cloud sovrano. Sulla carta, suona rassicurante: i dati dei cittadini thailandesi rimarranno in Thailandia, protetti dalle leggi locali e lontani (teoricamente) dagli occhi indiscreti delle agenzie di intelligence straniere.

È la parola magica che apre le porte dei contratti governativi, della sanità e della finanza.

Tuttavia, bisogna essere ingenui per credere che la geografia fisica di un server garantisca la privacy. In un contesto normativo dove il PDPA (la versione thailandese del nostro GDPR) deve ancora dimostrare la sua reale forza coercitiva contro i giganti, affidare i dati sensibili a un’infrastruttura gestita da un duopolio Google-Gulf è un azzardo.

Gulf Energy ha stretto un accordo quadro strategico con Google per fornire infrastrutture AI specificamente mirate a settori critici come quello ospedaliero e governativo.

Immaginate lo scenario: la stessa entità che vi fornisce l’energia elettrica e la connessione internet (tramite le partecipazioni di Gulf nelle telecomunicazioni) ora gestisce anche l’infrastruttura dove risiedono le vostre cartelle cliniche e i vostri dati bancari, il tutto processato dagli algoritmi di Mountain View.

È una concentrazione di potere informativo che farebbe venire i brividi a qualsiasi regolatore antitrust europeo, ma che qui viene celebrata come progresso.

La politica, ovviamente, applaude. Il Primo Ministro thailandese Paetongtarn Shinawatra ha accolto l’investimento come una manna dal cielo per l’economia nazionale:

La Thailandia sta diventando rapidamente un hub digitale nel sud-est asiatico, spinta da una forza lavoro di talento e da investimenti in infrastrutture tecnologiche da parte di leader del settore come Google. Il governo reale thailandese apprezza profondamente la collaborazione continua di Google per rafforzare la nostra economia digitale, in particolare i suoi sforzi negli ultimi cinque anni per formare milioni di thailandesi in competenze digitali critiche.

— Paetongtarn Shinawatra, Primo Ministro della Thailandia

Quello che il Primo Ministro non dice, però, è che questa “formazione” è spesso funzionale a creare una forza lavoro dipendente dagli strumenti proprietari di Google, chiudendo il cerchio del lock-in tecnologico.

Ma c’è un altro aspetto, ancora più insidioso, che riguarda chi tiene davvero il coltello dalla parte del manico.

Chi controlla l’interruttore?

L’aspetto geniale, seppur diabolico, della strategia di Sarath Ratanavadi è l’aver capito prima di altri che l’AI non è eterea: è pesante, fisica e, soprattutto, affamata di energia. I data center non funzionano con le buone intenzioni; consumano terawattora.

E chi meglio di un magnate dell’energia può garantire che le luci (e i server) restino accesi?

Qui emerge il conflitto di interessi strutturale. Gulf Energy ha tutto l’interesse a spingere per un’adozione massiccia dell’AI, non solo per vendere servizi cloud, ma perché l’AI è il cliente perfetto per le sue centrali elettriche: consuma 24/7 e non si lamenta delle bollette. In questo contesto, Gulf Energy collabora con Google Cloud per la prima soluzione cloud sovrana della Thailandia non per filantropia digitale, ma per verticalizzare i profitti.

Vendono il problema (la necessità di calcolo) e la soluzione (l’energia per alimentarlo).

Ruth Porat, Presidente e Chief Investment Officer di Alphabet, ha confezionato la narrazione perfetta per vendere questa dipendenza energetica come empowerment sociale:

Gli investimenti infrastrutturali di Google in Thailandia rappresentano una pietra miliare nel nostro impegno per espandere le opportunità per i thailandesi nell’era digitale. Questi investimenti daranno potere alle imprese, agli innovatori e alle comunità thailandesi per sfruttare la potenza del cloud e della tecnologia AI.

— Ruth Porat, Presidente e CIO, Alphabet e Google

“Dare potere” è una frase bellissima.

Ma quale potere ha una piccola impresa locale quando l’infrastruttura su cui basa la sua esistenza è proprietà di un oligopolio che controlla tutto, dal kilowattora all’API di machine learning?

I dati sanitari nel mirino

Il punto più allarmante di questo accordo riguarda l’intenzione esplicita di entrare nel settore sanitario. L’idea di addestrare modelli di intelligenza artificiale sui dati sanitari di una nazione intera, sotto l’egida di una “sovranità” gestita privatamente, è un incubo per la privacy.

Se in Europa il GDPR impone paletti rigidissimi sul trattamento automatizzato dei dati sensibili, in questi mercati in rapida espansione la promessa di efficienza spesso travolge la cautela.

Google Distributed Cloud (GDC) permette di eseguire i calcoli air-gapped (scollegati dalla rete pubblica), vero. Ma chi audita gli algoritmi? Chi garantisce che i dati non vengano usati per raffinare modelli globali che poi Google rivenderà altrove?

E soprattutto, se Gulf Energy decide di incrociare i dati di consumo energetico delle famiglie con i profili digitali per “ottimizzare i servizi”, chi li fermerà?

La verità è che stiamo assistendo alla creazione di “Stati digitali” all’interno degli Stati nazionali. Entità ibride dove il potere pubblico (il governo che deregolamenta) e il potere privato (Google e Gulf che costruiscono) si fondono. In questo scenario, il cittadino smette di essere un soggetto di diritto e diventa un mero punto dati: un consumatore di energia, un generatore di informazioni, un utente da monetizzare.

La domanda che dovremmo porci non è quanto crescerà il PIL thailandese grazie a questo accordo, ma quanto costerà, in termini di libertà e controllo, affidare le chiavi del futuro digitale a chi possiede già l’interruttore della luce.

Se la nuvola è sovrana, chi è il suddito?

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