Big Tech: 600 miliardi di dollari in AI entro il 2026. La corsa al dominio globale

Big Tech: 600 miliardi di dollari in AI entro il 2026. La corsa al dominio globale

Dietro la retorica dell’innovazione si nasconde una corsa agli armamenti infrastrutturale senza precedenti, con impatti che vanno oltre i bilanci aziendali

Se i bilanci delle Big Tech fossero un film, il 2026 sarebbe un kolossal di fantascienza con un budget da capogiro. Mentre i risultati del quarto trimestre 2025 scorrono sugli schermi degli investitori, i numeri che emergono non sono semplicemente alti: sono astronomici, e raccontano una sola storia.

Amazon prevede spese in conto capitale per 200 miliardi di dollari. Alphabet (Google) si aspetta di spendere tra 175 e 185 miliardi. Meta si posiziona tra 115 e 135 miliardi.

Microsoft, secondo le stime degli analisti, naviga intorno ai 145-150 miliardi. Sommati, superano i 600 miliardi di dollari per un solo anno.

Ma a cosa serve, esattamente, questa valanga di denaro?

E, soprattutto, chi paga il conto finale?

I CEO non hanno dubbi nel presentare la fattura. Sundar Pichai di Alphabet ha dichiarato che gli investimenti in intelligenza artificiale stanno trainando i ricavi e la crescita in tutti i settori. Andy Jassy di Amazon si aspetta un “forte rendimento a lungo termine” sul capitale investito, mentre Satya Nadella di Microsoft ha sottolineato come l’azienda abbia già costruito un business AI più grande di alcuni dei suoi franchise più consolidati.

Mark Zuckerberg, da parte sua, parla apertamente di una corsa verso una “superintelligenza personale”.

La narrativa è univoca: spendere oggi per dominare domani.

Ma dietro questa retorica da “generative investment”, si nasconde una corsa agli armamenti infrastrutturale senza precedenti, i cui impatti vanno ben oltre i bilanci aziendali.

La corsa al gigawatt: data center, chip e il nuovo far west energetico

Il vero motore di questa spesa è fisico, non algoritmico. È fatto di cemento, acciaio, chip e, soprattutto, energia. L’obiettivo dichiarato è costruire capacità di calcolo per alimentare i modelli di intelligenza artificiale generativa e i servizi cloud che li distribuiscono.

Amazon, ad esempio, sta investendo fino a 50 miliardi di dollari per espandere le capacità di supercalcolo per le agenzie governative statunitensi, mentre Microsoft investirà 19 miliardi di dollari canadesi entro il 2027 per costruire nuova infrastruttura digitale e AI in Canada. Google, dal canto suo, ha annunciato un investimento da 5,5 miliardi di euro in Germania per infrastrutture e data center.

La metrica chiave non è più il numero di app o di utenti, ma il gigawatt.

Meta parla di costruire “decine di gigawatt in questo decennio, e centinaia di gigawatt o più nel tempo”. AWS ha aggiunto quasi 4 gigawatt di capacità di calcolo nel 2025 e prevede di raddoppiarla entro la fine del 2027.

È una corsa che trasforma il panorama energetico globale.

L’Agenzia Internazionale per l’Energia (IEA) stima che il consumo elettrico globale dei data center potrebbe raggiungere circa 1.050 TWh entro il 2026, con l’AI destinata a consumare oltre la metà della domanda di energia dei data center entro il 2028.

In parole povere, l’infrastruttura necessaria per far funzionare i nostri “assistenti intelligenti” rischia di stressare le reti elettriche nazionali e di mandare in fumo – letteralmente – qualsiasi velleità di transizione ecologica, a meno che non si verifichi un parallelo, improbabile, boom delle rinnovabili.

Stiamo solo alle fasi iniziali della diffusione dell’IA e Microsoft ha già costruito un business AI più grande di alcuni dei nostri franchise più grandi.

— Satya Nadella, Presidente e CEO di Microsoft

Ma c’è un altro aspetto, spesso taciuto nelle presentazioni agli investitori. Questa spesa forsennata non è solo una scommessa sul futuro: è un formidabile fossato difensivo.

Costruire data center su questa scala richiede capitali che solo poche aziende al mondo possono permettersi, congelando di fatto la competizione. Le startup che sviluppano modelli linguistici all’avanguardia si troveranno sempre più costrette a noleggiare potenza di calcolo da questi stessi giganti, diventandone di fatto clienti e finanziando i loro stessi potenziali carnefici.

È il ritorno del “walled garden”, ma costruito con server e trasformatori invece che con codice proprietario.

Oltre la nuvole: il vero business è (sempre) pubblicità e lock-in

Se si guarda a dove effettivamente fluiscono i ricavi, il quadro diventa meno futuristico e più familiare. Per Google e Meta, il motore rimane la pubblicità, solo che ora è “potenziata dall’AI”. Meta sta spingendo verso una pubblicità quasi completamente automatizzata, dove i brand caricano un’immagine e un budget, e i sistemi AI gestiscono il resto. I suoi strumenti di generazione video hanno già raggiunto un run rate di ricavo di 10 miliardi di dollari.

Google integra Gemini ovunque, dai risultati di ricerca alle e-mail, creando nuovi spazi per inserzioni contestuali e catturando dati ancora più granulari sul comportamento degli utenti.

Per Microsoft e Amazon, la posta in gioco è il dominio del cloud enterprise. L’AI è l’amo perfetto per agganciare le aziende a piattaforme come Azure e AWS. Microsoft vede il suo impegno commerciale non performante (RPO) schizzare del 110% a 625 miliardi di dollari, trainato dall’AI.

Offrire servizi AI avanzati significa legare i clienti a un ecosistema di strumenti, archiviazione dati e servizi gestiti, rendendo proibitivamente costoso il passaggio a un concorrente.

È una strategia di lock-in di una potenza inedita, mascherata da innovazione.

Anche l’annuncio di Microsoft di offrire l’elaborazione dei dati in loco per le interazioni con Copilot in Canada risponde a esigenze di sovranità digitale, ma allo stesso tempo consolida la sua posizione come fornitore indispensabile per settori regolamentati.

E i prodotti consumer? Alexa+, i Copilot, gli assistenti vari sono certamente il volto visibile di questa rivoluzione, ma difficilmente saranno la principale fonte di profitto nel breve termine.

Sono invece il canale di distribuzione fondamentale, il modo per normalizzare l’interazione con l’AI e far entrare silenziosamente questi sistemi nelle case e nei flussi di lavoro, dove potranno raccogliere dati e orientare scelte.

Google lo ammette quasi esplicitamente quando parla di maturare l’AI Agente per automatizzare flussi di lavoro aziendali complessi. L’obiettivo finale non è un chatbot che scrive poesie, ma un sistema che gestisce la supply chain, ottimizza le campagne marketing e, non ultimo, decide quali prodotti acquistare per voi.

Amazon, non a caso, introduce protocolli di commercio “agenteico” che permettono il checkout diretto dentro l’AI.

Il conto nascosto: ambiente, privacy e una democrazia sotto stress

Mentre gli investitori festeggiano la crescita dei ricavi cloud, qualcuno dovrebbe chiedersi chi sta pagando il conto ambientale di questa festa. I data center sono assetati di acqua per il raffreddamento. Alcune stime indicano che i sistemi di AI potrebbero aver consumato tra 312,5 e 764,6 miliardi di litri d’acqua nel 2025.

In un mondo sempre più segnato dalla scarsità idrica, il conflitto tra i gigawatt necessari per l’AI e le esigenze delle comunità locali è destinato ad acuirsi. Le aziende promettono efficienza e rinnovabili, ma la scala della domanda è tale da rischiare di vanificare qualsiasi progresso.

C’è poi il conto in termini di privacy e concentrazione di potere. Questi modelli si nutrono di dati. Più sono integrati nella nostra vita digitale, più informazioni raccolgono. Il GDPR e simili regolamenti tentano di porre dei paletti, ma la complessità tecnica e la pervasività di questi sistemi li rendono di una opacità inquietante.

Quando un “agente” AI di Microsoft o Google gestisce le vostre e-mail, il vostro calendario, le vostre ricerche e i vostri documenti aziendali, il concetto stesso di consenso informato diventa una parodia.

La profilazione raggiunge un livello di profondità e di automazione che rende le preoccupazioni dell’era dei cookie simili a un problema di altro secolo.

Infine, c’è il conto politico e sociale. La dipendenza strategica dai servizi cloud e AI di poche aziende americane sta già spingendo l’Europa e altre nazioni a cercare (con fatica) una via autonoma.

Inoltre, l’investimento di Amazon di 50 miliardi per l’infrastruttura governativa USA solleva interrogativi sulla militarizzazione dell’AI e sulla fusione tra interessi corporate e sicurezza nazionale.

Quando la stessa azienda che vi vende i libri e vi gestisce la smart home costruisce anche i supercomputer per le agenzie di intelligence, i confini si fanno pericolosamente labili.

Alla fine, la domanda più provocatoria non è “vincerà Google o Microsoft?”, ma: in questo kolossal da 600 miliardi, siamo spettatori o, inconsapevolmente, comparse il cui tempo, dati e attenzione servono solo a finanziare la costruzione di un potere privato di una scala mai immaginata prima?

I CEO promettono superintelligenza e prosperità. La realtà potrebbe assomigliare molto di più a un monopolio infrastrutturale globale, con il conto energetico e democratico lasciato alle generazioni future.

Facebook X Network Pinterest Instagram
🍪 Impostazioni Cookie