Google AI e shopping: la sfida dei retailer tra visibilità e traffico diretto

Google AI e shopping: la sfida dei retailer tra visibilità e traffico diretto

L’integrazione dello shopping diretto nelle sue piattaforme AI, resa possibile dal nuovo Universal Commerce Protocol, promette una comodità senza precedenti, ma apre un dibattito sui costi per la privacy e la trasparenza del mercato.

Da qualche mese, quando chiedi a Google di aiutarti a trovare un divano o un regalo di compleanno, la risposta non è più solo una lista di link blu.

È una conversazione con un assistente che, oltre a consigliarti, ora può anche vendertelo direttamente.

L’annuncio è stato fatto con il solito entusiasmo visionario: Google sta integrando lo shopping diretto in AI Mode (le risposte generative nella Ricerca) e nell’assistente Gemini, permettendo di acquistare da grandi retailer come Etsy e Wayfair senza mai uscire dall’interfaccia di Google.

A breve seguiranno Shopify, Target e Walmart.

Il tutto alimentato da un nuovo “standard aperto” battezzato Universal Commerce Protocol (UCP), co-sviluppato con leader di settore come Shopify, Etsy, Wayfair e Target.

Sembra la comodità definitiva.

Ma quando un motore di ricerca, che è anche il più grande venditore di pubblicità digitale al mondo, diventa anche il tuo negoziante di fiducia, chi ci guadagna davvero?

E, soprattutto, a quale prezzo per la nostra privacy e per la trasparenza del mercato?

Il sogno (di Google) del commercio senza attriti

L’obiettivo dichiarato è nobile: eliminare l’attrito.

Invece di cliccare su un link, attendere il caricamento di un sito esterno, riempire un carrello e un modulo di pagamento, tutto avverrà in un flusso continuo all’interno della chat con l’AI.

Il protocollo UCP è progettato per creare un linguaggio comune che permetta alle superfici per i consumatori come la AI Mode nella Ricerca e l’app Gemini di connettersi ai backend aziendali per la scoperta dei prodotti e il checkout.

Per i retailer, l’attrattiva è potente: intercettare l’utente nel momento di massima intenzione d’acquisto, quello in cui sta già chiedendo consiglio a un assistente apparentemente neutrale.

Wayfair, ad esempio, sottolinea che il protocollo UCP alimenterà una nuova esperienza di checkout negli elenchi di prodotti di Google nella AI Mode, permettendo agli acquirenti di comprare direttamente senza lasciare Google.

Per Google, però, questa non è una semplice feature di servizio.

È la chiave per trasformare la ricerca generativa da costo in opportunità di revenue diretta.

I “link blu” della vecchia ricerca portavano traffico ai siti dei retailer, che poi spendevano budget pubblicitari su Google Ads per riacquisire quegli stessi utenti.

Con l’AI Mode, il rischio per Google era di diventare un costoso intermediario informativo che non monetizza.

L’integrazione dello shopping diretto capovolge questa equazione: Google trattiene l’utente, gestisce la transazione (o quantomeno ne è il facilitatore indispensabile) e si posiziona per prendere una fetta di ogni vendita.

L’UCP non è solo un protocollo tecnico; è il grimaldello per aprire un nuovo, sterminato flusso di entrate.

I modelli linguistici di grandi dimensioni stanno colmando il divario tra linguaggio umano e comprensione della macchina… la scoperta si sta spostando verso conversazioni con un contesto più profondo – un’esperienza che sembra più simile a fare shopping con un assistente personale che digitare in una barra di ricerca

— Rafe Colburn, Chief Product and Technology Officer di Etsy

La mossa è anche una risposta difensiva alla corsa delle Big Tech per il “commerce AI”.

Amazon ha il suo assistente Rufus, OpenAI ha stretto partnership simili (Etsy stessa collabora con ChatGPT), Meta cerca da anni di monetizzare lo shopping in-app.

Google deve dimostrare che il suo ecosistema AI non è solo un chatbot intelligente, ma un vero e proprio motore economico.

L’UCP, presentato come standard aperto, è in realtà un modo per dettare le regole del gioco nascente del “commercio agentico”, assicurandosi che il campo da gioco sia, preferibilmente, il suo.

I dati: la merce di scambio nascosta

Qui sorge il primo, enorme punto interrogativo.

Per funzionare, questo shopping “conversazionale” e personalizzato ha bisogno di dati.

Tanti dati.

I clienti possono ricevere raccomandazioni di prodotti personalizzate in base agli acquisti passati collegando i propri account Walmart e Gemini, annuncia con orgoglio il comunicato di Walmart.

Un’esperienza senza soluzione di continuità, certo.

Ma anche una fusione di profili comportamentali senza precedenti: la tua storia di ricerche su Google, le tue conversazioni con Gemini, la tua cronologia d’acquisto su Walmart o Etsy, i tuoi dati di pagamento in Google Wallet, tutto fuso in un unico calderone per alimentare la macchina delle vendite.

Google promette che i retailer rimangono il “merchant of record”, mantenendo il controllo su prezzi e supporto clienti.

Ma chi controlla l’interfaccia e il flusso dati controlla il potere.

L’UCP richiede ai retailer di esporre attraverso API dettagliatissimi nuovi attributi di dati nel Merchant Center pensati per una facile scoperta su superfici come AI Mode e Gemini.

Questi includono risposte a domande comuni sui prodotti, accessori compatibili o sostituti.

In altre parole, per essere visibili, le aziende devono consegnare a Google una mappatura completa della loro conoscenza commerciale.

Google diventa così non solo il passaggio obbligato per la transazione, ma anche il custode della conoscenza collettiva del mercato retail, un vantaggio competitivo inestimabile e potenzialmente anti-concorrenziale.

E il consenso dell’utente in tutto questo?

Viene ridotto a un click per “collegare gli account” in un contesto in cui la promessa della personalizzazione immediata offusca la portata della cessione di dati.

Il GDPR europeo e regolamenti simili pongono paletti stringenti sulla base giuridica del trattamento e sulla trasparenza.

Siamo sicuri che un utente medio comprenda che, collegando il suo account Walmart a Gemini, sta autorizzando un incrocio di dati su scala industriale che va ben oltre la singola transazione?

Un nuovo intermediario (onnipotente) e i rischi per la concorrenza

L’altro grande rischio è la creazione di un intermediario digitale ancora più potente.

Con lo shopping tradizionale, l’utente, dopo la ricerca, poteva scegliere tra diversi siti, confrontare prezzi e condizioni.

Con l’UCP, l’agente AI di Google diventa il de facto decisore.

Sceglierà per te, in base a criteri opachi.

Google assicura che i criteri di ranking saranno equi, ma la storia ci insegna che i conflitti di interesse sono inevitabili.

Cosa succede quando Google dovrà scegliere tra un prodotto di un retailer partner che paga per il “Direct Offers” (un pilota che permette ai retailer di presentare offerte esclusive direttamente nella AI Mode) e uno di un concorrente indipendente che non partecipa al programma?

L’UCP è tecnicamente aperto, ma la complessità di integrazione attraverso API, Agent2Agent (A2A) e il Model Context Protocol (MCP) crea una barriera di fatto per le piccole imprese.

I retailer, pur applaudendo all’iniziativa, si stanno consegnando a una dipendenza tecnologica senza precedenti.

Accettano di far gestire a Google Cloud l’intero ciclo di vita del cliente per i retailer, fornendo supporto personalizzato e rinunciano a traffico diretto sul proprio sito, che è vitale per costruire un rapporto con il cliente e promuovere prodotti a margine più alto.

In cambio, ottengono accesso a un canale di vendita potente ma totalmente controllato da un’altra azienda.

È un patto faustiano: vendite immediate in cambio di sovranità digitale a lungo termine.

La domanda finale, allora, non è se questa integrazione sia comoda – lo è indubbiamente – ma se siamo disposti ad accettare che l’infrastruttura stessa della nostra scoperta e del nostro acquisto online sia progettata, posseduta e ottimizzata per il profitto di una singola azienda.

L’Universal Commerce Protocol di Google promette di unire i puntini tra il nostro desiderio e l’oggetto fisico che lo soddisfa.

Ma nel farlo, rischia di disegnare una mappa del mercato in cui l’unico punto di riferimento è il suo logo.

Facebook X Network Pinterest Instagram
🍪 Impostazioni Cookie