Bing ‘More Sources’: Il regalo di Natale di Microsoft è un alibi per il web aperto?
La nuova interfaccia di Bing “More sources”: un’apparente generosità che nasconde una strategia per trattenere gli utenti e favorire la profilazione pubblicitaria
Mentre il resto del mondo si prepara a scartare i regali sotto l’albero in questa vigilia di Natale del 2025, a Redmond qualcuno sta impacchettando una sorpresa decisamente meno gradita per chi ancora crede in un web aperto e decentralizzato.
Microsoft ha iniziato a testare silenziosamente una nuova sezione nei risultati di ricerca di Bing, denominata “More sources” (Altre fonti). A prima vista, potrebbe sembrare un gesto di benevolenza natalizia: un carosello orizzontale che offre agli utenti una gamma più ampia di siti web da consultare oltre ai soliti “link blu”.
Ma se avete imparato a leggere tra le righe delle strategie delle Big Tech, sapete già che quando un gigante della Silicon Valley vi offre “più scelta”, solitamente sta nascondendo il fatto che vi sta togliendo il controllo.
L’apparente generosità di questa nuova interfaccia nasconde, con ogni probabilità, un disperato tentativo di bilanciare l’invasività della ricerca generativa con la necessità di non farsi trascinare in tribunale dagli editori o dai regolatori antitrust europei.
Non è un regalo; è un alibi.
La novità tecnica è sottile ma significativa. Invece di mandare l’utente direttamente verso una destinazione, Bing sta sperimentando una sezione dedicata che mostra una riga scorrevole orizzontalmente di ulteriori fonti web, posizionata strategicamente tra i risultati.
Perché proprio ora?
Perché il modello di business della ricerca è sotto assedio, e Microsoft lo sa meglio di chiunque altro.
Il miraggio della pluralità
Per capire la mossa, bisogna guardare cosa sta succedendo al “mercato dell’attenzione”. Da quando l’intelligenza artificiale ha iniziato a cannibalizzare la ricerca tradizionale, il patto implicito del web — “io ti do i contenuti, tu mi dai il traffico” — si è rotto.

Bing, potenziato dalle tecnologie di OpenAI, non vuole più essere un vigile urbano che dirige il traffico; vuole essere la destinazione finale. Fornendo risposte complete direttamente nella pagina dei risultati, elimina la necessità di cliccare altrove.
Tuttavia, questo approccio ha un costo politico ed economico enorme: uccide i siti web che producono quelle informazioni. Ecco quindi apparire “More sources”.
È il classico contentino.
Microsoft vi dice: “Guardate, non stiamo rubando il traffico, vi stiamo offrendo ancora più link”. Ma la realtà è che questi link vengono relegati in un carosello visivo che l’utente medio, soddisfatto dalla risposta sintetica dell’AI, probabilmente ignorerà.
È una tattica diversiva. Mentre l’azienda dichiara pubblicamente di voler supportare l’ecosistema, internamente l’obiettivo rimane quello di addestrare i propri modelli sui dati di quegli stessi editori che ora confina in un grazioso box laterale. Un portavoce di Microsoft, interrogato sulle continue modifiche all’interfaccia, ha mantenuto il classico riserbo aziendale:
“Stiamo continuando a sperimentare e iterare con la ricerca generativa, che abbiamo iniziato a distribuire l’anno scorso. A questo punto, non abbiamo altro da condividere.”
— Portavoce Microsoft, Microsoft
Questa dichiarazione, che accompagna i test su una ricerca AI che sostituisce i link blu tradizionali, tradisce la vera natura dell’operazione: siamo tutti cavie in un esperimento globale di “user retention”.
Se il carosello “More sources” riduce il tasso di abbandono della pagina di ricerca anche solo dell’1%, per Microsoft è una vittoria. Per la vostra privacy e per la salute del web, è una sconfitta.
Ma c’è un aspetto ancora più insidioso che riguarda i vostri dati personali.
Una mancia per gli editori o un alibi legale?
Ogni volta che interagite con un elemento “attivo” come un carosello orizzontale, generate una quantità di metadati comportamentali superiore rispetto a un semplice clic su un link statico.
Quanto tempo passate a scorrere le fonti? Su quali loghi vi soffermate col mouse?
Questi “micro-segnali” sono oro colato per la profilazione pubblicitaria. Sotto il cappello del GDPR, queste interazioni ricadono spesso in zone grigie: state esprimendo un interesse “legittimo” o state fornendo dati biometrici sulla vostra esitazione?
Inoltre, la mossa sembra calcolata millimetricamente per placare i regolatori del Digital Markets Act (DMA) in Europa. Mostrare “più fonti” serve a dimostrare che Bing non sta favorendo i propri servizi o le risposte generate dalla propria AI a discapito della concorrenza.
È una difesa preventiva: “Vostro onore, come potete accusarci di monopolio informativo se offriamo una sezione apposita per fonti alternative?”.
Microsoft, ovviamente, la racconta diversamente. In un recente annuncio, l’azienda ha tentato di rassicurare gli editori, sostenendo che i primi dati indicano un mantenimento dei clic verso i siti web, promuovendo quello che definiscono un “ecosistema web sano”.
“I primi dati indicano che questa esperienza mantiene il numero di clic verso i siti web e supporta un ecosistema web sano.”
— Annuncio Ufficiale, Microsoft
Sano per chi?
Per il parassita o per l’ospite?
Se il traffico viene mantenuto ma la qualità dell’interazione cambia — da una lettura approfondita su un sito esterno a uno scorrimento veloce su Bing — il valore economico si sposta dalle mani dei creatori di contenuti a quelle della piattaforma. Gli editori ricevono “impressioni” vuote, mentre Microsoft incassa la permanenza dell’utente.
Chi paga il conto?
La verità è che non ci sono pasti gratis, nemmeno a Natale.
La sezione “More sources” non è uno strumento di scoperta; è un recinto. Serve a tenervi all’interno del “walled garden” di Bing il più a lungo possibile. Più tempo passate a scorrere orizzontalmente le fonti sulla loro pagina, più opportunità hanno di mostrarvi annunci pubblicitari o di alimentare il loro grafo di conoscenza con le vostre preferenze.
Se Microsoft volesse davvero aiutare gli utenti a trovare fonti diverse, avrebbe potuto migliorare l’algoritmo di ranking dei link blu o offrire strumenti di trasparenza sulla provenienza delle informazioni generate dall’AI. Invece, sceglie di aggiungere un altro strato di interfaccia utente.
Ciò che stiamo vedendo non è innovazione, è consolidamento.
Le Big Tech stanno costruendo un’architettura in cui il web aperto diventa una semplice libreria di backend, invisibile e non retribuita, mentre l’interfaccia utente — e i profitti che ne derivano — rimangono saldamente nelle loro mani.
La domanda che dovremmo porci mentre guardiamo questo nuovo carosello non è “cosa c’è di nuovo da leggere?”, ma “perché hanno così paura che io esca da questa pagina?”.