Guerra del cloud: AWS perde terreno? Azure e Google Cloud sfidano l’egemonia con l’AI
Il mercato del cloud pubblico, un tempo dominio incontrastato di Amazon Web Services (AWS), non è più un monologo. È diventato un dibattito acceso, e le voci di Microsoft Azure e Google Cloud Platform (GCP) si fanno sempre più forti.
Mentre i dati dei principali analisti di settore, come Synergy Research Group, continuano a mostrare AWS in testa con una quota intorno al 31%, il ritmo della crescita racconta una storia diversa.
Azure e Google Cloud, partendo da basi più piccole, stanno erodendo terreno con tassi di espansione che, trimestre dopo trimestre, costringono l’iniziale pioniere a guardarsi alle spalle. La domanda che serpeggia nei corridoi di Wall Street e nelle sale server di mezzo mondo è semplice e diretta: AWS sta perdendo il suo smalto?
E se sì, perché un gigante che ha praticamente inventato il mercato IaaS (Infrastructure as a Service) dovrebbe trovarsi ora a rincorrere?
La risposta ufficiale di Seattle, per bocca del CEO Andy Jassy, è un fermo e categorico rifiuto di questa narrativa. In un recente intervento, Jassy ha dipinto un quadro di forza incontrastata, puntando il dito non sulla quota di mercato grezza, ma sulla superiorità assoluta e sulla fedeltà della propria clientela. Ha sottolineato come AWS non sia solo “storage e compute”, ma un ecosistema integrato e maturo, difficilmente replicabile dai concorrenti.
Tuttavia, questa sicurezza sembra a volte sfiorare l’autocompiacimento, soprattutto quando si osservano le mosse aggressive dei rivali. Microsoft, con la sua strategia hybrid by design e l’integrazione letale tra Azure e il parco software enterprise (primo fra tutti Office 365 e l’onnipresente Active Directory), ha offerto alle grandi aziende una via di fuga meno traumatica dal data center on-premise.
Google, dal canto suo, ha puntato tutto sull’intelligenza artificiale e sull’analisi dei dati, sfruttando il know-how interno di Alphabet per attirare quelle realtà per cui il machine learning non è un futuro lontano, ma il core del business presente. AWS, pur avendo servizi analoghi (da SageMaker a Bedrock), fatica a scrollarsi di dosso l’immagine di essere, prima di tutto, il miglior magazziniere digitale del mondo.
Un’immagine solida, ma forse non più sufficiente in un’era in cui i clienti chiedono non solo dove mettere i dati, ma soprattutto come trasformarli in valore.
La discussione sulla quota di mercato è spesso fuorviante. Ciò che conta davvero è il valore che offri ai clienti, la profondità e l’ampiezza dei servizi, e la capacità di innovare su scala. I nostri clienti più importanti non scelgono un provider cloud per un singolo punto percentuale di sconto. Scelgono il partner che può aiutarli a reinventare il loro business per i prossimi dieci anni. E su questo, la differenza è ancora abissale.
— Andy Jassy, CEO di Amazon
Ma è proprio sul fronte dell’innovazione e, soprattutto, dei suoi costi nascosti, che si gioca una partita cruciale per la privacy e l’autonomia degli utenti finali. L’ascesa di Azure e Google Cloud non è semplicemente una questione di prezzi o di feature tecniche.
È il sintomo di una guerra più sottile, combattuta sul terreno del lock-in e della dipendenza.
Microsoft lega il cloud al suo sistema operativo e alla sua suite di produttività, creando un circolo vizioso (o virtuoso, dal suo punto di vista) da cui è estremamente costoso uscire. Google usa il cloud come una gigantesca spugna per assorbire dati da alimentare nei suoi modelli di AI, offrendo servizi avanzati in cambio di una trasparenza spesso opaca su come quelle informazioni vengano poi riutilizzate.
AWS, in questo panorama, si presenta paradossalmente come l’opzione più agnostica: non ha un motore di ricerca da alimentare né un sistema operativo desktop da difendere. Il suo modello di business è il cloud stesso.
Eppure, questa neutralità è solo apparente. L’obiettivo di Amazon rimane quello di legare a sé il maggior numero di aziende possibili, rendendo la migrazione verso un altro provider un’operazione così complessa e costosa da essere di fatto impraticabile.
Il vero rischio per la privacy, in questo contesto, non è solo come un singolo provider tratta i dati, ma nell’impossibilità strutturale di scegliere liberamente dove collocarli, violando di fatto lo spirito di portabilità sancito da regolamenti come il GDPR.
La battaglia per la supremazia nel cloud si sta rapidamente spostando su un nuovo, costosissimo campo di gioco: l’intelligenza artificiale generativa. Qui, i paradigmi tradizionali vengono stravolti. Non basta più avere il data center più grande; serve avere il modello più potente, i chip più performanti (come i TPU di Google o le partnership esclusive di Azure con Nvidia) e, soprattutto, montagne di dati per l’addestramento.
È una corsa agli armamenti che rischia di esacerbare tutte le criticità già esistenti.
I costi esorbitanti per sviluppare e mantenere questi modelli (si parla di miliardi di dollari) stanno spingendo i big player a cercare rendite di posizione sempre più aggressive, offrendo servizi di AI “as a service” che creano un livello di dipendenza tecnologica senza precedenti. Per le aziende clienti, l’alternativa di costruire un’AI proprietaria diventa proibitiva.
Così, si affidano a ChatGPT su Azure, a Gemini su Google Cloud o a Bedrock su AWS, consegnando i propri dati più sensibili – segreti industriali, strategie di marketing, dati dei clienti – nelle mani di chi controlla il modello.
Il conflitto di interesse è palese: il fornitore cloud che ti vende il servizio di AI è lo stesso che utilizza dati aggregati (spesso anonimizzati, ma fino a che punto?) per migliorare i propri modelli generali, che poi rivenderà ai tuoi diretti concorrenti.
L’infrastruttura cloud è ormai una commodity. Il vero differenziatore sarà la capacità di offrire intelligenza a strati, integrata in ogni aspetto dell’operatività aziendale. Stiamo investendo per essere il cervello che guida non solo lo storage, ma ogni decisione di business.
— Thomas Kurian, CEO di Google Cloud
Allora, chi ci guadagna davvero in questa “nuova” guerra del cloud? Non certo l’utente finale, che vede i propri dati diventare merce di scambio in una partita tra titani. Non sempre le aziende clienti, che ottengono servizi sempre più potenti ma al prezzo di una libertà contrattuale sempre minore.
A vincere, per ora, sono gli azionisti delle Big Tech, che vedono nel cloud il motore di crescita più affidabile in un mondo digitale sempre più affamato di potenza di calcolo e di algoritmi. I regolatori, dal canto loro, arrancano. Il GDPR e le legislazioni simili sono nate per un mondo in cui i dati erano relativamente statici e i confini tra responsabili e incaricati del trattamento erano chiari.
Oggi, con modelli di AI che apprendono in continuazione da dataset globali e servizi cloud che fungono da piattaforme per migliaia di altri servizi, applicare principi come la minimizzazione dei dati o il diritto all’oblio diventa una sfida quasi surreale.
La domanda finale, quindi, non è se AWS stia perdendo terreno rispetto ad Azure e Google Cloud. È se questa corsa a tre per la dominanza del cloud, con l’AI come moltiplicatore di potenza, stia creando un oligopolio tecnocratico in cui la scelta è solo tra diversi tipi di dipendenza.
Mentre Jassy, Satya Nadella e Thomas Kurian si scambiano frecciate sulle quote di mercato, costruiscono silenziosamente un mondo in cui uscire dal loro giardino diventerà, semplicemente, impensabile.
E in quel mondo, la vera perdente sarà la sovranità digitale, sia delle aziende che dei singoli individui.