Genspark: l'illusione dell'ia democratica e il controllo dei dati

Genspark: l’illusione dell’ia democratica e il controllo dei dati

L’ascesa di Genspark, il nuovo “unicorno” dell’intelligenza artificiale, solleva interrogativi sull’accentramento dei dati e il futuro del web

Se c’è una cosa che il 2025 ci ha insegnato, è che la memoria collettiva nel settore tecnologico ha la durata di una Stories su Instagram.

Siamo arrivati alla fine dell’anno celebrando l’ascesa di Genspark, l’ennesimo “unicorno” dell’intelligenza artificiale che promette di liberarci dalla fatica del lavoro d’ufficio. Ma se grattiamo via la patina dorata dei comunicati stampa e guardiamo chi siede davvero al tavolo dei vincitori, la narrazione della “rivoluzione democratica dell’AI” inizia a scricchiolare sinistramente.

Genspark non è sbucata dal nulla.

È il prodotto distillato di un revolving door di lusso: fondata da ex dirigenti di Microsoft, Google e Baidu, questa startup ha raggiunto lo status di unicorno – superando il miliardo di dollari di valutazione – con una velocità che dovrebbe allarmare chiunque si preoccupi di bolle speculative e consolidamento del potere.

La loro promessa? Non un semplice chatbot che chiacchiera, ma un “Superagente” capace di eseguire flussi di lavoro complessi, orchestrando decine di modelli AI diversi per produrre report, app e analisi finanziarie.

Tuttavia, c’è un dettaglio che sfugge ai più distratti: chi paga il conto?

E, soprattutto, con quali dati?

L’illusione dell’alternativa

La retorica ufficiale dipinge Genspark come il Davide che sfida i Golia della Silicon Valley. È una favola rassicurante, ma falsa. Basta seguire i soldi per capire che il gioco è truccato fin dall’inizio.

Tencent ha investito pesantemente nella startup valutandola oltre 1 miliardo di dollari, un dettaglio che solleva immediatamente sopraccigli e preoccupazioni sul fronte della sovranità dei dati.

Mentre in Europa ci affanniamo a rispettare il GDPR e l’AI Act, i capitali che muovono le leve di queste nuove tecnologie fluiscono tra Stati Uniti e Cina con una disinvoltura che rende i nostri confini normativi simili a linee tracciate sulla sabbia durante l’alta marea.

Il vero prodotto di Genspark non è l’automazione, ma l’accentramento. La loro tecnologia “agente” non si limita a rispondere a una domanda; agisce per conto vostro. Accede ai vostri strumenti, legge i vostri dati aziendali, incrocia informazioni sensibili e prende decisioni.

Se un tempo ci preoccupavamo dei cookie che tracciavano la navigazione, oggi stiamo allegramente consegnando le chiavi dell’intera infrastruttura aziendale a sistemi che operano come scatole nere.

Questi sistemi orchestrano modelli di terze parti (OpenAI, Anthropic, Google) in un balletto di dati il cui tracciamento diventa un incubo per qualsiasi responsabile della privacy.

E qui casca l’asino, o meglio, si palesa il conflitto di interessi.

Il grande abbraccio di Microsoft

All’inizio di quest’anno, Genspark ha annunciato una partnership strategica per integrarsi in Microsoft 365. Molti hanno gridato al miracolo della cooperazione.

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In realtà, è la mossa classica del monopolista: se non puoi batterli (o se costa troppo comprarli subito), falli lavorare sulla tua piattaforma. Microsoft non sta perdendo terreno; sta costruendo il recinto più grande.

L’ironia è palpabile. Satya Nadella, CEO di Microsoft, aveva previsto esattamente questa dinamica competitiva, suggerendo che le mosse di Redmond avrebbero costretto il mercato a reagire in modo frenetico.

Questo perturberà la concorrenza così duramente che, in risposta, usciranno allo scoperto e dovranno ballare.

— Satya Nadella, CEO di Microsoft

E hanno ballato, eccome.

Nadella aveva anticipato che la competizione avrebbe costretto i rivali a mosse aggressive, e l’integrazione di Genspark in Microsoft 365 è la conferma che la “guerra” dell’AI è in realtà una spartizione di territori.

Per l’utente finale, sembra una vittoria: più scelta, più potenza. Ma dal punto di vista della privacy, è un disastro annunciato. Stiamo centralizzando ancora più dati su un’unica piattaforma (Microsoft 365) che ora funge da hub anche per agenti esterni.

Chi controlla davvero come questi agenti processano i dati sensibili dei clienti europei?

Le clausole contrattuali standard non basteranno a proteggerci quando un “superagente” deciderà di inviare un report finanziario attraverso un server non conforme perché “era la rotta più efficiente”.

Ma il problema non è solo dove vanno i dati, è anche cosa ne rimane del web che conosciamo.

La fine del web come lo conosciamo

L’approccio di Genspark e dei suoi simili (come Perplexity) sta erodendo le fondamenta economiche di Internet. Questi “motori di risposta” non portano traffico ai siti web; ne estraggono il valore e lo riconfezionano.

Se un agente AI legge dieci articoli, analizza tre report finanziari e vi serve un riassunto perfetto, voi non cliccherete mai sulle fonti originali. Chi creerà quei contenuti quando il modello di business editoriale sarà collassato?

Le Big Tech lo sanno bene e stanno giocando una partita doppia. Da un lato distruggono il modello della ricerca tradizionale, dall’altro avvertono i creatori di non cercare scorciatoie per ingannare i nuovi algoritmi.

Siate scettici nei confronti delle scorciatoie.

— Krishna Madhavan, Principal Product Manager presso Microsoft Bing

È il colmo dell’ipocrisia.

Esperti di Microsoft mettono in guardia contro le tattiche SEO rapide per l’AI, mentre le loro stesse tecnologie rendono obsoleta la visibilità organica. Ci dicono di “creare valore per gli umani”, mentre costruiscono macchine progettate per rendere l’interazione umana superflua.

Danny Sullivan di Google predica che i contenuti dovrebbero essere utili per le persone, ma la realtà è che stiamo scrivendo sempre più per nutrire le macchine che poi venderanno le nostre stesse informazioni a noi, impacchettate in un abbonamento mensile da 30 dollari per utente.

Siamo di fronte a un paradosso normativo ed esistenziale.

Il GDPR ci dà il diritto di non essere sottoposti a decisioni basate unicamente sul trattamento automatizzato. Ma cosa succede quando l’intera struttura del lavoro d’ufficio viene delegata a “superagenti” che pianificano, eseguono e consegnano lavoro senza supervisione umana granulare?

La comodità è la droga più potente del nostro secolo.

E mentre ci godiamo l’ebbrezza di non dover più preparare manualmente una presentazione PowerPoint, stiamo silenziosamente firmando una liberatoria che concede a queste entità – e ai giganti che le finanziano – il diritto di plasmare la nostra realtà informativa e lavorativa.

La domanda non è se questa tecnologia funzioni (funziona fin troppo bene), ma se saremo ancora noi i padroni delle decisioni che essa prende per noi.

O siamo già diventati, a nostra insaputa, ingranaggi passivi di un sistema operativo che non controlliamo più?

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