Apple: la crescita dell’App Store rallenta, l’AI e la privacy a rischio
C’è un momento preciso in cui i giganti tecnologici smettono di essere innovatori visionari e iniziano a comportarsi come esattori delle tasse ansiosi.
Quel momento, per Apple, sembra essere arrivato e si sta cristallizzando nei numeri che Wall Street finge di interpretare con distacco, ma che in realtà nascondono un nervosismo palpabile.
UBS ha deciso di mantenere il suo rating “Neutral” sulle azioni di Cupertino, fissando il target price a 280 dollari. Una mossa che, nel linguaggio felpato della finanza, equivale a un’alzata di spalle: non vendete, ma per carità, non aspettatevi miracoli.
Il motivo di questa tiepidezza è nascosto nelle pieghe del bilancio, in quella voce che per anni è stata la gallina dalle uova d’oro: l’App Store. Secondo i dati più recenti, la crescita dei ricavi del negozio digitale ha subito una frenata brusca, scendendo a un misero 7% nel trimestre di dicembre 2025.
Se togliamo il trucco delle valute estere e guardiamo i dati “FXN” (Foreign Exchange Neutral), la crescita reale è appena del 5%.
Siamo lontani anni luce dalle doppie cifre a cui Tim Cook ci aveva abituati.
E qui sorge la domanda che nessuno vuole fare ad alta voce: se il “giardino recintato” smette di generare profitti automatici, chi pagherà il conto?
La risposta, come sempre, rischia di essere la nostra privacy.
Il mito del recinto sicuro si scontra con la realtà
Per anni ci hanno raccontato che l’App Store doveva essere chiuso, blindato e controllato esclusivamente da Apple per “proteggere la nostra sicurezza”.
Una narrazione comoda, che ha permesso all’azienda di incassare commissioni fino al 30% su ogni transazione digitale, trasformando l’iPhone in un terminale di pagamento perenne. Ma ora che UBS ha confermato il rating Neutral e il target price a 280 dollari, citando esplicitamente segnali contrastanti nelle performance dell’App Store, il castello di carte inizia a tremare.
Il rallentamento è evidente: siamo passati dal 12% di giugno 2025 e il 10% di settembre, al 7% attuale.
Perché è importante?
Perché l’App Store è puro margine. Non costa quasi nulla da mantenere rispetto alla produzione fisica di un iPhone, e genera liquidità immediata.
Se questa fonte si prosciuga, Apple dovrà trovare altri modi per mantenere i suoi margini stellari. E la storia del capitalismo di sorveglianza ci insegna che quando i ricavi diretti calano, le aziende iniziano a guardare con occhi diversi i dati degli utenti.
Non è un caso che questo rallentamento coincida con l’entrata in vigore di normative come il Digital Markets Act (DMA) in Europa, che ha costretto Apple ad aprire — seppur riluttante e con mille ostacoli tecnici — il suo ecosistema.
La concorrenza fa male ai monopoli, e i numeri di UBS lo certificano. Ma c’è di più: il 44% dei ricavi dell’App Store proviene dal gaming. Se gli utenti smettono di spendere in microtransazioni per vite extra e skin colorate, l’intero modello di business dei servizi, tanto caro agli investitori, rischia di incepparsi.
L’intelligenza artificiale come specchietto per le allodole?
Di fronte a un hardware che fatica a stupire e a servizi che rallentano, la risposta di Apple è, prevedibilmente, l’Intelligenza Artificiale. O meglio, la promessa di essa.
Ma i consumatori americani, solitamente i più fedeli al marchio, sembrano aver mangiato la foglia. L’intenzione di acquisto di nuovi iPhone negli Stati Uniti è crollata ai minimi degli ultimi cinque anni, con un calo di 400 punti base.
Solo il 29% degli utenti si dichiara interessato ad aggiornare il proprio dispositivo per le funzionalità di “Apple Intelligence”.
È un dato disastroso per chi scommetteva sul “superciclo” di aggiornamento guidato dall’AI. E qui la critica deve farsi affilata: stiamo davvero aspettando un’innovazione utile, o ci stanno vendendo l’ennesimo strumento per processare i nostri dati personali in modo più efficiente?
La crescita dell’App Store ha rallentato a circa il 7% nel trimestre di dicembre 2025, in calo rispetto al 12% e al 10% dei trimestri di giugno e settembre 2025, rispettivamente.
— Analisi UBS Research
Mentre negli USA l’entusiasmo scema, in Cina l’interesse è salito di 300 punti base. Questo crea un paradosso geopolitico e di privacy inquietante.
Per vendere in Cina le sue nuove funzionalità AI, Apple dovrà inevitabilmente scendere a patti con le normative locali sulla gestione dei dati, che sono tutto fuorché garantiste rispetto agli standard occidentali (o anche solo al GDPR). Se la crescita futura dipende da Pechino, quanto reggerà la promessa di “What happens on your iPhone, stays on your iPhone”?
Inoltre, l’implementazione dell’AI richiede potenza di calcolo e memoria. UBS segnala rischi sui margini lordi dovuti all’aumento dei costi di componenti come NAND e DRAM. Se produrre il telefono costa di più e la gente non lo compra volentieri, l’unica leva rimasta è monetizzare l’utente esistente. Magari con pubblicità più invasive, magari addestrando modelli sui nostri comportamenti.
Il coro stonato degli analisti e i costi occulti
È affascinante osservare la dissonanza cognitiva tra le diverse banche d’affari. Mentre UBS predica cautela, altri come Evercore ISI e Wedbush continuano a suonare la fanfara, con target price che arrivano fino a 350 dollari.
Wedbush, in particolare, punta tutto sull’ingresso di Apple nel settore AI entro il 2026. Ma l’analisi di InvestingPro suggerisce che il titolo sia sopravvalutato rispetto al suo Fair Value, con un rapporto Prezzo/Utili (P/E) di 35,78.
Siamo di fronte a un’azienda valutata 3,9 trilioni di dollari che cresce a ritmi da prefisso telefonico (6,43% negli ultimi dodici mesi).
Pagare 35 volte gli utili per una crescita a singola cifra è un atto di fede, non un investimento razionale. E gli atti di fede, in tecnologia, si pagano spesso con i propri dati.
Tra i cambi di poltrone, spicca la nomina di Jennifer Newstead a general counsel nel 2026. Avrà il suo bel da fare. Tra le pressioni antitrust globali, le class action sulla privacy e la necessità di navigare le complessità legali dell’AI generativa, il reparto legale diventerà probabilmente più strategico di quello ingegneristico.
Il quadro che emerge unendo i puntini è quello di un gigante che ha esaurito la spinta propulsiva dell’hardware e vede scricchiolare la rendita di posizione del software.
Il rallentamento della crescita dell’App Store al 5% su base neutra non è un incidente di percorso, è un sintomo strutturale.
Quando il prodotto non tira più come prima, e il negozio incassa meno, il vero prodotto da vendere diventiamo, ancora una volta, noi.
La domanda non è se Apple riuscirà a risalire in borsa, ma a quale prezzo per la nostra riservatezza digitale deciderà di farlo.