Amazon: da E-Commerce a Colosso dell'IA, Pronta a Dominare il 2026?

Amazon: da E-Commerce a Colosso dell’IA, Pronta a Dominare il 2026?

Dalla logistica all’IA: Amazon si trasforma nel motore invisibile dell’economia digitale, guidata da AWS e dai chip proprietari

Se c’è una sensazione che pervade i corridoi virtuali di Wall Street in questo inizio di 2026, è che abbiamo tutti guardato il film sbagliato per troppo tempo.

Per anni, l’occhio pubblico è rimasto ipnotizzato dal balletto dei furgoni blu che consegnano pacchi nelle nostre vie, o dalle lotte sindacali nei magazzini.

Ma mentre noi discutevamo di logistica, a Seattle stavano costruendo qualcos’altro: un’infrastruttura invisibile destinata a diventare il sistema nervoso centrale dell’economia digitale del prossimo decennio.

Amazon non è più (solo) il negozio del mondo. È la fabbrica dove il mondo viene calcolato.

E se guardiamo ai numeri di questo gennaio, sembra che il mercato se ne sia finalmente accorto.

Dopo un 2025 trascorso un po’ in sordina rispetto alle esplosioni pirotecniche di altri giganti tech, gli analisti prevedono che le azioni Amazon abbiano una solida possibilità di sovraperformare il mercato nel 2026, proprio grazie a una valutazione ancora bassa rispetto ai concorrenti. È come se il mercato avesse improvvisamente realizzato di aver lasciato in saldo il pezzo più pregiato della collezione.

Ma perché proprio ora?

La risposta non sta in quanti spazzolini elettrici avete comprato al Prime Day, ma in tre lettere che ormai diamo per scontate: AWS.

Il risveglio del motore invisibile

Per capire cosa sta succedendo, dobbiamo fare un passo indietro e guardare sotto il cofano di internet. Fino a poco tempo fa, si parlava di un rallentamento della crescita del cloud. Sembrava che le aziende avessero finito di migrare i loro dati e che la festa fosse finita.

Errore macroscopico.

L’avvento dell’intelligenza artificiale generativa ha cambiato le regole della fisica digitale: non serve più solo “spazio” per archiviare dati, serve “potenza” per ragionarci sopra.

I dati parlano chiaro e raccontano una storia di accelerazione brutale. La divisione AWS ha riportato ricavi per 33 miliardi di dollari nel terzo trimestre, segnando una crescita del 20,2% su base annua, il ritmo più veloce registrato dal 2022.

Non è un rimbalzo tecnico, è un cambio di paradigma.

Immaginate di possedere l’unica rete elettrica in una città che ha appena scoperto come costruire grattacieli: tutti vogliono costruire, ma nessuno può accendere la luce senza passare da voi.

La strategia di Andy Jassy, CEO di Amazon, è stata quella del “lavoro sporco”. Mentre altri mostravano chatbot scintillanti, Amazon spendeva la cifra mostruosa di 125 miliardi di dollari in un solo anno (il 2025) per cemento, cavi e chip.

Hanno costruito data center come se non ci fosse un domani, accumulando un portafoglio ordini (backlog) di 200 miliardi di dollari. Significa che ci sono contratti già firmati per una cifra che farebbe impallidire il PIL di una piccola nazione, garantendo una stabilità che poche altre tech company possono vantare.

Tuttavia, c’è un dettaglio che trasforma questa scommessa infrastrutturale in un vantaggio competitivo feroce: il silicio.

Non comprate i chip, fateli

Qui sta il vero colpo di genio, o forse di sopravvivenza. Invece di dipendere totalmente da Nvidia — che in questo momento è un po’ come l’unico fornitore di acqua nel deserto — Amazon ha spinto sull’acceleratore dei propri chip proprietari: Trainium e Graviton.

L’idea è semplice: se l’IA costa troppo, le aziende la useranno meno. Se Amazon riesce a offrire la stessa potenza di calcolo a un prezzo inferiore perché si produce i chip in casa, vince tutto.

È una mossa che ricorda la Apple dei primi anni, quando decise di controllare tutto l’hardware. Trainium3 e Graviton5 non sono solo nomi da marketing, sono la promessa di svincolarsi dalle “tasse” imposte dai fornitori esterni.

E gli esperti di settore sembrano concordare sul fatto che questa indipendenza stia pagando.

BofA Securities ha ribadito il suo rating Buy su Amazon, citando i potenziali miglioramenti nel sentiment sull’IA per il 2026.

— Justin Post, Analista presso BofA Securities

BofA Securities ha infatti confermato la fiducia nel titolo Amazon basandosi sulle prospettive di crescita legate all’intelligenza artificiale, evidenziando come il sentiment degli investitori stia virando positivamente proprio grazie a queste innovazioni.

Non è solo questione di vendere server: è questione di vendere l’intelligenza che ci gira sopra.

Ma come si traduce tutto questo per noi comuni mortali? Qui il discorso si fa scivoloso.

L’integrazione di questi nuovi modelli IA nell’ecosistema consumer (pensate a una Alexa che capisce davvero cosa dite, o al nuovo assistente per lo shopping “Rufus”) promette di rendere la nostra vita più comoda, ma apre il solito, gigantesco vaso di Pandora della privacy.

Una Alexa potenziata dai chip Trainium è fantastica per gestire la domotica, ma significa anche avere in casa un orecchio digitale immensamente più capace di interpretare, e non solo registrare, le nostre abitudini.

Amazon ci dice che la sicurezza è prioritaria, ma la storia ci insegna che i dati sono il nuovo petrolio, e nessuno lascia il petrolio incustodito.

Oltre la bolla dell’entusiasmo

C’è un filo di scetticismo sano che bisogna mantenere. Stiamo parlando di investimenti colossali che devono ancora generare un ritorno economico proporzionato per l’utente finale.

Vediamo una frenesia costruttiva che ricorda la posa della fibra ottica negli anni 2000: indispensabile, certo, ma costosa e con tempi di rientro lunghi.

Tuttavia, il mercato azionario vive di aspettative, e le aspettative per il 2026 sono che Amazon sia l’unica, vera “utility” dell’era dell’IA. Con un rapporto Prezzo/Utili (P/E) intorno a 31x — significativamente più basso della sua media storica di 51x — il titolo appare quasi “economico” agli occhi degli investitori istituzionali.

È raro trovare un’azienda che domina l’e-commerce e il cloud trading a sconto, e questo spiega l’ottimismo di analisti come Mark Mahaney di Evercore ISI, che vedono il titolo volare verso i 335 dollari.

Resta però un’incognita fondamentale. Tutto questo castello si regge sulla premessa che la domanda di intelligenza artificiale da parte delle aziende continui a crescere esponenzialmente senza incontrare colli di bottiglia energetici o normativi.

Se i governi dovessero decidere di mettere un freno al consumo energetico dei data center (che Amazon sta espandendo voracemente), o se la bolla dell’IA generativa dovesse sgonfiarsi rivelandosi meno redditizia del previsto, i 125 miliardi di investimenti potrebbero trasformarsi in una zavorra pesantissima.

Al momento, però, Amazon sembra l’unica azienda che sta vendendo sia i picconi per la corsa all’oro (AWS), sia i jeans per i minatori (e-commerce), sia l’oro stesso (servizi IA).

La domanda che dobbiamo porci non è se il titolo salirà, ma se siamo pronti a vivere in un mondo dove un’unica entità gestisce così tanti strati della nostra realtà digitale.

È efficienza o è un monopolio infrastrutturale travestito da innovazione?

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