Palantir: il capitalismo della sorveglianza conquista Wall Street e solleva dubbi etici

Palantir: il capitalismo della sorveglianza conquista Wall Street e solleva dubbi etici

Se c’è una cosa che i mercati finanziari amano più dei profitti, è la promessa di un controllo totale. E questa settimana, Wall Street ha dimostrato di avere un debole particolare per chi quel controllo lo vende sotto forma di software.

Mentre gli occhi di molti investitori retail si spostavano freneticamente tra vari ticker tecnologici, il vero spettacolo è andato in scena con Palantir Technologies.

Non stiamo parlando della solita trimestrale tech un po’ dopata dal marketing. Qui siamo di fronte a qualcosa di diverso, una sorta di consacrazione del “capitalismo della sorveglianza” che si traveste da efficienza operativa. I numeri rilasciati dall’azienda di Denver per il quarto trimestre del 2025 sono impressionanti, certo: un fatturato di 1,41 miliardi di dollari e una crescita delle vendite del 69%.

Ma limitarsi a guardare le cifre significa perdere di vista la storia vera.

Palantir non sta solo vendendo software; sta vendendo l’idea che l’unico modo per sopravvivere nel mercato moderno sia trasformare ogni singolo dato aziendale o governativo in un’arma tattica.

E a quanto pare, tutti vogliono premere il grilletto.

Il titolo è schizzato alle stelle, con un rialzo del 1.456% dalla sua IPO nel 2020, una cifra che farebbe girare la testa a chiunque, tranne forse a chi si domanda cosa comporti davvero questa “efficienza” per la privacy dei cittadini e dei dipendenti. Alex Karp, il CEO filosofo ed eccentrico dell’azienda, non ha usato mezzi termini, dichiarando che il dibattito sulla crescita è “ufficialmente chiuso”.

Ma il dibattito su cosa significhi questa crescita per le nostre libertà digitali, forse, non è mai stato aperto davvero.

L’illusione della “cognizione merceologica”

Per capire perché Palantir stia cannibalizzando l’attenzione (e i capitali) rispetto ad altri giganti come Amazon o Snowflake, bisogna guardare a come si vendono. Karp ha introdotto il concetto di “commodity cognition” (cognizione come merce), suggerendo che l’intelligenza artificiale sia ormai una risorsa grezza da estrarre e raffinare. È una metafora industriale perfetta per nascondere la natura intima dei dati trattati.

L’azienda si posiziona come un “n di 1”, un unicum nel mercato. E in effetti, poche altre società possono vantare radici così profonde nell’apparato di intelligence statale per poi riversarsi con tale aggressività nel settore commerciale.

I dati ufficiali riportati da Benzinga evidenziano un aumento del 130% nei ricavi commerciali negli Stati Uniti, un segnale che le aziende americane stanno adottando gli strumenti di analisi di Palantir con una velocità che dovrebbe allarmare chiunque si occupi di compliance e diritti dei lavoratori.

Il modello dei “boot camp” — sessioni intensive in cui Palantir dimostra ai clienti come usare la loro piattaforma AIP (Artificial Intelligence Platform) — ha ridotto i cicli di vendita da mesi a settimane. In pratica, stanno rendendo l’adozione di sistemi di sorveglianza interna ed esterna così rapida e indolore che le aziende firmano contratti a sette cifre prima ancora di chiedersi se sia etico (o pienamente legale sotto normative stringenti come il GDPR in Europa) processare i dati in quel modo.

Ecco come Karp descrive, con la sua consueta modestia, la posizione dell’azienda:

Siamo un ‘n di 1’ nel mercato del software di intelligenza artificiale… È una delle performance veramente iconiche nella storia delle performance aziendali o tecnologiche. Semplicemente non ci si può aspettare che un’azienda come la nostra performi a un livello simile a questo.

— Alex Karp, CEO di Palantir Technologies

Ma cosa significa “un’azienda come la nostra”?

Significa un’azienda nata per servire la CIA e l’esercito, che ora applica le stesse logiche di “individuazione del bersaglio” ai consumatori e ai mercati.

La pressione politica come strategia di marketing

C’è un aspetto ancora più inquietante che emerge tra le righe delle dichiarazioni trionfali di questo febbraio 2026. Palantir non si limita a competere; sta cercando di rendersi indispensabile per la sicurezza nazionale e la stabilità economica, creando quella che Karp definisce una “enorme pressione politica sulle nostre istituzioni”.

L’idea è sottile ma potente: se non usi Palantir, sei vulnerabile.

Se il tuo governo non usa Palantir, è obsoleto.

È una strategia che trasforma la tecnologia da strumento a necessità geopolitica.

E funziona. Mentre le Big Tech tradizionali devono spesso difendersi dalle accuse di monopolio o di gestione allegra della privacy, Palantir si presenta come il salvatore dell’Occidente, l’unico baluardo contro le inefficienze che potrebbero farci perdere la corsa tecnologica contro la Cina.

Questa narrazione ha convinto gli analisti. William Blair ha aggiornato il rating a “outperform”, prevedendo che l’azienda genererà 7 miliardi di dollari di free cash flow entro il 2030. Una cifra mostruosa, che però solleva una domanda fondamentale: da dove arrivano questi soldi?

Arrivano dai budget governativi (quindi dalle nostre tasse) e dai budget aziendali destinati a massimizzare l’estrazione di valore dai dati degli utenti.

È interessante notare come, in questo scenario, le preoccupazioni per la privacy vengano spazzate via dall’urgenza della “produzione”. Jake Behan di Direxion ha sintetizzato perfettamente il sentiment di mercato, forse senza rendersi conto dell’ironia della sua affermazione:

Ciò che è chiaro in questo momento è che il mercato non sta premiando l’hype sull’IA, sta premiando la produzione.

— Jake Behan, Head of Capital Markets presso Direxion

“Produzione” nel contesto dell’IA generativa e dell’analisi dei Big Data significa spesso processare informazioni personali su scala industriale, con una trasparenza che tende allo zero. Se il mercato premia chi “produce” risultati ignorando le “esternalità” (leggi: diritti digitali), allora siamo di fronte a un fallimento strutturale della regolamentazione.

Chi paga davvero il conto?

Mentre gli investitori festeggiano un utile netto di 609 milioni di dollari nel quarto trimestre e una previsione di ricavi per il 2026 che tocca i 7,2 miliardi, dovremmo chiederci chi sono i perdenti di questa equazione.

La tecnologia di Palantir è progettata per unire i puntini. Collega database disparati per creare profili completi, identificare frodi, ottimizzare la logistica o, in contesti militari, neutralizzare minacce. Quando questa potenza di fuoco viene rivolta verso il mercato civile, il confine tra “ottimizzazione del cliente” e “manipolazione comportamentale” diventa sottilissimo.

Le normative europee come l’AI Act e il GDPR sono state scritte proprio per arginare questi rischi, ma la velocità con cui Palantir sta penetrando il mercato commerciale USA (e spingendo in Europa, nonostante le “resistenze”) suggerisce che la tecnologia sta correndo molto più veloce della legge.

Il “Rule of 40”, una metrica finanziaria che somma la crescita dei ricavi al margine operativo, vede Palantir a un assurdo 127%. Questo indica un’efficienza operativa che raramente si vede senza tagli drastici o un potere di prezzo monopolistico. La guida per il 2026 suggerisce una riaccelerazione della crescita, smentendo i ribassisti che vedevano l’IA come una bolla pronta a scoppiare.

Ma c’è un altro lato della medaglia. Mentre Palantir prospera, altre aziende faticano. Snowflake, il diretto concorrente nel data warehousing, arranca. Questo suggerisce che il mercato non vuole più solo “contenitori” di dati, ma vuole “cervelli” attivi che prendano decisioni. E affidare le decisioni aziendali e governative a una “black box” algoritmica gestita da una singola azienda privata è lo scenario da incubo che ogni garante della privacy teme da anni.

L’entusiasmo per questi titoli nasconde una verità scomoda: stiamo finanziando la costruzione dell’infrastruttura che ci sorveglierà per i prossimi decenni.

Se Palantir diventa il sistema operativo predefinito per il governo e le grandi aziende, la nostra capacità di rimanere anonimi o di sfuggire all’analisi algoritmica sarà definitivamente compromessa.

La domanda che dovremmo porci non è se comprare azioni Palantir, ma se possiamo permetterci il mondo che Palantir sta costruendo con i nostri dati.

Siamo sicuri che quei 7 miliardi di dollari di cash flow non siano, in realtà, il prezzo della nostra privacy?

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