AI.com: 70 milioni di dollari per un dominio, il prezzo della nuova elettricità e le sue implicazioni nel 2026
Nel frenetico novembre del 2023, quell’acquisto ha segnato il momento esatto in cui l’intelligenza artificiale ha smesso di essere un esperimento da laboratorio, trasformandosi nella nuova elettricità e innescando una corsa all’oro digitale.
Settanta milioni di dollari.
Non è il budget per un film indipendente di Hollywood e nemmeno il costo di un attico a Manhattan. È la cifra che, in quel frenetico novembre del 2023, è stata messa sul piatto per acquistare sei caratteri: AI.com.
Oggi, nel febbraio 2026, mentre i nostri assistenti vocali ci preparano il caffè e ottimizzano le nostre agende in tempo reale, guardiamo indietro a quella transazione non solo come a un record finanziario, ma come al momento esatto in cui abbiamo capito che l’intelligenza artificiale non era più un esperimento da laboratorio, ma la nuova elettricità.
Era il periodo della corsa all’oro digitale. ChatGPT aveva appena spento la sua prima candelina, scatenando un entusiasmo che non vedevamo dai tempi del primo iPhone. Le aziende facevano a gara per inserire “AI” nei loro comunicati stampa, spesso senza avere nulla di concreto in mano.
In questo scenario da far West, il fondatore di Crypto.com Kris Marszalek ha acquisito il dominio AI.com per una cifra che ha fatto impallidire i precedenti record del settore.
Una mossa che all’epoca sembrava folle, ma che vista con gli occhi di oggi rivela una strategia ben precisa: nel mondo tech, la percezione è tutto.
Ma possedere l’indirizzo più prestigioso del web garantisce davvero il successo o è solo un costosissimo specchietto per le allodole?
Il prezzo della fiducia
Per capire la portata di questa operazione, dobbiamo fare un passo indietro. Fino a quel momento, il record apparteneva a Voice.com, venduto per 30 milioni di dollari nel 2015. Sembrava una cifra insuperabile.
Poi è arrivato l’hype dell’intelligenza artificiale a spazzare via ogni logica di mercato. Kris Marszalek non è nuovo a queste giocate: aveva già speso 12 milioni per assicurarsi Crypto.com anni prima.
La sua filosofia è semplice e brutale: se controlli il nome che definisce l’intera categoria, diventi automaticamente il punto di riferimento nella mente dell’utente medio.
Pensateci: quando digitate un indirizzo nella barra del browser, state compiendo un atto di fiducia. “AI.com” suona autorevole, definitivo, quasi istituzionale. È come possedere “Internet.com” negli anni Novanta.
Per l’utente finale, che spesso fatica a distinguere tra un servizio legittimo e l’ennesima app che promette miracoli, quel dominio rappresenta una garanzia implicita di qualità. È psicologia applicata al branding: più il nome è breve e generico, più il nostro cervello tende a fidarsi.
Tuttavia, c’è un rovescio della medaglia che gli esperti avevano già intravisto.
Non solo un indirizzo, ma un biglietto da visita
Non tutti, all’epoca, stapparono lo champagne. Patrick Stox, noto esperto SEO, fu tra le voci fuori dal coro che misero in dubbio la sensatezza economica dell’operazione. Il suo ragionamento era tecnicamente ineccepibile: Google e gli altri motori di ricerca non si fanno impressionare dal prezzo che hai pagato per il tuo dominio.
Agli algoritmi non importa se hai speso 70 dollari o 70 milioni; ciò che conta è la qualità del servizio che offri.
Eppure, questa visione puramente tecnica rischia di mancare il bersaglio grosso. In un mondo saturo di informazioni, la memorabilità è una valuta pregiata.
Quante volte avete rinunciato a visitare un sito perché l’indirizzo era troppo complicato o suonava sospetto? La scommessa di Marszalek non era sulla SEO, ma sull’essere la prima cosa che viene in mente. È la differenza tra avere un negozio in una via laterale e possedere l’intero isolato a Times Square.
C’è però un aspetto che nel 2023 veniva spesso sottovalutato e che oggi, nel 2026, ci tiene svegli la notte: la sicurezza.
La bolla e la sostanza
Concentrare un potere simbolico così enorme in un unico dominio comporta rischi non indifferenti. Se AI.com dovesse subire una violazione, l’impatto sarebbe devastante.
Immaginate milioni di utenti che accedono a quella che credono essere la porta d’ingresso sicura per i loro strumenti di lavoro, solo per trovarsi vittime di phishing o furto dati. La centralizzazione, in un’epoca in cui predichiamo la sicurezza distribuita, è un’arma a doppio taglio.
L’entusiasmo per la tecnologia non deve mai farci abbassare la guardia su chi detiene le chiavi di casa.
Guardando la situazione attuale, l’acquisto di AI.com si è rivelato un prisma attraverso cui leggere l’evoluzione del settore. Da un lato, ha confermato che l’IA è l’asset definitivo del decennio; dall’altro, ci ricorda che i soldi possono comprare la visibilità, ma non necessariamente l’innovazione.
Abbiamo visto nascere startup incredibili con domini impronunciabili e giganti crollare nonostante un branding perfetto.
Alla fine, quei 70 milioni di dollari hanno comprato molto più di un indirizzo web. Hanno comprato un pezzo di storia della tecnologia e una lezione che stiamo ancora imparando.
In un futuro digitale sempre più complesso, stiamo costruendo cattedrali solide o stiamo solo pagando a peso d’oro le insegne al neon?