Amazon investe 200 miliardi in AI: il mercato trema, finisce l’era dei Magnifici 7
La reazione dei mercati finanziari è spesso un termometro spietato, che misura la febbre del presente con il ghiaccio del futuro.
E quando il termometro segna un brusco calo, come l’11 per cento in after-hours per Amazon dopo trimestrali apparentemente solidi, è il segnale che qualcosa di più profondo sta bollendo in pentola.
Non sono stati i ricavi del quarto trimestre 2025, saliti del 14 per cento a 213 miliardi di dollari e sopra le attese, a spaventare Wall Street.
Né la crescita del 24 per cento di AWS, il colosso del cloud, a rassicurarla completamente.
Il fulmine a ciel sereno è stato l’annuncio del CEO Andy Jassy: nel 2026, Amazon prevede di investire circa 200 miliardi di dollari in spese in conto capitale, una cifra astronomica anche per i parametri del tech, dedicata in gran parte all’infrastruttura per l’intelligenza artificiale.
Jim Cramer, il volto popolare e spesso chiacchierato di Mad Money su CNBC, è sceso in campo sui social per difendere la società.
Ma la sua difesa è stata un curioso ibrido di sostegno e realismo cinico.
In un post su X, ha scritto: “Non dirò che il ribasso di Amazon sia eccessivo, perché immagino che domani sarà piuttosto brutto. Sto dicendo che c’è una ragione per questa spesa che può essere giustificata”.
Poche ore dopo, in un altro messaggio, ha aggiunto: “Difenderò Amazon oggi. Ma ieri ha toccato 197 dollari mentre la gente riconosce, come abbiamo fatto noi, che i ‘Magnifici 7’ non esistono più. Ma è Google il vero premio”.
In due frasi, Cramer ha fotografato il doppio shock che sta vivendo il mercato: il timore per spese così massive e la fine di un’era in cui un piccolo gruppo di titoli tech poteva muoversi all’unisono verso l’alto, indisturbato.
Ci aspettiamo di spendere circa 200 miliardi di dollari in spese in conto capitale nel 2026, concentrandoci su infrastrutture per l’intelligenza artificiale, chip personalizzati, robotica e reti satellitari.
— Andy Jassy, Amministratore Delegato di Amazon.com Inc.
La corsa agli armamenti dell’ai e il prezzo da pagare
La cifra di 200 miliardi non è un numero astratto.
Rappresenta un aumento del 54 per cento rispetto alle previsioni precedenti e supera di gran lunga la stima di Alphabet (Google) per lo stesso anno, fissata tra 175 e 185 miliardi.
È una dichiarazione di guerra economica nella corsa agli armamenti dell’AI.
Amazon, nonostante la leadership di AWS, percepisce di essere in ritardo nella partita cruciale dei modelli di linguaggio e dell’hardware specializzato rispetto a Microsoft (partner di OpenAI) e Google.
Questo investimento mostruoso serve a colmare il gap: costruire data center, sviluppare chip proprietari come Trainium e Inferentia, e potenziare tutto, dalla logistica robotizzata alla costellazione satellitare Project Kuiper.
Per l’utente finale, tutto questo si tradurrà in servizi più veloci, assistenti digitali più capaci, consegne più efficienti e, forse, nuove esperienze di acquisto.
Ma nel breve termine, il mercato azionario funziona come un contabile miope: vede un fiume di denaro che esce dalle casse e un ritorno sull’investimento (ROI) che si materializzerà tra anni.
L’incertezza è amplificata dal fatto che questi 200 miliardi supereranno probabilmente il flusso di cassa operativo generato da Amazon nel 2026.
In altre parole, la società dovrà attingere alle riserve o finanziarsi per sostenere questa spinta.
Per gli investitori abituati alla redditività trimestrale, è uno shock culturale, anche se Amazon ha una storia di pesanti investimenti seguiti da dominanza di mercato, come successe con AWS stesso.
Il mercato non perdona (ma gli analisti sì)
La reazione immediata è stata brutale.
Il titolo è crollato, trascinando con sé l’umore sul settore tech.
Eppure, mentre il prezzo di Amazon vacillava, l’indice S&P 500 chiudeva in rialzo quasi dell’1 per cento.
Un segnale chiaro: questo non è un panico di sistema, ma una severa rivalutazione di un singolo attore all’interno di una partita che sta cambiando.
Gli analisti istituzionali, guardando oltre l’orizzonte di un trimestre, hanno per lo più applaudito la mossa.
UBS e Stifel hanno alzato i rispettivi target di prezzo a 311 e 300 dollari, vedendo in AWS un motore di crescita destinato a raddoppiare i ricavi entro il 2028.
Gene Munster di Deepwater Asset Management ha sintetizzato questa divergenza di visione con una critica diretta alla reazione del mercato:
La mia conclusione… è che il mercato sta sostanzialmente perdendo il punto.
— Gene Munster, Managing Partner di Deepwater Asset Management
Il “punto” che il mercato starebbe perdendo, secondo Munster e altri, è la transizione da un’era di tech basato su software e servizi digitali a un’era di tech basato su infrastruttura fisica e tangibile.
L’AI non è solo codice; è energia, è silicio, è spazio nei data center, è una rete di satelliti.
Chi controllerà questa infrastruttura controllerà il prossimo ciclo dell’innovazione.
Amazon sta scommettendo che, senza questo sforzo titanico, rischierebbe di diventare un fornitore di secondo piano nell’economia dell’AI.
La mossa ricorda i grandi investimenti del passato nella logistica: dolorosi all’inizio, ma che hanno creato un fossato competitivo incolmabile.
Tuttavia, l’ottimismo degli analisti si scontra con una dura realtà operativa.
Investire 200 miliardi in un solo anno non è come lanciare un nuovo servizio in cloud.
Significa affrontare vincoli nella catena di approvvigionamento dei semiconduttori, competere per talenti rarissimi, e gestire la complessità geopolitica della costruzione di data center in tutto il mondo.
Inoltre, l’annuncio ha innescato un rally nei titoli dei semiconduttori, come Nvidia e AMD, rivelando chi potrebbe essere il vero vincitore immediato di questa corsa agli armamenti: i fornitori di picconi e pale della nuova corsa all’oro.
La fine dei “magnifici 7” e la nuova geografia del potere tech
La frase più rivelatrice di Cramer non riguardava Amazon, ma il suo commento sulla morte dei “Magnifici 7”.
Quel gruppo monolitico di titoli tech che per anni ha trainato i mercati sta subendo una frattura.
Non tutti stanno affrontando le stesse sfide, né hanno le stesse risorse per la battaglia dell’AI.
Alcuni, come Apple, sono più focalizzati sull’integrazione dell’AI nei dispositivi.
Altri, come Meta, hanno già affrontato il loro “anno dell’efficienza”.
Amazon e Google si trovano invece in trincea nella guerra del cloud e dell’infrastruttura, una guerra di logoramento ad altissima intensità di capitale.
La preferenza di Cramer per Google come “premio” suggerisce che, a parità di investimenti, il mercato percepisca Alphabet come più efficiente, con una roadmap AI forse più chiara (grazie a Gemini) e un bilancio leggermente meno esposto.
È un giudizio sottile che segna la fine dell’idea del tech come blocco unico.
Gli investitori dovranno ora fare scelte più difficili, valutando non solo la crescita, ma la disciplina fiscale, la sostenibilità degli investimenti e la capacità di tradurre le promesse dell’AI in profitti concreti.
Alla fine, la domanda che l’episodio Amazon solleva è più filosofica che finanziaria.
Fino a che punto siamo disposti, come società e come mercato, a finanziare il futuro scommettendo cifre che superano il PIL di intere nazioni?
L’ottimismo di Jassy e la fredda accettazione di Cramer nascondono una tensione tra due modelli di capitalismo: uno paziente, visionario, che accetta il dolore a breve termine per un guadagno a lungo termine; l’altro iper-reattivo, che premia il trimestre in corso e punisce qualsiasi deviazione dalla linearità.
Amazon ha storicamente vinto scommesse simili, ma la posta in gioco non è mai stata così alta, e il campo di gioco mai così affollato di giganti con portafogli altrettanto profondi.
La vera partita, forse, non è se Amazon avrà ragione tra cinque anni, ma se il mercato avrà la pazienza di aspettare così a lungo.