Capitalismo della sorveglianza: Visa, Amazon e Linde nel 2026
Nel 2026 il capitalismo della sorveglianza si traveste da investimento sicuro, con Visa, Amazon e Linde pronte a dominare un mondo sempre più tracciato e costoso
Mentre smaltiamo i postumi dei festeggiamenti di Capodanno e cerchiamo di ricordare le password dimenticate durante le vacanze, a Wall Street i motori sono già caldi da un pezzo. Siamo al 3 gennaio 2026, e se pensavate che il nuovo anno avrebbe portato una tregua nella corsa all’oro dei dati personali e dei monopoli digitali, ho brutte notizie per voi.
L’anno inizia con le solite promesse di “diversificazione” e “opportunità”, parole in codice che nel gergo finanziario significano spesso consolidamento del potere nelle mani di pochi giganti.
L’entusiasmo è palpabile, quasi stucchevole. In una recente apparizione televisiva che sembrava più un sermone per fedeli che un’analisi tecnica, Dan Rohinton, vicepresidente di iA Global Asset Management, ha delineato le sue scelte migliori per il 2026, suggerendo un cambio di rotta rispetto alla sbornia tecnologica degli ultimi anni. La narrazione ufficiale è rassicurante: il mercato si sta “allargando”.
Non più solo le solite Big Tech, ma un ritorno ai fondamentali, alle aziende solide, quelle che producono cose vere o gestiscono infrastrutture critiche. Ma se grattiamo via la patina dorata del marketing finanziario, quello che emerge è un quadro inquietante di dipendenza strutturale e sorveglianza economica.
La tesi di fondo è che dopo tre anni di guadagni stellari concentrati in pochissimi titoli, il 2026 sarà l’anno della democratizzazione dei profitti. Rohinton sostiene che gli investitori dovrebbero aspettarsi un ampliamento della partecipazione al mercato.
Sembra una buona notizia, vero?
Peccato che le “alternative” proposte siano colossi che hanno già trasformato i nostri dati biometrici e comportamentali in asset di bilancio.
Il capitalismo della sorveglianza si veste da “value investing”
La prima scelta di Rohinton è Visa.

Sì, proprio quella Visa.
La motivazione finanziaria è ineccepibile: un modello di business resiliente, basato sulle commissioni, che prospera indipendentemente dall’inflazione. Se i prezzi salgono, Visa guadagna di più.
È il banco che vince sempre.
Ma guardiamo oltre il grafico azionario. Visa non è più (soltanto) un circuito di pagamento; è uno dei più grandi aggregatori di dati comportamentali al mondo. Ogni volta che strisciate la carta, state alimentando un algoritmo che sa cosa mangiate, dove viaggiate e persino quali vizi cercate di nascondere.
In un’epoca in cui il GDPR e le normative sulla privacy dovrebbero essere il nostro scudo, aziende come Visa operano in una zona grigia dove la “prevenzione delle frodi” diventa un lasciapassare per la profilazione di massa. Investire in Visa nel 2026 non significa scommettere sulla ripresa dei consumi, ma sulla fine del contante e dell’anonimato finanziario. È un investimento sulla tracciabilità totale.
E mentre gli analisti applaudono alla stabilità dei dividendi, nessuno sembra preoccuparsi del fatto che stiamo finanziando l’architettura stessa della nostra sorveglianza economica.
Come sottolinea lo stesso Rohinton, il contesto di mercato sta cambiando, e gli investitori devono adattarsi a rendimenti che potrebbero non replicare l’esplosione degli anni passati, ma che richiedono solidità.
Abbiamo avuto tre anni di mercati piuttosto forti nel complesso. Quindi, sapete, gli investitori nel complesso dovrebbero fare un passo indietro e dire che guadagnare il 15-20% all’anno è…
— Lindsay, Conduttrice presso BNN Bloomberg
La frase resta sospesa, ma il sottotesto è chiaro: la festa della crescita facile è finita, ora si passa all’incasso sistematico. E chi meglio di un duopolio dei pagamenti per garantire l’incasso? Tuttavia, la vera ironia arriva con la seconda scelta, che dimostra come il concetto di “diversificazione” sia ormai una barzelletta.
L’inflazione come scusa e i dazi come opportunità
La seconda puntata è su Amazon.
Sorpresi? Neanche io.
La giustificazione qui è legata all’adozione dell’Intelligenza Artificiale, che secondo Rohinton sta avvenendo a una velocità superiore persino alla globalizzazione degli anni 2000. Ma attenzione: non stiamo parlando di vendere libri o consegnare pacchi col drone. Il vero business è AWS (Amazon Web Services), l’infrastruttura cloud su cui gira metà di internet, inclusi i servizi governativi e le start-up che promettono di “proteggere la vostra privacy” mentre ospitano i dati sui server di Bezos.
Amazon ha smesso da tempo di essere un semplice negozio; è una utility, essenziale come l’acqua o l’elettricità, ma senza la regolamentazione pubblica che spetta ai servizi essenziali. Le stime indicano ricavi e capitalizzazione di Amazon in crescita esponenziale, cifre che fanno girare la testa e che confermano come il mercato scommetta sulla nostra incapacità di disconnetterci.
Quando un’azienda ha il potere di spegnere l’infrastruttura digitale di un paese o di decidere quali prodotti vedrete per primi in base alla vostra capacità di spesa (predetta dall’AI), non stiamo parlando di libero mercato.
Stiamo parlando di un feudo digitale.
E qui entra in gioco il terzo attore, forse il meno noto al grande pubblico ma non meno cruciale: Linde. Gigante dei gas industriali.
Sembra noioso, vero?
Ossigeno, azoto, idrogeno. Ma nel 2026, con le tensioni geopolitiche alle stelle e il ritorno del protezionismo, controllare le materie prime industriali è come avere le chiavi della cassaforte.
Il contesto politico non aiuta. Le guerre commerciali sono tornate di moda e le barriere doganali sono il nuovo strumento di politica estera. Proprio in questi giorni, il presidente Trump ha recentemente ritardato l’aumento dei dazi su beni importati, creando un clima di incertezza che favorisce enormemente chi ha il controllo delle catene di approvvigionamento locali e delle risorse essenziali. Linde, fornendo i gas necessari per tutto, dalla produzione di chip per l’AI alla sanità, si posiziona come il collo di bottiglia perfetto.
Se vuoi produrre, devi passare da loro.
Chi paga davvero il conto?
Mettendo insieme i pezzi, il quadro che emerge dalle scelte di questo inizio 2026 è tutt’altro che rassicurante. Abbiamo Visa che controlla le transazioni e i flussi finanziari; Amazon che possiede l’infrastruttura digitale e i dati comportamentali; Linde che detiene le chiavi della produzione fisica industriale.
Rohinton descrive questo scenario con un pragmatismo che fa quasi tenerezza per la sua franchezza:
Ok, secondo giorno del 2026. Primo giorno di scambi… Dici che forse per il 2026 potremmo vedere un po’ di allargamento nel mercato, in particolare quando si tratta di mega-cap…
— Lindsay, Conduttrice presso BNN Bloomberg
Questo “allargamento” non è una redistribuzione di ricchezza. È una fortificazione delle posizioni dominanti in settori che non possiamo evitare. Non possiamo scegliere di non pagare (Visa), non possiamo scegliere di non usare internet (Amazon/AWS), e l’industria non può scegliere di non produrre (Linde). Il conflitto di interessi è macroscopico: gli investitori esultano per i margini di profitto che derivano direttamente dalla nostra mancanza di alternative.
Siamo di fronte a un paradosso normativo. Mentre l’Europa si affanna con l’AI Act e cerca di far rispettare il GDPR, i capitali globali si stanno muovendo massicciamente verso aziende che, per loro stessa natura, sfidano il concetto di sovranità digitale e personale. L’investimento “sicuro” del 2026 è, di fatto, una scommessa contro la privacy e contro la libera concorrenza.
Il messaggio implicito di queste raccomandazioni finanziarie è cinico: il mondo diventerà più chiuso, più sorvegliato e più costoso. Tanto vale investire nei proprietari delle gabbie piuttosto che sperare di rimanere liberi. La domanda che dovremmo porci non è se queste azioni saliranno – molto probabilmente lo faranno – ma se siamo disposti ad accettare che la nostra “sicurezza” finanziaria dipenda dal successo di chi ci sta togliendo tutto il resto.
Siamo investitori o siamo il prodotto?