Amazon brucia 200 miliardi per AI e salute: siamo clienti o merce?

Amazon brucia 200 miliardi per AI e salute: siamo clienti o merce?

Siamo onesti: quando un’azienda annuncia che spenderà 200 miliardi di dollari in un solo anno per “infrastrutture”, dovremmo smettere di guardare il grafico delle azioni e iniziare a preoccuparci di cosa esattamente stiano costruendo con una cifra superiore al PIL di molti stati sovrani.

È il 7 febbraio 2026, e Wall Street è nel panico perché Amazon ha deciso di bruciare cassa a un ritmo vertiginoso.

Ma mentre gli investitori piangono per i margini a breve termine, la vera notizia è passata quasi in sordina tra le righe dei report finanziari: la strategia di sopravvivenza del gigante di Seattle non riguarda più la vendita di libri o gadget, ma la colonizzazione totale della nostra salute e dei nostri dati attraverso l’Intelligenza Artificiale.

Il contesto è chiaro, anche se spesso offuscato dal gergo tecnico delle trimestrali. Amazon ha battuto le aspettative di vendita nel quarto trimestre del 2025, eppure il titolo è crollato. Perché? Perché Andy Jassy, il CEO, ha sganciato la bomba dei 200 miliardi di Capex (spese in conto capitale) previsti per il 2026.

Non è beneficenza tecnologica.

È un tentativo disperato e titanico di recuperare terreno in un settore dove, incredibilmente, Amazon sta iniziando a sembrare vulnerabile.

E chi ci guadagna da questa corsa agli armamenti digitali non siamo certo noi utenti finali, che rischiamo di diventare semplici punti dati in un ecosistema sempre più chiuso e sorvegliato.

La narrazione ufficiale, spinta da voci influenti come Jim Cramer della CNBC, è che Amazon debba “innovare” per non farsi mangiare viva da Walmart. Ma attenzione alle parole.

Quando un analista dice che Amazon deve “coinvolgere i clienti” nel settore farmaceutico, quello che dovremmo sentire è un campanello d’allarme per la nostra privacy sanitaria.

La farmacia di Bezos: curare il cliente o i margini?

Jim Cramer non usa mezzi termini quando descrive la situazione precaria del retail di Amazon. Secondo il conduttore di Mad Money, il vecchio modello di e-commerce sta perdendo colpi rispetto alla solidità fisica di Walmart e alla pervasività di Google.

La soluzione proposta? Spingere l’acceleratore sulla vendita di farmaci. Non è un caso che Cramer sottolinei come Amazon debba impegnarsi in un approccio efficace alle vendite farmaceutiche per preservare il suo vantaggio competitivo, suggerendo che la semplice consegna rapida non basti più.

Ma fermiamoci a riflettere su cosa significhi questa strategia.

Amazon non vuole vendervi l’aspirina perché si preoccupa del vostro mal di testa. Vuole vendervi l’aspirina perché i dati sanitari sono l’ultima frontiera della profilazione utente, un tesoro di informazioni sensibili che, incrociate con le vostre abitudini di acquisto su Prime e le vostre conversazioni con Alexa, creano un profilo digitale talmente accurato da far impallidire qualsiasi incubo orwelliano.

“Amazon deve coinvolgere i clienti con un approccio efficace alle vendite farmaceutiche per preservare il suo vantaggio competitivo.”

— Jim Cramer, Conduttore presso CNBC

La spinta verso il settore farmaceutico non è un servizio aggiuntivo, è una necessità strutturale per un’azienda che vede i margini del retail tradizionale erosi dalla concorrenza. Se Walmart vince sul prezzo dei detersivi, Amazon deve vincere sulla gestione della vostra salute.

E qui sorge il conflitto di interessi: un’azienda che guadagna dalla pubblicità e dal cloud computing (AWS) ha tutto l’interesse a massimizzare la raccolta dati, non necessariamente a proteggere la riservatezza del paziente. Dove finisce il confine tra il GDPR e l’algoritmo predittivo che suggerisce integratori basati sulla tua cronologia di navigazione?

Duecento miliardi di motivi per preoccuparsi

Mentre il retail annaspa, il vero motore che tiene in piedi la baracca rimane Amazon Web Services (AWS), che ha registrato una crescita del 24% nell’ultimo trimestre. Ma per mantenere questo dominio e alimentare le nuove ambizioni nel campo dell’Intelligenza Artificiale generativa, serve ferro.

Tanto ferro.

I 200 miliardi di dollari previsti per il 2026 andranno in data center, chip proprietari, robotica e reti satellitari.

Andy Jassy ha cercato di rassicurare i mercati, spiegando che questa spesa è necessaria per costruire l’infrastruttura del futuro. Tuttavia, il mercato ha reagito con un netto sell-off, spaventato dall’enorme esborso di capitale previsto per l’infrastruttura AI. Gli investitori temono per i dividendi, ma noi dovremmo temere per la concentrazione di potere.

Stiamo parlando di un’azienda che sta costruendo la propria rete di satelliti per non dipendere da nessuno, che progetta i propri chip per non dipendere da Nvidia, e che automatizza i magazzini per non dipendere (troppo) dagli umani. Questa integrazione verticale estrema crea un ecosistema chiuso dove la concorrenza diventa quasi impossibile.

Se l’infrastruttura su cui gira l’economia digitale (AWS) e l’infrastruttura logistica che muove le merci fisiche sono nelle mani della stessa entità, che spende cifre inarrivabili per chiunque altro, il concetto di “libero mercato” diventa una barzelletta. E con l’AI che richiede potenze di calcolo che solo pochi giganti possono permettersi, il divario si allarga.

“Amazon è stata inizialmente più lenta dei rivali nell’IA, ma ora sta guadagnando slancio man mano che i clienti AWS adottano nuovi strumenti di IA.”

— Daniel Newman, CEO presso Futurum Group

Newman ha ragione sul fatto che Amazon stia recuperando terreno, ma a quale prezzo? L’accentramento delle capacità di calcolo per l’IA nelle mani di un singolo attore che possiede anche la piattaforma di vendita e la logistica solleva enormi questioni antitrust che i regolatori, sia in UE che negli USA, sembrano faticare a comprendere appieno.

L’illusione della convenienza e il prezzo della privacy

C’è un’ironia di fondo nella difesa a spada tratta che Jim Cramer fa di Amazon. Mentre il titolo crolla dell’11% nell’after-hours, lui sostiene che il calo sia esagerato e che la spesa sia giustificata. Certo, è facile essere ottimisti quando il Cramer Charitable Trust detiene azioni Amazon nel proprio portafoglio, un dettaglio che va sempre ricordato quando si ascoltano le analisi televisive.

Ma al di là dei conflitti di interesse dei commentatori finanziari, c’è una verità scomoda: Amazon sta scommettendo tutto sul fatto che la nostra pigrizia vincerà sulla nostra prudenza.

La scommessa è che accetteremo di cedere i nostri dati sanitari in cambio di una consegna più veloce delle medicine. Che accetteremo che l’IA di AWS addestri i suoi modelli sui nostri comportamenti aziendali e personali in cambio di strumenti cloud più “intelligenti”. Che non ci preoccuperemo se una singola azienda controlla i satelliti sopra le nostre teste e i robot nei magazzini, purché il pacco arrivi entro domani.

Il rischio nascosto non è nel prezzo delle azioni che scende oggi per risalire domani. Il rischio è nella creazione di un’infrastruttura di sorveglianza e profilazione talmente costosa e complessa che diventerà impossibile da smantellare o regolare efficacemente.

Il GDPR ci protegge sulla carta, ma come si applica il concetto di “consenso informato” quando l’alternativa è l’esclusione dall’ecosistema digitale dominante?

Siamo di fronte a un bivio tecnologico.

Da una parte c’è la promessa di un’efficienza senza precedenti, guidata da un investimento di 200 miliardi in intelligenza artificiale e robotica. Dall’altra c’è la realtà di un monopolio di fatto che si sta espandendo verticalmente in settori critici come la salute e le infrastrutture internet globali.

Se Amazon deve diventare la nostra farmacia, il nostro corriere, il nostro fornitore di server e il nostro sviluppatore di AI per sopravvivere alla concorrenza di Walmart, forse dovremmo chiederci: in questo nuovo modello di business, noi siamo i clienti o siamo la merce?

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