Nebius Group: l’idraulica digitale e la febbre speculativa dell’ia
Mentre Nebius Group trionfa a Wall Street grazie all’AI, si sollevano interrogativi inquietanti sulla centralizzazione del potere computazionale e il futuro della privacy
Se c’è una cosa che il 2025 ci ha insegnato, è che mentre tutti guardano il dito che indica la Luna – o in questo caso, l’ultima iterazione di un chatbot che finge di avere una coscienza – c’è qualcuno che sta vendendo il telescopio, il suolo su cui poggia e persino l’aria che si respira nell’osservatorio.
Nebius Group, un nome che fino a poco tempo fa suonava come un oscuro villain di un film di fantascienza di serie B, ha chiuso l’anno brillando come un albero di Natale a Wall Street.
Ma prima di stappare lo champagne per celebrare il trionfo della tecnologia, forse è il caso di chiedersi cosa stiamo festeggiando davvero.
Non stiamo parlando di un’azienda che ha inventato una cura miracolosa o risolto la crisi climatica. Stiamo parlando di infrastrutture. Cavi, server, processori grafici che scaldano l’atmosfera quanto una piccola nazione e, soprattutto, la capacità di gestire l’enorme, spaventosa mole di dati che le Big Tech vomitano quotidianamente. Il fatto che il titolo sia esploso quest’anno non è un segnale di salute del mercato, ma il sintomo di una febbre speculativa che sta trasformando la privacy in una commodity sacrificabile sull’altare della potenza di calcolo.
I numeri, per quanto freddi, raccontano una storia inquietante. Nebius ha registrato un ritorno azionario superiore al 216% da inizio anno, surclassando qualsiasi indice tradizionale e lasciando l’SPY a mangiare la polvere. Una crescita del genere non accade per caso, e certamente non accade solo perché un CEO è bravo a fare slide su PowerPoint.
Accade perché il mercato ha deciso che l’Intelligenza Artificiale non è più una scommessa, ma un destino ineluttabile, e chi possiede le “tubature” controlla il flusso.
L’idraulica del digitale (e chi ci guadagna)
L’errore più ingenuo sarebbe pensare che questo successo sia frutto di una democratizzazione della tecnologia. Al contrario, stiamo assistendo alla centralizzazione definitiva del potere computazionale.

Nebius si è posizionata come fornitore “neutrale”, un termine che nel gergo della Silicon Valley significa solitamente “vendiamo armi a chiunque paghi abbastanza”.
E chi paga?
Le solite note.
L’entusiasmo degli investitori non è cieco, ma cinico. Elena Morozova, della London School of Economics, ha centrato il punto con una lucidità che raramente si legge nei comunicati stampa patinati delle aziende tech, descrivendo esattamente cosa sta accadendo dietro le quinte di questo rally azionario.
Ciò che vediamo nel prezzo delle azioni di Nebius è il mercato pubblico che finalmente prezza l’infrastruttura AI come un’idraulica digitale critica per la missione, non come un commercio ciclico di hardware.
— Dr. Elena Morozova, Professoressa di Finanza, London School of Economics
“Idraulica digitale”. L’espressione è perfetta. Ma cosa scorre in questi tubi?
I nostri dati. Le nostre interazioni, le nostre voci, i nostri volti biometrici. Nebius non produce l’AI che scrive poesie; Nebius fornisce i muscoli per addestrarla.
E quando hai accordi miliardari con colossi come Meta – che ha bisogno di una potenza di calcolo mostruosa per mantenere la sua presa sui nostri social graph – la distinzione tra fornitore di infrastruttura e complice nella sorveglianza di massa diventa, come dire, sfumata.
È interessante notare come l’azienda sia passata dall’essere una scommessa in perdita a un gigante da 22 miliardi di dollari. Solo un anno fa, la situazione era ben diversa, con entrate trimestrali ferme a 117,5 milioni di dollari a fronte di perdite nette. Il miracolo finanziario non è avvenuto grazie a un’improvvisa efficienza operativa, ma grazie alla promessa di un futuro in cui la domanda di calcolo supererà sempre l’offerta. È la classica logica della scarsità artificiale applicata ai datacenter.
La fame insaziabile di gigawatt
C’è poi l’aspetto fisico, tangibile, di questa nuvola che di etereo non ha nulla. Mark van der Meer, il CEO di Nebius, si vanta di aver “esaurito” la capacità per il 2025. Non c’è più posto.
Se volete addestrare il vostro modello linguistico per “rivoluzionare il mondo” (o più probabilmente per automatizzare il servizio clienti e licenziare un call center), dovete mettervi in fila.
L’azienda prevede di triplicare la sua capacità fino a 2,5 gigawatt entro la fine del 2026. Per dare un contesto, stiamo parlando di un consumo energetico che farebbe impallidire intere città. Mentre l’Europa si affanna con normative green e obiettivi di sostenibilità, permettiamo la costruzione di fornaci digitali che bruciano energia per alimentare algoritmi di cui spesso non comprendiamo nemmeno il funzionamento interno.
E chi controlla che questi gigawatt non vengano usati per scopi contrari al GDPR o ai regolamenti sull’AI Act?
La risposta breve è: nessuno, o quasi. La Commissione Europea osserva, analizza, e definisce la situazione come uno “squilibrio tra domanda e offerta”.
Da un punto di vista politico, ciò che Nebius e i suoi pari stanno vivendo è un classico squilibrio tra domanda e offerta: la capacità dell’infrastruttura AI è in ritardo rispetto all’appetito delle imprese e dei governi di impiegare sistemi AI su larga scala.
— Ananya Deshpande, Direttore dei Mercati Digitali, Commissione Europea
“Appetito”. Un termine interessante.
Suggerisce una fame che va saziata a tutti i costi, ignorando magari che il cibo è avariato. L’appetito dei governi per i sistemi AI su larga scala dovrebbe farci tremare i polsi, non aprire il portafogli per comprare azioni. Se l’infrastruttura è “in ritardo”, significa che la corsa all’armamento digitale è appena iniziata e che la privacy è un ostacolo sulla pista di decollo.
La bolla è servita (e noi siamo il prodotto)
L’ironia suprema è che mentre Nebius viene celebrata per la sua “neutralità”, la sua fortuna è legata a doppio filo con i monopoli esistenti. L’accordo pluriennale da 17 miliardi con Microsoft è la prova che non esiste una vera concorrenza.
Esiste un ecosistema chiuso dove i soldi girano in tondo: Microsoft investe in OpenAI, che paga Microsoft per il cloud, che paga Nebius per l’infrastruttura extra, che vede le sue azioni salire e attira i fondi pensione dei cittadini comuni.
È un gioco delle tre carte sofisticatissimo. Philip Carter, analista che ha seguito da vicino l’evoluzione del titolo, ha sottolineato come la capitalizzazione di mercato sia esplosa spinta dall’interesse per le piattaforme AI, evidenziando una convinzione degli investitori che definirei quasi religiosa.
Ma la fede, in finanza, è pericolosa.
Stiamo costruendo cattedrali nel deserto per divinità algoritmiche, dimenticando che ogni volta che un modello viene addestrato su server “neutri”, i nostri dati vengono processati, frammentati e ricomposti in modi che nessun consenso informato potrà mai coprire adeguatamente. Nebius vende picconi durante la corsa all’oro, certo. Ma non dimentichiamo che la corsa all’oro ha lasciato dietro di sé paesaggi devastati e fiumi avvelenati.
Siamo sicuri che questa “idraulica digitale” non stia in realtà costruendo la gabbia più efficiente e costosa della storia?
E soprattutto, quando la bolla dell’hype scoppierà o quando i regolatori decideranno finalmente di guardare dentro quei tubi, chi pagherà il conto?
Probabilmente non chi ha comprato le azioni nel 2024.