TotalEnergies e Google: 1 GW solare per i data center AI in Texas

TotalEnergies e Google: 1 GW solare per i data center AI in Texas

L’accordo lega due giganti, il colosso dell’energia che cerca di riconvertire la sua immagine e il gigante digitale affamato di elettricità pulita per alimentare l’intelligenza artificiale

Un gigawatt di energia solare, l’equivalente della potenza di una centrale nucleare di media taglia, scorrerà per i prossimi quindici anni dai pannelli di TotalEnergies ai data center di Google in Texas.

È l’accordo annunciato nei giorni scorsi, che lega due giganti in un patto di lungo periodo: da una parte il colosso dell’energia, che sta cercando di riconvertire la sua immagine da petrolifera a multi-energetica; dall’altra il gigante del digitale, che ha bisogno di elettricità pulita, abbondante e a prezzo stabile per alimentare la sua crescita, soprattutto quella trainata dall’intelligenza artificiale.

La cifra, 1 GW, non è solo un numero record per TotalEnergies negli Stati Uniti, ma è anche un segnale chiaro di come il futuro dell’energia si stia scrivendo nell’incrocio tra il deserto texano e i server che fanno funzionare le nostre ricerche online.

I dettagli tecnici raccontano una storia di scala industriale. L’elettricità proverrà da due mega-impianti solari di proprietà di TotalEnergies in via di sviluppo in Texas: il progetto Wichita (805 MWp) e Mustang Creek (195 MWp), situati a ovest di Dallas. I lavori di costruzione dovrebbero iniziare nel secondo trimestre del 2026 e, una volta a regime, i due siti forniranno circa 28 terawattora di energia rinnovabile nel corso del contratto quindicennale.

Per dare un’idea, è una quantità di energia che potrebbe alimentare milioni di case.

Ma qui l’utente finale non è una famiglia, è un data center. E per Google, questo non è che l’ultimo tassello di una strategia energetica che somiglia sempre più a quella di un grande utility company.

Perché il Texas è il campo di battaglia perfetto per l’energia del futuro

Il Texas non è stato scelto a caso. È uno stato con un’enorme disponibilità di terra, un’insolazione ideale per il solare e, soprattutto, una rete elettrica (ERCOT) deregolamentata e separata dalle principali interconnessioni nazionali. Questo la rende un mercato dinamico, ma anche notoriamente volatile, come hanno dimostrato i blackout causati dalla tempesta invernale Uri nel 2021. Per un operatore come Google, che punta a far funzionare data center e uffici esclusivamente con energia carbon-free entro il 2030, la sfida è duplice: decarbonizzare e, al contempo, garantire stabilità alla rete che alimenta le sue operazioni critiche.

L’accordo con TotalEnergies risponde a entrambe le esigenze. Da un lato, aggiunge nuova capacità rinnovabile alla griglia texana, un elemento di cui c’è disperato bisogno. Will Conkling, Director of Clean Energy and Power di Google, ha sottolineato proprio questo aspetto: il nostro accordo con TotalEnergies aggiunge una nuova generazione necessaria al sistema locale, aumentando la quantità di energia economica e affidabile disponibile per servire l’intera regione.

Dall’altro, per TotalEnergies, si tratta di una mossa strategica per posizionarsi come partner privilegiato del settore tech. Marc-Antoine Pignon, Vice President Renewables U.S. di TotalEnergies, ha definito l’accordo come parte di una strategia per fornire soluzioni energetiche rinnovabili su misura che supportino gli obiettivi di decarbonizzazione dei player digitali, in particolare i data center.

Ma c’è un terzo attore in questa partita, spesso invisibile: la comunità locale. La costruzione di impianti solari di questa portata solleva questioni sull’uso del suolo e sulle risorse idriche. Se è vero che un data center alimentato a gas naturale richiede 50 volte più acqua di uno alimentato a solare, la fase di costruzione degli impianti fotovoltaici può avere un impatto significativo.

Tuttavia, progetti di questa scala promettono anche centinaia di posti di lavoro temporanei e entrate fiscali sostanziali per i comuni coinvolti.

Il gioco, in Texas, vale la candela.

L’ossessione per l’energia pulita che guida (e limita) l’ia

Dietro a questi mega-contratti c’è un driver inarrestabile: la fame di energia dell’intelligenza artificiale. Addestrare e far funzionare modelli linguistici avanzati come Gemini o GPT richiede una potenza di calcolo mostruosa, che si traduce direttamente in consumo elettrico. Google, come i suoi competitor Microsoft e Amazon, è in una corsa per costruire data center più potenti. Ma questa corsa rischia di vanificare gli impegni climatici se l’energia non proviene da fonti pulite. Ecco perché i Power Purchase Agreement (PPA) a lungo termine non sono più solo una scelta di marketing, ma una necessità operativa.

Google ha già sottoscritto oltre 170 accordi per acquistare oltre 23 GW di generazione di energia pulita dal 2010. L’accordo con TotalEnergies si inserisce in una rete globale di PPA che l’azienda ha stretto con il gruppo francese, che includono un impianto in Ohio e uno in Malaysia. È un modo per “securizzare” una fetta del proprio fabbisogno futuro, bloccando un prezzo e garantendosi la provenienza rinnovabile dell’elettricità. In un mondo dove i data center in Texas consumavano già almeno l’8,8% dell’energia dello stato nel 2024, queste operazioni non sono marginali: stanno rimodellando il mercato energetico.

Siamo lieti di firmare questi accordi per fornire energia rinnovabile a Google in Texas, che rappresentano il più grande volume di PPA rinnovabile mai sottoscritto da TotalEnergies negli Stati Uniti

— Marc-Antoine Pignon, Vice President Renewables U.S. di TotalEnergies

Tuttavia, c’è una tensione di fondo. Questi PPA garantiscono che una certa quantità di energia rinnovabile venga immessa in rete, ma non che i data center di Google in Texas siano alimentati direttamente e in ogni momento da quei specifici pannelli solari. La rete è un pool comune. L’obiettivo “24/7 carbon-free energy” di Google è molto più ambizioso: significa far combaciare, ora per ora, il consumo di un data center con la produzione di fonti prive di carbonio sulla stessa rete locale.

È un salto tecnologico e logistico enorme, per cui i PPA sono un passo necessario ma non sufficiente.

Il doppio volto di TotalEnergies: tra petrolio e promesse verdi

E qui arriviamo alla contraddizione più interessante dell’intera operazione. TotalEnergies, da un lato, si presenta come campione della transizione energetica, con l’obiettivo di raggiungere più di 100 TWh di produzione netta di elettricità da rinnovabili entro il 2030. Questo accordo da 1 GW ne è un vistoso testimonial. Dall’altro, rimane una delle maggiori compagnie petrolifere e del gas al mondo. Solo pochi anni fa ha aumentato le sue attività nel gas nella formazione di Eagle Ford in Texas e la sua strategia dichiarata rimane “più energia e meno emissioni”, un mantra che include ancora investimenti significativi in idrocarburi.

Questo accordo con Google, quindi, è anche un potente strumento di “green branding”. Permette a TotalEnergies di mostrare ai mercati, ai regolatori e all’opinione pubblica di essere un attore credibile nel futuro dell’energia pulita, mentre continua ad estrarre combustibili fossili. È una doppia scommessa: sul fatto che la domanda di petrolio e gas rimarrà robusta ancora per anni, e sul fatto che la domanda di elettricità rinnovabile da parte dei colossi tech esploderà.

In un certo senso, TotalEnergies sta coprendo entrambe le basi, assicurandosi di essere rilevante in entrambi i mondi possibili.

La domanda che rimane, allora, non è solo tecnica. Non riguarda solo megawatt o terawattora. Riguarda la direzione della transizione energetica globale.

Quando un gigante del fossile e un gigante del digitale stringono un’alleanza da miliardi di dollari nel deserto texano, stanno scrivendo un copione per il futuro. Ma questo copione prevede un’uscita di scena graduale dei combustibili fossili, o semplicemente l’aggiunta di un attore in più sul palco, mentre il protagonista di sempre continua a recitare la sua parte?

L’entusiasmo per i grandi numeri dell’energia solare non deve far dimenticare che, per ora, la risposta è ambigua.

L’energia pulita che alimenterà le nostre future ricerche online e le nostre interazioni con l’IA avrà, almeno in parte, ancora l’odore del petrolio.

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