Amazon: sorveglianza travestita da servizio, il profitto vince sulla privacy

Amazon: sorveglianza travestita da servizio, il profitto vince sulla privacy

Mentre Amazon raggiunge nuovi record, un’analisi approfondita rivela come la sorveglianza e lo sfruttamento dei dati degli utenti alimentino la sua crescita esponenziale, sollevando preoccupazioni sulla privacy e il controllo digitale.

Se c’è una cosa che l’inizio di questo 2026 ci sta insegnando, è che la memoria degli investitori è corta, ma la loro fame di profitti è insaziabile. Mentre i mercati festeggiano i nuovi massimi storici di Amazon e gli analisti fanno a gara a chi spara il target price più alto, noi dovremmo fermarci un attimo a guardare cosa c’è sotto il cofano di questa macchina da soldi.

Non si tratta più di scatole di cartone con un sorriso stampato sopra che viaggiano da un magazzino all’altro. Quella è la facciata rassicurante.

La vera storia, quella che dovrebbe farci preoccupare ben più di un pacco in ritardo, è come Amazon stia trasformando la nostra vita digitale in una miniera a cielo aperto, con la benedizione di Wall Street.

I numeri fanno girare la testa, e sono proprio quelli a drogare il mercato. Stiamo parlando di una società che nel 2024 ha generato 638 miliardi di dollari di entrate e che, secondo le proiezioni più recenti, si avvia a diventare la prima azienda americana a raggiungere i mille miliardi di dollari di fatturato entro il 2028.

Ma da dove arrivano questi soldi?

Non dalla vendita di libri o spazzolini elettrici, dove i margini sono risicati. Arrivano dalla sorveglianza, dall’infrastruttura critica del web e dalla capacità di spremere ogni singolo byte di dati che, consapevolmente o meno, le regaliamo ogni giorno.

La narrativa dominante è quella dell’efficienza e dell’innovazione, ma grattando la superficie emerge un quadro ben diverso: un impero costruito sulla dipendenza tecnologica e sull’erosione sistematica della privacy, venduta agli azionisti come “crescita degli utili per azione”. E a giudicare dall’euforia di gennaio, agli azionisti va benissimo così.

L’illusione dell’efficienza (e il prezzo della sorveglianza)

L’entusiasmo degli analisti finanziari per il 2026 non è casuale, ma è basato su un cinico calcolo dei costi e benefici. Amazon ha passato gli ultimi anni a “ottimizzare”, un eufemismo aziendale che spesso significa sostituire esseri umani con algoritmi e robotica. I report finanziari ci dicono che i risultati del terzo trimestre 2025 hanno battuto le stime grazie alla spinta del cloud e della pubblicità, segmenti ad altissimo margine che permettono di coprire le spese logistiche dell’e-commerce.

Qui sta il trucco: l’e-commerce è il cavallo di Troia.

Serve a entrare nelle nostre case, a piazzare assistenti vocali nei nostri salotti e telecamere sui nostri usci. Una volta dentro, il vero business può iniziare. Bernstein SocGen Group, una delle tante voci che inneggiano al “Buy”, non si fa troppi problemi a sottolineare l’attrattiva di questo modello predatorio.

Bernstein ha ribadito il rating Outperform con un target price di 300 dollari, citando il forte potenziale di crescita per il 2026, l’accelerazione della crescita dei ricavi AWS e i margini del retail.

— Bernstein SocGen Group, Nota agli investitori

Notate l’enfasi sui “margini”. In un mondo ideale, i margini aumentano perché si offre un servizio migliore a un costo inferiore. Nel mondo delle Big Tech, spesso aumentano perché si è trovato un modo più efficace per monetizzare l’utente senza che se ne accorga, o per dominare un mercato al punto da poter imporre i prezzi che si vuole.

L’automazione nei magazzini riduce i costi del lavoro, certo, ma l’espansione aggressiva della divisione pubblicitaria (che ha generato oltre 64 miliardi di dollari negli ultimi 12 mesi) suggerisce che il prodotto più prezioso sugli scaffali di Amazon siamo noi.

Eppure, c’è chi applaude.

La crescita degli utili per azione prevista del 31,2% per il prossimo anno è musica per le orecchie di chi specula in borsa, ma dovrebbe suonare come un allarme antiaereo per chiunque abbia a cuore la tutela dei dati personali.

Il cloud come ostaggio digitale

Se l’e-commerce e la pubblicità sono la faccia visibile, Amazon Web Services (AWS) è lo scheletro invisibile su cui si regge gran parte di Internet. E qui la situazione si fa, se possibile, ancora più inquietante. Con l’esplosione dell’intelligenza artificiale, la domanda di potenza di calcolo è schizzata alle stelle.

Chi possiede i server, possiede il futuro.

Amazon lo sa, e sta investendo miliardi in CapEx (spese in conto capitale) per assicurarsi che ogni startup, ogni grande azienda e persino i governi debbano pagare il “pizzo” digitale a Jeff Bezos e successori per far girare i loro modelli AI.

Gli analisti di JP Morgan sono estasiati da questa prospettiva di dominio incontrastato.

JP Morgan prevede che AWS tornerà a crescere sopra il 20%.

— Team Analisti, JP Morgan

Cosa significa questo “20%” per noi comuni mortali?

Significa una concentrazione di potere senza precedenti. Quando affidiamo i nostri dati a servizi terzi, spesso non sappiamo che questi finiscono nei data center di Amazon. Con l’integrazione dell’AI generativa, AWS non si limita più a ospitare dati; li elabora, li macina, li utilizza per addestrare modelli che poi ci vengono rivenduti.

Il conflitto di interessi è macroscopico: Amazon fornisce l’infrastruttura ai suoi concorrenti, mentre sviluppa i propri servizi che competono direttamente con loro.

È l’arbitro che gioca anche la partita e, casualmente, possiede anche lo stadio. E mentre il GDPR in Europa cerca faticosamente di porre dei limiti, la fame di “accelerazione AI” spinge le aziende a chiudere un occhio (e a volte due) sulla sovranità dei dati pur di non restare indietro nella corsa all’oro tecnologico.

La vostra privacy è il loro margine di profitto

Non possiamo ignorare il segmento che sta crescendo più velocemente di tutti, nascosto sotto la voce “servizi”. La pubblicità. Amazon ha capito che sapere cosa compri è molto più prezioso che sapere cosa cerchi su Google o chi segui su Facebook.

L’intento di acquisto è il Sacro Graal del marketing, e Amazon ne possiede la mappa completa.

Questa miniera d’oro ha portato a revisioni al rialzo da parte di quasi tutte le grandi banche d’affari. Non è un caso che il team di Jefferies abbia mantenuto il rating Buy aumentando il target price a 300 dollari, scommettendo proprio sulla capacità dell’azienda di monetizzare ulteriormente la sua base utenti.

Ma chiediamoci: come si ottiene una crescita “high-teens” (vicina al 20%) in un mercato pubblicitario saturo?

Semplice: diventando più invasivi.

Integrando la pubblicità nei video di Prime (come già fatto), utilizzando i dati di Alexa per profilare le abitudini domestiche, incrociando i dati sanitari (ricordate l’acquisizione di One Medical?) con quelli di acquisto alimentare. È il sogno bagnato di ogni inserzionista e l’incubo di ogni garante della privacy.

Siamo di fronte a un paradosso normativo. Mentre discutiamo di regolamentare l’AI e di proteggere i dati biometrici, stiamo permettendo la creazione di monopoli di fatto che hanno un potere economico superiore a quello di molti stati nazionali. Le multe per violazione della privacy, quando arrivano, sono spiccioli rispetto ai 59 miliardi di dollari di utile netto che l’azienda si mette in tasca.

Per Amazon, le sanzioni non sono una punizione; sono un costo operativo, una riga nel bilancio come la bolletta della luce o la manutenzione dei server.

La domanda che dovremmo porci, mentre guardiamo il ticker AMZN salire verso quota 300 dollari, non è “quanto posso guadagnare investendo in Amazon?”, ma “quanto ci sta costando, in termini di libertà e diritti, permettere che un singolo attore controlli così tanto della nostra esistenza digitale?”.

Finché il mercato premierà la sorveglianza travestita da servizio, la risposta sarà sempre la stessa: il profitto vince sulla privacy, e noi continuiamo a pagare il conto.

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