Google: l'aggiornamento di dicembre 2025 e la guerra per il controllo dei dati

Google: l’aggiornamento di dicembre 2025 e la guerra per il controllo dei dati

Tra aggiornamenti algoritmici percepiti come punitivi e azioni legali contro chi fa “scraping”, si acuisce la sensazione di un controllo centralizzato dell’informazione

Mentre il resto del mondo si preoccupa di impacchettare gli ultimi regali o di pianificare il cenone, a Mountain View qualcuno ha deciso che il 22 dicembre 2025 fosse il momento perfetto per riscrivere le regole del gioco, e non necessariamente a favore degli utenti.

Se pensavate che la tecnologia si prendesse una pausa festiva, vi sbagliavate di grosso.

Quello che sta accadendo nelle ultime ore nel motore di ricerca più usato al mondo ha i contorni di una pulizia di fine anno brutale, mascherata da “miglioramento della qualità”.

Non è la prima volta che assistiamo a movimenti tellurici negli algoritmi proprio a ridosso delle festività, ma questa volta la combinazione di eventi è talmente orchestrata da far sollevare più di un sopracciglio a chi, come me, non crede alle coincidenze nel business dei dati.

Tra aggiornamenti algoritmici che decimano il traffico dei siti web e cause legali aggressive contro chi osa fare esattamente ciò che Google fa da vent’anni, il messaggio è chiaro.

Il recinto si sta stringendo.

E mentre noi guardiamo il dito (le nuove funzionalità AI o i risultati di ricerca), la luna (il controllo totale dell’informazione e dei dati comportamentali) diventa sempre più oscura.

Il regalo di Natale che nessuno voleva

Il 11 dicembre Google ha annunciato il suo “December 2025 Core Update”. Un nome asettico, tecnico, quasi rassicurante. La realtà, però, è ben diversa per chi gestisce un business online.

Google: l'aggiornamento di dicembre 2025 e la guerra per il controllo dei dati + Il regalo di Natale che nessuno voleva | Search Marketing Italia

A partire dal 20 dicembre, si è scatenata una tempesta perfetta. Non stiamo parlando di lievi oscillazioni: i report indicano crolli del traffico organico che vanno dal 20% all’85% per migliaia di siti web.

Immaginate di possedere un negozio fisico e che, tre giorni prima di Natale, il comune decidesse di rendere invisibile la vostra vetrina, spostando tutto il traffico pedonale verso il centro commerciale di proprietà del sindaco.

Ecco, questo è ciò che sta accadendo digitalmente.

Un’intensa volatilità derivante dall’aggiornamento principale di dicembre 2025 ha colpito duramente sabato 20 dicembre, lasciando molti editori e commercianti nel panico più totale proprio nel periodo più critico dell’anno per i ricavi.

C’è una logica perversa e brillante in tutto questo. Se il traffico organico (gratuito) crolla, cosa deve fare un’azienda per sopravvivere e vendere le scorte di magazzino? Semplice: comprare pubblicità.

E a chi si comprano questi annunci? Indovinate un po’.

È il classico schema in cui il fornitore del problema è anche il venditore della soluzione, un conflitto di interessi grande come una casa che però, chissà perché, sfugge sempre ai radar dell’antitrust fino a quando non è troppo tardi.

L’ironia raggiunge vette inesplorate quando osserviamo la comunicazione ufficiale dell’azienda. Mentre i piccoli imprenditori vedono andare in fumo i fatturati annuali, i portavoce di Google si preparano al riposo, con un tempismo che definirei quasi teatrale.

Martedì 23 dicembre sarà il mio ultimo giorno lavorativo dell’anno. Tornerò il 6 gennaio… Grazie per tutto il coinvolgimento e i feedback durante l’anno. È stato un anno importante.

— AdsLiaison, Google Ads Liaison su X

“Un anno importante”, dice.

Per chi ha perso l’80% della visibilità in 48 ore, sarà sicuramente indimenticabile, ma non per i motivi che Google vorrebbe farci credere.

La guerra dei dati: chi può “grattare” via cosa?

Ma l’aggiornamento dell’algoritmo è solo la punta dell’iceberg. La vera notizia, quella che dovrebbe far tremare i polsi a chi si occupa di diritti digitali e privacy, è la causa legale intentata da Google contro SerpApi.

Per i non addetti ai lavori: SerpApi è un servizio che raccoglie (“scrapes”) i risultati di ricerca di Google per rivenderli a sviluppatori e aziende che hanno bisogno di quei dati per le loro analisi o per addestrare modelli AI.

Google sostiene che questo violi i suoi termini di servizio. E qui siamo di fronte al paradosso supremo, un’ipocrisia di proporzioni bibliche.

Google, l’azienda che ha costruito il suo impero, la sua intera esistenza, scansionando, copiando e indicizzando (leggi: scraping) i contenuti creati da altri esseri umani su tutto il web, ora fa causa a qualcuno che fa lo stesso con lei.

Google ha intrapreso un’azione legale contro SerpApi accusandola di scraping non autorizzato e rivendita dei dati di ricerca, segnando un precedente pericolosissimo.

Perché questa mossa ora?

La risposta è sempre la stessa: l’Intelligenza Artificiale. I dati dei risultati di ricerca sono il carburante per addestrare le AI.

Google vuole assicurarsi di essere l’unico guardiano di questo petrolio digitale. Se bloccano i servizi come SerpApi, bloccano l’accesso ai dati per i concorrenti, consolidando il loro monopolio non solo sulla ricerca, ma anche sulla “verità” che le future AI ci racconteranno.

È una questione di sovranità dei dati. Se io pubblico un’informazione sul mio sito, Google se la prende. Ma se qualcuno prova a prendere l’organizzazione di quell’informazione fatta da Google, scattano gli avvocati.

È la privatizzazione definitiva della conoscenza pubblica.

E non dimentichiamo il GDPR: mentre Google protegge gelosamente i “suoi” risultati, continua a mostrare una fame insaziabile per i nostri dati personali, spesso nascosta dietro informative sulla privacy che nessuno legge e consensi estorti con dark pattern di design.

Pulizie etniche digitali e assistenti ritardatari

Nel frattempo, nel sottobosco delle recensioni locali, sta avvenendo un’altra silenziosa epurazione.

I dati mostrano un aumento vertiginoso delle cancellazioni di recensioni sui profili Google Business nel 2025. Ufficialmente, è per combattere lo spam.

Ufficiosamente? È un modo per esercitare un controllo editoriale su ciò che gli utenti possono dire delle aziende.

Quando una piattaforma diventa l’unico arbitro della reputazione commerciale, il rischio di abusi è altissimo. Chi decide cosa è una recensione “falsa”? Un algoritmo opaco, addestrato su bias che non conosciamo.

Un piccolo ristorante può vedersi cancellare decine di recensioni legittime senza appello, mentre le grandi catene sembrano spesso immuni a questi “errori” di sistema.

E parlando di sistemi imperfetti, c’è un’altra notizia che è passata in sordina: il ritardo nell’integrazione completa di Gemini (la nuova AI di Google) al posto del vecchio Google Assistant, ora slittata al 2026.

Ci avevano promesso una rivoluzione vocale, un’assistente onnisciente. Invece, ci troviamo con un prodotto ancora acerbo.

Perché questo ritardo? Forse perché l’allucinazione delle AI generative è ancora un rischio troppo alto per un’azienda quotata in borsa?

O forse perché, molto più cinicamente, il vecchio Assistant è ancora più efficiente nel raccogliere dati precisi sulle nostre abitudini domestiche rispetto a un modello linguistico che tende a divagare?

La risposta di Rajan Patel, dirigente di Google, alle lamentele degli utenti su X suona quasi come una presa in giro, una richiesta di aiuto disarmante da parte di una delle aziende più ricche del pianeta:

Ci stiamo lavorando. Qualche suggerimento specifico?

— Rajan Patel, Dirigente Google

Chiedono suggerimenti a noi, gli utenti che sfruttano come prodotto.

È il colmo.

Noi forniamo i dati, noi forniamo i contenuti, noi forniamo il feedback gratuito per migliorare i loro algoritmi, e in cambio otteniamo volatilità, cause legali e meno privacy.

La strategia è chiara: consolidare il controllo su ogni singolo byte di informazione prima che la concorrenza (leggi OpenAI e le sue nuove knowledge panel locali) possa erodere quote di mercato.

Google sta chiudendo i boccaporti. Il web aperto, quello nato per condividere liberamente informazioni, è sempre più un ricordo sbiadito, sostituito da un ecosistema chiuso dove per esistere devi pagare il dazio a Big G.

Siamo sicuri che “Don’t be evil” non sia diventato, da qualche parte lungo la strada, “Don’t let anyone else be evil but us”?

Buon Natale, e occhio alla privacy, se ne avete ancora un po’.

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