Amazon, capex da 200 miliardi per l’AI: una scommessa sul futuro del cloud
Mentre i risultati del quarto trimestre 2025 di Amazon battevano le previsioni degli analisti, con un fatturato in crescita del 14% e AWS che tornava a correre a un ritmo del 24%, il mercato ha scelto di concentrarsi su un altro numero, molto più grande e spaventoso.
L’annuncio di un piano di spesa in conto capitale (capex) per il 2026 che potrebbe toccare i 200 miliardi di dollari – oltre il doppio dell’anno precedente e 50 miliardi in più di quanto si aspettasse Wall Street – ha fatto crollare il titolo del colosso di Seattle di oltre il 10% nelle negoziazioni fuori orario.
È una cifra che, da sola, supera il PIL annuo di intere nazioni e segna un’accelerazione senza precedenti nella corsa agli armamenti dell’intelligenza artificiale, appena un giorno dopo che Google aveva comunicato una spesa prevista tra i 175 e i 185 miliardi di dollari.
Ma dietro la reazione nervosa degli investitori, che temono tempi di ritorno sull’investimento troppo lunghi, si nasconde una mossa calcolata che punta a ridisegnare le fondamenta stesse del cloud computing e a consolidare un vantaggio competitivo che Amazon non intende cedere.
La forte domanda per le nostre offerte esistenti e per opportunità fondamentali come l’IA, i chip, la robotica e i satelliti in orbita terrestre bassa ci porta a investire in modo aggressivo. Non è una sorta di inseguimento miope del fatturato.
Abbiamo fiducia che questi investimenti produrranno forti rendimenti sul capitale investito.
— Andy Jassy, Presidente e Amministratore Delegato di Amazon
La scommessa su un futuro “a clessidra”
La strategia di Amazon si basa su una lettura precisa, e tecnicamente fondata, del mercato AI attuale, che Jassy ha definito “a clessidra” (barbell). Da un lato del bilanciere c’è una domanda estremamente intensiva, quasi insaziabile, da parte dei laboratori che addestrano modelli di frontiera e delle grandi aziende che lanciano servizi generativi complessi.
Questi clienti assorbono capacità di calcolo enorme e immediata, e Amazon afferma che ogni nuovo data center abilitato all’IA viene monetizzato quasi istantaneamente.
Dall’altro lato, c’è una domanda ampia e crescente per strumenti di produttività AI integrati nelle suite software aziendali, che richiedono potenza inferiore ma sono già a un livello di maturità.
Al centro della clessidra, invece, c’è quello che Jassy chiama “il grosso della domanda”: le applicazioni AI personalizzate e i carichi di lavoro di produzione di livello medio che le aziende stanno ancora sviluppando, testando e preparando per la scalabilità.
È su questo “centro” che Amazon punta, anticipandone l’esplosione con una capacità infrastrutturale mostruosa, nella convinzione che quando quella domanda si materializzerà, loro saranno già pronti a servirla, bloccando di fatto la concorrenza.
L’investimento non è una dispersione di capitale in mille direzioni, ma un potenziamento mirato di pilastri tecnologici interdipendenti. Il cuore è AWS, la divisione cloud che rimane il motore profitabile dell’azienda e la piattaforma su cui tutto il resto si costruisce.
Su di essa, Amazon sta verticalizzando la sua offerta con i chip proprietari Graviton (per l’elaborazione generica) e Trainium/Inferentia (specifici per l’addestramento e l’inferenza AI), che promettono migliori prestazioni e costi inferiori rispetto alle soluzioni generiche di NVIDIA.
Questa mossa, tecnicamente elegante, riduce la dipendenza da fornitori esterni, massimizza l’efficienza dei suoi data center e crea un prodotto differenziante per i clienti.
A questo si aggiungono gli investimenti in robotica per l’automazione dei magazzini e nel progetto Project Kuiper per la costellazione di satelliti in orbita bassa, che promette di estendere la copertura a banda larga e a bassa latenza ovunque, creando potenzialmente nuovi edge per il cloud.
È un ecosistema chiuso e auto-alimentante: i satelliti portano connettività, la connettività genera dati, i dati vengono processati su AWS con chip Amazon, in data center sempre più automatizzati.
Il paradosso della crescita: tagliare per investire
La reazione del mercato, tuttavia, evidenzia una tensione fondamentale nel modello di crescita tech contemporaneo.
Come può un’azienda annunciare licenziamenti per decine di migliaia di dipendenti (circa 30.000 tra ottobre e gennaio) e contemporaneamente impegnarsi nella più grande spesa in conto capitale della sua storia?
La risposta sta nella natura stessa degli investimenti. I 200 miliardi non andranno in stipendi, ma in beni materiali: server, chip, componenti per data center, lanci spaziali, hardware robotico.
È capitale che si trasforma in asset fisici, non in forza lavoro. In un’epoca di automazione accelerata dall’IA, l’ottimizzazione delle risorse umane e l’accumulo di risorse computazionali procedono di pari passo.
Questo crea un paradosso sociale ma un’equazione finanziaria chiara per le aziende: maggiore efficienza operativa (anche via riduzione del personale) libera liquidità da reindirizzare in infrastrutture che, si spera, genereranno i profitti futuri.
Gli analisti rimangono divisi, sebbene comprendano la logica a lungo termine. Scott Devitt di Wedbush ha sottolineato che gli investitori avranno probabilmente bisogno di vedere ritorni più tangibili prima di ritrovare tranquillità, pur riconoscendo che il livello di spesa è coerente con il posizionamento strategico di Amazon.
La domanda cruciale, posta dall’analista Mark Mahaney durante la conference call, resta aperta: come e quando gli investitori potranno vedere concretamente questi forti rendimenti?
Jassy ha risposto evocando la fiducia e la rapidità di monetizzazione, ma senza fornire metriche dettagliate o “guardrail finanziari” trasparenti.
In assenza di questi dati, il mercato fa quello che sa fare meglio: scontare l’incertezza.
Il crollo del titolo non è una condanna del piano, ma un segno della sua ambizione siderale e dei rischi che comporta, soprattutto in un contesto dove tutti i giganti tech – da Microsoft a Meta – stanno alzando contemporaneamente la posta in gioco, rischiando di creare sovracapacità o di innescare una spirale di spese competitive che erode i margini per tutti.
Il forte rendimento a lungo termine derivante dall’investimento di capitale – penso che questo sia il dibattito nel mercato oggi.
Quindi, potresti darci un po’ più di dettaglio su come pensi che gli investitori potranno vederlo?
— Mark Mahaney, Analista Tech di Evercore ISI, rivolto ad Andy Jassy
La posta in gioco, quindi, va ben oltre i bilanci di Amazon. Questa ondata di investimenti sta di fatto ridefinendo l’architettura di internet.
Il cloud non è più solo un luogo remoto dove ospitare dati, ma sta diventando un’entità fisica, distribuita e iper-potente, composta da data center specializzati per l’AI, chip personalizzati, reti satellitari e automazione end-to-end.
Chi controllerà questa infrastruttura controllerà il flusso dell’innovazione digitale per il prossimo decennio.
La mossa di Amazon è una scommessa sul fatto che il futuro dell’informatica sarà così vorace di risorse e così complesso da richiedere un controllo verticale integrato, dalla silice del chip al satellite in orbita.
È una visione affascinante dal punto di vista ingegneristico, ma che solleva interrogativi profondi sulla concentrazione di potere, sulla sostenibilità energetica di tali megastrutture e sulla reale capacità del mercato di assorbire tutta questa potenza di calcolo generata.
La domanda finale non è solo se Amazon avrà ragione sui suoi rendimenti, ma se un mondo il cui progresso tecnologico dipende dalle scommesse da 200 miliardi di poche aziende private sia il futuro che vogliamo costruire.