Alphabet tace sull'AI di Siri: deal Apple da 1 miliardo e incognite legali.

Alphabet tace sull’AI di Siri: deal Apple da 1 miliardo e incognite legali.

Dietro il silenzio di Alphabet si nasconde un accordo miliardario, dettato dalle sfide tecniche di Apple e osservato con sospetto dai regolatori.

Il silenzio è a volte più eloquente di una conferenza stampa. Durante la recente call sugli utili del quarto trimestre 2025 di Alphabet, gli analisti hanno provato a scavare nei dettagli di uno degli accordi più significativi del decennio nel settore tech: la partnership con Apple per infondere i modelli AI Gemini nel cuore di Siri.

Le risposte, quando sono arrivate, sono state evasive.

Sundar Pichai, CEO di Alphabet, si è limitato a ribadire che Google è il “fornitore cloud preferito” di Apple e aiuterà a sviluppare “la prossima generazione di modelli fondativi Apple basati sulla tecnologia Gemini”.

Perché tanta reticenza su un affare che, secondo le indiscrezioni, vale circa un miliardo di dollari l’anno per Google?

La risposta probabilmente giace in un intricato groviglio di pressioni competitive, sfide tecniche insormontabili per Apple e un panorama normativo che osserva con sospetto ogni mossa dei giganti del settore.

Da una parte c’è Apple, un’azienda che ha costruito la sua fortuna sul controllo verticale di hardware, software e servizi, ma che nell’era dei grandi modelli linguistici si è trovata drammaticamente in ritardo. I tentativi interni di creare un’alternativa competitiva a ChatGPT o Gemini si sono scontrati con una realtà cruda: test interni rivelavano che il chatbot di casa arrancava del 25% in accuratezza rispetto alla concorrenza, e funzionalità chiave fallivano fino a un terzo delle volte durante le valutazioni.

La cultura stessa del gruppo AI/ML di Apple è stata descritta internamente come “AIMLess” (senza direzione), con Siri considerata una “patata bollente” passata tra i team. Anche quando ha svelato le migliorie di Siri a fine 2024, solo l’11,1% degli utenti ha ritenuto le funzionalità AI effettivamente valide.

La scelta di affidarsi a Google, dopo aver valutato e scartato OpenAI, Anthropic e Meta, è stata dunque una resa pragmatica all’eccellenza tecnica esterna.

Come dichiarato congiuntamente, Apple ha determinato che la tecnologia AI di Google fornisce la base più capace per i propri modelli fondativi.

Una scelta obbligata, non strategica

Dietro la facciata di una collaborazione tra pari, si nasconde una relazione cliente-fornitore. Apple non sta “collaborando” alla pari con Google sull’AI; sta sostanzialmente acquistando un servizio in white-label per colmare una lacuna pericolosa. L’accordo prevede che la prossima generazione dei modelli fondativi Apple sarà basata su Gemini e sulle tecnologie cloud di Google. Tecnicamente, significa che il “cervello” ragionatore di Siri, quello che dovrebbe comprendere richieste complesse e gestire conoscenza generale, sarà ospitato e gestito da Google.

Apple si concentrerà sul livello di integrazione, sull’esperienza utente e, soprattutto, sul suo cavallo di battaglia: la privacy. Promette che tutto avverrà tramite il suo sistema Private Cloud Compute, progettato per processare dati senza memorizzarli su server esterni.

Ma è una distinzione sottile, quasi filosofica. I modelli, i pesi, l’infrastruttura di scala sono di Google.

Questa dipendenza tecnica arriva in un momento di significativa transizione interna ad Apple. Una serie di cambiamenti nell’alta dirigenza sembra preparare il terreno per l’era post-Cook. Lisa Jackson, Vice President for Environment, Policy, and Social Initiatives, andrà in pensione a fine gennaio 2026. Ancora più significativo è l’addio di John Giannandrea, SVP of Machine Learning and AI Strategy, che sarà rimpiazzato da Amar Subramanya come VP of AI.

Giannandrea, si dice, era scettico sul valore immediato dei chatbot per gli utenti comuni.

Il suo allontanamento segnala un cambio di rotta netto: da una visione interna e incrementale a una che abbraccia, per necessità, le tecnologie AI più potenti sul mercato, anche se prodotte da un storico rivale.

Per gli sviluppatori, l’integrazione si tradurrà in nuovi strumenti. Il framework App Intents diventerà il ponte principale per far interagire le app di terze parti con un Siri potenziato. Gli sviluppatori potranno integrare le loro app con Siri e Apple Intelligence usando implementazioni di AppIntent, AppEntity e AppEnum che funzionano con i modelli pre-addestrati di Apple Intelligence.

In teoria, questo dovrebbe permettere a Siri di compiere azioni complesse all’interno di app senza che gli sviluppatori debbano riscrivere codice specifico per l’AI.

È l’aspetto più “Apple” dell’intera operazione: creare un ecosistema ordinato e controllato attorno a una tecnologia di base che, in realtà, è fornita da altri.

Il silenzio di Alphabet parla di regolatori e conflitti

Se Apple ha bisogno di Google per sopravvivere nella corsa all’AI, Google cosa ci guadagna? Oltre all’ovvio fiume di denaro, ottiene l’accesso privilegiato a oltre due miliardi di dispositivi Apple attivi. È una vittoria strategica per Gemini nella sua battaglia contro ChatGPT e Copilot.

Eppure, Alphabet non vuole parlarne.

Questo silenzio strategico è la cartina di tornasole delle preoccupazioni antitrust che aleggiano sull’accordo.

Google già paga ad Apple circa 20 miliardi di dollari l’anno per essere il motore di ricerca predefinito su Safari, un accordo che è già nel mirino del Dipartimento di Giustizia americano. Aggiungere un altro accordo miliardario, che di fatto rende Google il fornitore dell’intelligenza artificiale per il principale concorrente nel mercato mobile, è una ricetta per un controllo regolatorio ancora più stretto.

Non a caso, sia Apple che Google stanno già muovendosi per placare le autorità di vigilanza. Il 10 febbraio 2026, hanno presentato impegni formali alla Competition and Markets Authority (CMA) del Regno Unito in materia di privacy dei dati utente e correttezza degli app store. Tra questi impegni c’è la promessa di proteggere i dati delle app raccolti dagli sviluppatori durante il processo di revisione e di non utilizzarli in modo sleale.

Sono mosse preventive in un mondo, come quello europeo e britannico, dove il Digital Markets Act e leggi simili designano esplicitamente entrambe le aziende come “guardiani di gate” digitali, obbligandole a una condotta più aperta.

Parlare troppo di un accordo che potrebbe consolidare ulteriormente il loro duopolio non è nell’interesse di nessuno dei due.

L’ironia finale è che questa partnership, nata dalla necessità di Apple, potrebbe essere il modello vincente per il futuro dell’AI consumer. In un’intervista, un esperto ha notato che collaborare con aziende come OpenAI e Google permette ad Apple di accedere a tecnologia AI allo stato dell’arte senza doverla sviluppare tutta internamente. Apple sembra voler costruire un’infrastruttura di intelligenza personale “multi-fornitore”, usando il meglio disponibile sul mercato e rivestendolo della sua inconfondibile patina di design e privacy.

Ma questo modello può funzionare a lungo termine quando la tecnologia fondamentale – la capacità di ragionamento e di comprensione del linguaggio – è controllata da un unico, potente fornitore esterno?

E fino a che punto gli utenti crederanno al mantra della privacy quando le loro richieste più complesse a Siri verranno elaborate sui server di Google?

La partnership Apple-Google per Siri non è solo un affare.

È il sintomo di un riallineamento di potere nell’industria tech, dove il controllo sul software classico non garantisce più il controllo sull’intelligenza del futuro. E il silenzio che la circonda è il rumore di due giganti che camminano su un campo minato normativo, sperando di non far detonare la prossima causa antitrust.

Facebook X Network Pinterest Instagram
🍪 Impostazioni Cookie