Affari Circolari nell'IA: Amazon Investe in OpenAI, Ma Chi Ci Guadagna Davvero?

Affari Circolari nell’IA: Amazon Investe in OpenAI, Ma Chi Ci Guadagna Davvero?

L’investimento di Amazon in OpenAI solleva dubbi sulla reale competizione nel mondo dell’IA, con il rischio di un oligopolio che mette a repentaglio privacy e trasparenza dei dati degli utenti

C’è un vecchio adagio nel mondo della tecnologia che dice: “Se non paghi per il prodotto, il prodotto sei tu”.

Ma nel caso dell’ultima, faraonica manovra finanziaria che sta per consumarsi tra Seattle e San Francisco, il detto andrebbe aggiornato: anche se paghi profumatamente per il servizio, resti comunque una pedina in un gioco molto più grande, dove le aziende si scambiano miliardi come fossero figurine, e alla fine i soldi tornano sempre nella tasca di partenza.

La notizia che sta scuotendo la Silicon Valley in queste ore non è solo un altro round di investimento, ma la certificazione di un modello economico che inizia a mostrare crepe preoccupanti sotto la sua patina dorata. Amazon sarebbe in trattative avanzate per investire 10 miliardi di dollari in OpenAI, l’azienda madre di ChatGPT.

Se la cifra vi fa girare la testa, fermatevi un attimo a riflettere sulla dinamica: Amazon versa 10 miliardi a OpenAI, che a sua volta si impegna a utilizzare i servizi cloud di Amazon (AWS) e i suoi nuovi chip proprietari per l’addestramento dell’intelligenza artificiale.

In pratica, Amazon sta finanziando il suo stesso cliente affinché compri i suoi prodotti. È quello che gli analisti chiamano circular dealing, o affari circolari. Per noi comuni mortali, assomiglia sospettosamente a una partita di giro contabile pensata per gonfiare le valutazioni di borsa e blindare il mercato. Ma c’è di più: questa mossa rischia di ridisegnare la mappa del potere digitale mondiale, lasciando noi utenti e i nostri dati nel mezzo di un fuoco incrociato tra giganti che non hanno alcuna intenzione di farsi male davvero.

Mentre tutti guardano le cifre astronomiche (si parla di una valutazione di OpenAI superiore ai 500 miliardi di dollari), il vero dettaglio diabolico è un altro. OpenAI, che fino a ieri sembrava legata a doppio filo a Microsoft, sta diversificando i suoi “padroni”. E lo sta facendo non per amore della libertà, ma per disperata necessità di potenza di calcolo.

Il vero affare non è l’ia, sono i chip

Per capire perché Sam Altman, CEO di OpenAI, stia bussando alla porta di Amazon dopo aver preso miliardi da Microsoft, bisogna guardare dentro i server, non sullo schermo del computer. Il collo di bottiglia dell’intera rivoluzione dell’IA non è il software, ma l’hardware. Le GPU di Nvidia, che finora hanno dominato il mercato, sono costose, introvabili e consumano quanto una piccola nazione.

OpenAI ha bisogno di alternative, e in fretta.

Microsoft ha i suoi chip Maia, ma evidentemente non bastano. Amazon, dal canto suo, sta spingendo aggressivamente i suoi chip Trainium e Inferentia. L’accordo, quindi, non è un semplice investimento: è un contratto di fornitura mascherato da partnership strategica. OpenAI ottiene i soldi per sopravvivere alla sua stessa crescita esponenziale, e Amazon ottiene la validazione definitiva per il suo hardware, sfidando il monopolio di Nvidia.

Ma c’è un’ironia di fondo che non dovrebbe sfuggire a chi si occupa di privacy e regolamentazione. Solo pochi mesi fa, nel giugno 2025, il colosso dell’e-commerce ha già iniettato 4 miliardi di dollari nella rivale Anthropic, presentandosi come il cavaliere bianco della concorrenza. Oggi, Amazon si appresta a finanziare il principale avversario della sua stessa partecipata.

È il classico schema win-win per le Big Tech, e lose-lose per la concorrenza reale.

Se vince Anthropic, Amazon guadagna. Se vince OpenAI, Amazon guadagna. E nel frattempo, i nostri dati transitano, vengono elaborati e archiviati sui server di AWS, indipendentemente dall’interfaccia con cui scegliamo di chattare.

TechCrunch ha analizzato con lucidità questa tendenza, evidenziando come queste operazioni stiano creando una rete inestricabile di dipendenze:

TechCrunch descrive il potenziale accordo tra Amazon e OpenAI come parte di un modello più ampio di ‘accordi circolari’ nell’IA, in cui gli hyperscaler e i produttori di chip investono nei laboratori di IA che, a loro volta, sono contrattualmente vincolati ad acquistare i loro chip e servizi cloud.

— TechCrunch Analysis, 17 Dicembre 2025

Questo significa che la “competizione” che ci viene venduta è, in larga parte, una facciata. Sotto il cofano, le infrastrutture si stanno consolidando in un oligopolio sempre più ristretto. E quando pochi attori controllano sia l’infrastruttura (il cloud e i chip) sia l’applicazione (i modelli LLM), i rischi per la privacy e la trasparenza si moltiplicano.

Chi garantisce che i dati processati sui chip Trainium per OpenAI non vengano utilizzati per “ottimizzare” l’infrastruttura di Amazon a beneficio di altri clienti, o viceversa? Le clausole contrattuali esistono, certo, ma la storia recente ci insegna che tra le pieghe dei “legittimi interessi” previsti dal GDPR si nascondono spesso praterie di ambiguità.

Un conflitto d’interessi grande quanto un data center

La posizione di Microsoft in tutto questo è, per usare un eufemismo, imbarazzante. Dopo aver investito oltre 13 miliardi di dollari per essere il partner esclusivo di OpenAI nel cloud, si ritrova il suo protetto che va a letto con il nemico giurato.

Ma non dovremmo provare pena per Redmond. Questa situazione evidenzia solo quanto la fame di risorse computazionali sia diventata insostenibile.

Le cifre richieste per mantenere in piedi questi modelli linguistici sono fuori da ogni logica di mercato tradizionale. Per dare una dimensione al problema, un analista di HSBC ha stimato che OpenAI potrebbe necessitare di circa 207 miliardi di capitale solo per finanziare l’espansione dei suoi data center.

Di fronte a un fabbisogno di 200 miliardi, i 10 miliardi di Amazon sembrano quasi spiccioli, ma sono “spiccioli” strategici. Servono a diversificare. Servono a dire al mercato: “Non dipendiamo solo da Microsoft”. Tuttavia, spostare la dipendenza da un monopolista (Microsoft/Nvidia) a un duopolio (Microsoft/Amazon) non risolve il problema strutturale della concentrazione del potere.

Le autorità antitrust, sia negli Stati Uniti (FTC) che in Europa, stanno osservando queste mosse con crescente nervosismo. Ma hanno gli strumenti per intervenire?

Quando un investimento non è un’acquisizione diretta, ma una partnership commerciale “circolare”, diventa molto più difficile da bloccare. Amazon non sta comprando OpenAI; sta solo comprando il diritto di essere il suo fornitore privilegiato, pagando in anticipo.

E qui casca l’asino, o meglio, casca l’utente. In questo schema, dove l’obiettivo è massimizzare l’uso del cloud e vendere chip, l’efficienza reale del modello o la tutela della privacy dell’utente finale passano in secondo piano. L’imperativo è “bruciare” potenza di calcolo per giustificare gli investimenti.

Se un modello più piccolo, efficiente e rispettoso della privacy (magari eseguibile in locale) fosse tecnicamente possibile, verrebbe mai spinto da aziende il cui business model si basa sull’affitto di server giganteschi e costosi?

La domanda è retorica.

La bolla finanziaria che si nutre di se stessa

C’è poi l’aspetto della sostenibilità finanziaria. Stiamo assistendo a una bolla dove le valutazioni delle startup di IA sono gonfiate dagli investimenti dei cloud provider, che a loro volta registrano quei soldi come “ricavi” quando la startup paga per il cloud. È un moto perpetuo finanziario che genera crescita sul foglio excel, ma quanto valore reale crea per l’economia o per la società?

Se OpenAI vale 500 miliardi, deve generare profitti commisurati. Per farlo, dovrà inevitabilmente monetizzare i nostri dati in modi sempre più aggressivi o alzare i prezzi degli abbonamenti a livelli aziendali, tagliando fuori l’utente comune o relegandolo a versioni “stupide” e piene di pubblicità dei suoi modelli.

L’ingresso di Amazon nella partita con i suoi chip proprietari introduce anche un nuovo livello di opacità tecnica. I chip Trainium sono progettati specificamente per l’IA, il che è ottimo per l’efficienza energetica, ma crea un vendor lock-in (blocco tecnologico) ancora più forte. Un modello addestrato e ottimizzato sull’architettura di Amazon non si sposta facilmente altrove. OpenAI, nel tentativo di liberarsi dall’abbraccio di Microsoft, si sta infilando in una gabbia dorata costruita da Amazon.

E noi?

Noi continuiamo a fornire il carburante gratuito — i nostri testi, le nostre immagini, le nostre interazioni — per addestrare questi leviatri, mentre ci convincono che la prossima versione di ChatGPT, quella che girerà sui chip di Amazon, ci cambierà la vita.

Forse lo farà.

Ma nel frattempo, sta sicuramente cambiando il conto in banca di chi vende i picconi durante la corsa all’oro. Resta da chiedersi se, alla fine di questo giro di valzer miliardario, ci sarà rimasto un angolo di internet che non sia di proprietà, o ipotecato, da tre o quattro aziende che risiedono nello stesso codice postale.

Facebook X Network Pinterest Instagram
🍪 Impostazioni Cookie