Il dma contro apple: setapp mobile chiude e la sovranità digitale è a rischio
Apple accusata di soffocare la concorrenza e l’UE di non approvare le modifiche, mentre Setapp Mobile chiude i battenti e la privacy degli utenti rimane ostaggio di un braccio di ferro tra titani.
Sembrava la solita scaramuccia burocratica tra titani, quella noiosa partita a scacchi che si gioca tra Cupertino e Bruxelles da anni. Ma quello che sta succedendo in questi giorni di gennaio 2026 ha il sapore amaro di una farsa in cui, come al solito, gli unici a rimetterci sono gli utenti e i loro dati personali.
La notizia che ha fatto traboccare il vaso è la chiusura di Setapp Mobile, uno di quei marketplace alternativi che il Digital Markets Act (DMA) avrebbe dovuto favorire e proteggere. Invece, MacPaw ha alzato bandiera bianca, chiudendo i battenti il prossimo mese.
Perché? Ufficialmente per la complessità insostenibile delle condizioni commerciali imposte da Apple. Ma se scaviamo appena sotto la superficie della retorica aziendale, troviamo una realtà molto più inquietante: un rimpallo di responsabilità che puzza di strategia legale più che di tutela del consumatore.
La Commissione Europea punta il dito contro la Mela, accusandola di non aver modificato i termini contrattuali che soffocano la concorrenza. Apple, dal canto suo, risponde con una veemenza inusuale, sostenendo che la Commissione sta usando tattiche politiche ritardatarie per giustificare nuove sanzioni.
Non fatevi ingannare: non stiamo parlando di principi nobili o di libertà digitale.
Stiamo parlando di chi controlla il rubinetto dei soldi e, soprattutto, il flusso dei nostri dati comportamentali. La narrazione di Apple è chiara: “Noi volevamo cambiare, ma l’Europa non ce lo permette”.
Un paradosso? Forse.
O forse è la dimostrazione che quando la regolamentazione diventa troppo lenta rispetto alla tecnologia, finisce per servire gli interessi di chi voleva limitare.
Il teatro dell’assurdo normativo
La situazione è grottesca. Apple sostiene di aver inviato un piano di conformità a ottobre 2025, proponendo di sostituire quella tassa odiosa di 50 centesimi per installazione (la Core Technology Fee, un capolavoro di ingegneria finanziaria per scoraggiare chiunque) con una più gestibile quota del 5% sui ricavi.
Secondo Cupertino, Bruxelles non ha mai risposto, lasciando le aziende come MacPaw nel limbo, costrette a operare con regole vecchie e insostenibili fino al collasso.
C’è del genio malefico in tutto questo. Se l’Europa non approva le modifiche, Apple può continuare a dire “le regole sono queste”, e intanto i concorrenti muoiono di asfissia finanziaria.
E mentre i burocrati analizzano le virgole dei contratti, la Commissione Europea pianifica dichiarazioni che incolpano Apple per la chiusura di servizi concorrenti, creando un circolo vizioso perfetto. L’UE accusa Apple di non cambiare, Apple accusa l’UE di non approvare i cambiamenti.
E nel mezzo? Nel mezzo ci siamo noi.
La promessa del DMA era quella di darci scelta, di spezzare le catene del “giardino recintato” di iOS. Il risultato, due anni dopo l’entrata in vigore della legge, è che l’unica vera alternativa credibile su iPhone sta chiudendo.
È lecito chiedersi: chi ci guadagna davvero?
Sicuramente non la privacy degli utenti, che rimane l’argomento fantoccio sventolato da entrambe le parti per giustificare le proprie posizioni di potere.
La Commissione Europea sta usando tattiche politiche ritardatarie per ingannare il pubblico, spostare i paletti e prendere di mira ingiustamente un’azienda americana con indagini gravose e multe onerose.
— Portavoce, Apple Inc.
La privacy come ostaggio (e scusa perfetta)
Qui arriva il punto che mi fa più rabbia. Apple utilizza da sempre la scusa della sicurezza e della privacy per mantenere il controllo ferreo sul suo store. “Se apriamo le porte, entrano i ladri”, ci dicono.
E c’è un fondo di verità: il sideloading incontrollato è un incubo per la sicurezza informatica. Ma è anche vero che Apple ha tutto l’interesse a dipingere qualsiasi alternativa come insicura per mantenere il suo monopolio sulle transazioni (e sul tracciamento, diciamocelo, che Apple fa benissimo in casa propria).
Tuttavia, Cupertino afferma di aver proposto soluzioni tecniche specifiche per mitigare questi rischi nel contesto del DMA, soluzioni che sarebbero state respinte al mittente. L’azienda sostiene che le proposte per proteggere i dati degli utenti sono state rigettate dalla Commissione, lasciando intendere che l’UE, nella sua crociata antitrust, stia sacrificando la sicurezza dei cittadini europei.
Se questo fosse vero, saremmo di fronte a un fallimento normativo colossale.
Il GDPR ci ha insegnato che la protezione dei dati deve essere “by design”, non un accessorio da sacrificare sull’altare della concorrenza di mercato. Se l’UE, pur di punire Big Tech, impedisce l’implementazione di filtri di sicurezza sui marketplace di terze parti, sta facendo un disservizio enorme proprio a quei cittadini che giura di proteggere.
D’altra parte, quanto possiamo fidarci di Apple quando dice che quelle misure sono solo per la sicurezza e non per rendere l’esperienza utente fuori dall’App Store un inferno di pop-up dissuasivi?
Abbiamo suggerito modifiche a queste funzionalità che proteggerebbero i dati dei nostri utenti, ma finora la Commissione Europea ha respinto le nostre proposte.
— Portavoce, Apple Inc.
Chi sorveglia i sorveglianti?
La sensazione è che si sia perso di vista l’obiettivo. Il DMA doveva stimolare l’innovazione, non creare un pantano legale dove solo chi ha gli avvocati più costosi sopravvive.
Setapp Mobile non è fallito perché il prodotto non piaceva; è fallito perché il terreno di gioco è minato. E mentre Apple piange miseria parlando di “multe onerose” (ricordiamo i 500 milioni dell’anno scorso, spiccioli per un’azienda che fattura miliardi a colazione), consolida la sua posizione.
Ogni giorno che passa senza una decisione chiara è un giorno guadagnato per il modello chiuso. E ogni volta che un concorrente chiude, l’argomento di Apple si rafforza: “Vedete? Fuori da qui non c’è business sostenibile”.
È una profezia che si autoavvera, facilitata, ironicamente, dalla lentezza di chi dovrebbe combatterla.
Siamo onesti: non esiste un “buono” in questa storia.
Da una parte c’è una corporazione che monetizza ogni nostro respiro digitale e usa la privacy come scudo di marketing; dall’altra c’è un regolatore che sembra più interessato a incassare assegni tramite sanzioni che a creare un mercato digitale funzionale e sicuro.
Se la “libertà” che ci viene offerta è quella di scegliere tra un monopolio sicuro e un far west burocratico dove le aziende falliscono in sei mesi, forse la domanda da porsi non è quale app store usare, ma quanto vale davvero la nostra sovranità digitale in questo gioco al massacro.