La guerra fredda tra Microsoft e OpenAI: il browser Atlas nel mirino

La guerra fredda tra Microsoft e OpenAI: il browser Atlas nel mirino

Mentre Microsoft e OpenAI si contendono il controllo del web, la sicurezza dei nuovi browser AI solleva interrogativi inquietanti sulla protezione dei dati degli utenti

C’è una certa ironia, quasi poetica se non fosse preoccupante, nel guardare due giganti della tecnologia che si sono giurati amore eterno (e scambiati miliardi di dollari) iniziare a pugnalarsi alle spalle nel silenzio dei codici sorgente. Siamo al 2 gennaio 2026 e la luna di miele tra Microsoft e OpenAI sembra essere ufficialmente finita, almeno per quanto riguarda il controllo della vostra porta d’accesso a Internet.

Mentre il mondo si stava riprendendo dai festeggiamenti di Capodanno, nei laboratori di Redmond qualcuno stava lavorando sodo per assicurarsi che il nuovo browser di OpenAI, “Atlas”, non arrivasse mai sui vostri computer Windows.

O, almeno, che non ci arrivasse facilmente.

La narrazione ufficiale ci parla di una partnership indissolubile, di un ecosistema condiviso per il bene dell’umanità (e degli azionisti). La realtà, analizzando i movimenti dietro le quinte, racconta una storia di schizofrenia aziendale e tentativi di monopolio. Microsoft, che possiede quasi la metà di OpenAI, sta attivamente preparando il terreno per sabotare il prodotto di punta del suo stesso partner.

Non è un errore di comunicazione: è la guerra per i dati degli utenti, combattuta con armi che pensavamo di aver lasciato nel decennio scorso, ai tempi di Internet Explorer.

E mentre i giganti litigano per decidere chi debba sorvegliare la vostra navigazione, emerge un problema ben più grave che nessuno sembra voler gridare ai quattro venti: la sicurezza di questi nuovi strumenti “magici” è, per usare un eufemismo, imbarazzante.

La guerra fredda nel vostro computer

Tutto è iniziato in sordina, come spesso accade con le manovre anticoncorrenziali più efficaci. Il primo giorno dell’anno sono emersi dettagli inquietanti su alcune righe di codice inserite nell’ultima versione di test di Edge, il browser di Microsoft. Non si tratta di miglioramenti delle prestazioni o patch di sicurezza, ma di vere e proprie trappole digitali.

Nello specifico, Windows Latest ha riportato che Microsoft si sta preparando a intercettare l’installazione di Atlas su Windows 11 tramite specifici avvisi su Bing e Edge, una tattica aggressiva che mira a scoraggiare l’utente proprio nel momento della scelta.

Il meccanismo è subdolo: se cercate “ChatGPT Atlas” o provate a scaricarlo, il sistema operativo stesso potrebbe intromettersi, suggerendo che forse non è una buona idea, che Edge è più sicuro, che “Copilot è già qui per te”.

Vi ricorda qualcosa?

È esattamente la stessa strategia che Microsoft ha affinato per anni contro Google Chrome, bombardando gli utenti di pop-up e avvisi passivo-aggressivi. La differenza sostanziale è che ora il bersaglio è un’azienda in cui Microsoft ha investito 13 miliardi di dollari.

Perché questo accanimento? Perché il browser non è più solo una finestra sul web; è diventato il sistema operativo de facto. Se OpenAI con Atlas riesce a spostare l’interazione dell’utente dalla barra di ricerca di Windows (e quindi da Bing) a un’interfaccia proprietaria “agentica” — capace cioè di agire per conto dell’utente — Microsoft perde la sua miniera d’oro: i dati comportamentali e l’inventario pubblicitario.

Ma se pensate che restare nel “giardino recintato” di Microsoft sia l’unica preoccupazione, aspettate di vedere cosa succede quando provate a uscire.

Un colabrodo spacciato per rivoluzione

Se da un lato abbiamo le pratiche monopolistiche di Redmond, dall’altro abbiamo l’irresponsabilità tecnica di OpenAI. Atlas viene venduto come il futuro: un browser che naviga al posto vostro, compila form, prenota voli e gestisce la vostra vita digitale. Suona fantastico, finché non ci si chiede quanto sia sicuro lasciare che un’IA gestisca le nostre credenziali bancarie.

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La risposta, purtroppo, è “pochissimo”.

Le analisi indipendenti stanno iniziando a smontare l’aura di perfezione attorno ad Atlas. Un recente studio di LayerX ha rilevato come il browser Atlas sia altamente vulnerabile agli attacchi di phishing, bloccando solo il 5,8% delle minacce note rispetto al 53% di Edge e al 47% di Chrome. Parliamo di una percentuale di successo ridicola per un prodotto che pretende di gestire dati sensibili in autonomia.

Immaginate di affidare le chiavi di casa a un portiere che lascia entrare il 94% dei ladri che si presentano alla porta, solo perché indossano una divisa da postino vagamente credibile.

Il problema è strutturale. Atlas è un browser “agentico”: è progettato per agire, non solo per visualizzare. Questo significa che se un malintenzionato riesce a ingannare l’IA tramite un “prompt injection” (inserendo istruzioni nascoste in una pagina web), potrebbe convincere il browser a compiere azioni per conto dell’utente, come autorizzare un pagamento o inviare email, senza che questi se ne accorga.

In Europa, con il GDPR che impone la “privacy by design”, lanciare un prodotto con queste falle è un azzardo normativo enorme. Eppure, la corsa all’oro dell’IA giustifica apparentemente qualsiasi rischio, trasformando gli utenti paganti in beta-tester inconsapevoli di un sistema intrinsecamente insicuro.

Questa fretta di lanciare prodotti immaturi non è casuale, ma è una risposta diretta alla pressione competitiva che sta montando anche tra i “partner”.

Il vero prezzo dell’assistente perfetto

Dietro queste scaramucce tecniche si nasconde una battaglia filosofica ed economica su chi possiederà l’interfaccia finale tra uomo e macchina. Microsoft ha capito che se Atlas diventa lo standard, il suo investimento in OpenAI si trasforma in un boomerang: finanziano la tecnologia che renderà obsoleto Windows. Ecco perché la risposta di Redmond non si è fatta attendere, arrivando a clonare le funzionalità del rivale con una velocità sospetta.

Mustafa Suleyman, CEO di Microsoft AI, non ha usato mezzi termini nel posizionare il suo prodotto come l’unica alternativa necessaria, cercando di soffocare sul nascere la curiosità verso la concorrenza.

Con il tuo permesso, Copilot può vedere e ragionare sulle tue schede aperte, riassumere e confrontare informazioni, e persino intraprendere azioni come prenotare un hotel o compilare moduli.

— Mustafa Suleyman, CEO di Microsoft AI

La dichiarazione di Suleyman, rilasciata mentre l’azienda si affrettava a lanciare un browser AI quasi identico a soli due giorni di distanza dall’annuncio di Atlas, svela il vero obiettivo: la ridondanza. Microsoft vuole che l’IA sia una feature di Edge, non un prodotto a sé stante che possa sfuggire al suo controllo.

Tuttavia, bisogna leggere tra le righe di quel “con il tuo permesso”. Affinché questi agenti funzionino, devono leggere tutto ciò che passa sul vostro schermo. Devono analizzare le vostre email, i vostri estratti conto, le vostre conversazioni private. Stiamo barattando la privacy più intima per la comodità di non dover cliccare “prenota” su un sito di viaggi.

E mentre ci preoccupiamo se sia meglio Atlas o Edge, nessuno sembra chiedersi se sia saggio costruire un’infrastruttura web dove l’intermediario non è più un software neutrale, ma un’intelligenza artificiale che ha come obiettivo primario la massimizzazione del profitto del suo creatore.

Siamo di fronte a un bivio inquietante. Da una parte, un monopolista storico che usa tattiche da bullo per costringerci nel suo recinto; dall’altra, una startup miliardaria che rilascia software colabrodo capace di esporci a rischi di sicurezza senza precedenti. In entrambi i casi, l’utente è trattato non come un cliente da servire, ma come una risorsa da estrarre.

La vera domanda per questo 2026 non è quale browser vincerà la guerra, ma quanto della nostra autonomia digitale saremo costretti a cedere ai vincitori.

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