Mercedes, Microsoft e G42: quando la F1 diventa un campo di battaglia per i dati
Dalla presentazione della livrea Mercedes all’accordo milionario con Microsoft: cosa si cela dietro la sponsorizzazione e l’uso dei dati in Formula 1
Sembra quasi ironico che, mentre il mondo attende con il fiato sospeso la presentazione della nuova livrea Mercedes prevista per domani, 22 gennaio 2026, l’attenzione sia tutta rivolta a un adesivo.
O meglio, a ciò che quell’adesivo rappresenta. Non stiamo parlando di una semplice sponsorizzazione, di quelle che servono a vendere qualche lattina di energy drink in più. Qui si parla di Microsoft, del colosso di Redmond che, stando alle indiscrezioni più accreditate, è pronto a versare una cifra astronomica per apporre il proprio logo sulle frecce d’argento (o nere, a seconda dell’umore del marketing).
Ma se pensate che Satya Nadella abbia staccato un assegno da decine di milioni solo per passione sportiva, forse è il caso di rispolverare un po’ di sano cinismo. In un’era in cui i dati valgono più del petrolio — e certamente più della benzina sintetica che la F1 sta cercando di promuovere — un affare che porterebbe nelle casse del team circa 60 milioni di dollari l’anno non è beneficenza: è un acquisto di accessi privilegiati.
Accesso a cosa?
Alla piattaforma di test più veloce del mondo per l’intelligenza artificiale, la sorveglianza dei dati e, inevitabilmente, la profilazione di massa.
Il punto cruciale non è la velocità in pista, ma la velocità con cui le Big Tech stanno colonizzando ogni aspetto dell’infrastruttura critica globale, usando lo sport come cavallo di Troia per normalizzare tecnologie che, in altri contesti, farebbero scattare più di un allarme presso le autorità garanti della privacy. E mentre tutti guardano la macchina girare, nessuno guarda dove finiscono i dati.
Il miraggio del “metaverso Industriale”
Per capire cosa ci guadagna davvero Microsoft, bisogna guardare oltre la pit lane e dentro le fabbriche. La narrazione ufficiale è infarcita di parole chiave che sembrano uscite da un generatore casuale di buzzword aziendali: “efficienza”, “resilienza”, “sostenibilità”. La realtà è che Mercedes serve a Microsoft come gigantesco case study per vendere il suo cloud Azure e le sue soluzioni di AI al resto del mondo manifatturiero. L’obiettivo dichiarato è quello di collegare i trenta stabilimenti automobilistici di Mercedes in tutto il mondo al cloud di Microsoft, creando quello che chiamano pomposamente “MO360 Data Platform”.
Dietro questa sigla si nasconde la promessa di rendere la rete di produzione globale più intelligente, sostenibile e resiliente, ma cosa significa in termini pratici?
Significa monitoraggio costante.
Significa che ogni movimento della catena di montaggio, e presumibilmente ogni azione dei lavoratori che la operano, viene trasformata in dati, analizzata da algoritmi e ottimizzata. Joerg Burzer, del consiglio di amministrazione di Mercedes, ne parlava già con entusiasmo qualche anno fa:
Questa nuova partnership tra Microsoft e Mercedes-Benz renderà la nostra rete di produzione globale più intelligente, sostenibile e resiliente in un’era di crescenti sfide geopolitiche e macroeconomiche. La capacità di prevedere e prevenire problemi nella produzione e nella logistica diventerà un vantaggio competitivo chiave mentre passiamo all’elettrico totale.
— Joerg Burzer, Membro del Consiglio di Amministrazione, Produzione e Supply Chain, Mercedes-Benz Group AG
“Prevedere e prevenire problemi”.
In ambito privacy, questa è spesso la frase in codice per la sorveglianza predittiva. Se un algoritmo può prevedere un guasto meccanico, può anche prevedere un calo di produttività umana? E se sì, quali sono le tutele per i lavoratori in questo “metaverso industriale”?
Il GDPR (Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati) pone limiti severi al monitoraggio dei dipendenti e al processo decisionale automatizzato (articolo 22), ma quando queste tecnologie vengono testate sotto l’egida dell’innovazione sportiva e della “sicurezza”, i confini tendono a sfumare pericolosamente.
Inoltre, c’è la questione della sovranità dei dati. Spostare l’intera logica produttiva di un colosso tedesco sul cloud di un gigante americano solleva interrogativi non banali sul trasferimento dei dati transatlantico, un tema su cui la Corte di Giustizia Europea ha già dato non pochi grattacapi alle aziende con la sentenza Schrems II. Ma c’è un altro attore in questa commedia che rende il quadro ancora più inquietante.
L’ombra degli Emirati e la triangolazione dei dati
Se l’ingresso di Microsoft sembra lineare, il puzzle si complica — e si scurisce — quando uniamo i puntini con un altro partner recente di Mercedes: G42. G42 è un gigante dell’intelligenza artificiale con sede negli Emirati Arabi Uniti, presieduto dallo Sceicco Tahnoon bin Zayed Al Nahyan, che è anche il consigliere per la sicurezza nazionale degli EAU. Non è un’azienda qualunque; è un’entità statale che opera all’intersezione tra tecnologia e geopolitica.
Mercedes ha accolto G42 a braccia aperte, annunciando G42 come partner ufficiale del team con l’obiettivo di sfruttare la loro AI per “l’analisi dei dati”.
Ma chi controlla questi algoritmi?
Il motorsport moderno e la tecnologia vanno di pari passo, specialmente se si considera l’enorme quantità di dati critici generati durante ogni weekend di gara. […] Siamo entusiasti di questa nuova partnership con il Mercedes-AMG PETRONAS Formula One Team e non vediamo l’ora di mettere a disposizione le nostre risorse tecniche e competenze per aiutarli ad avere successo.
— Peng Xiao, CEO del Gruppo G42
La cosa interessante è che Microsoft stessa ha investito 1,5 miliardi di dollari in G42. Si crea così una triangolazione perfetta: Mercedes fornisce il caso d’uso e il brand, Microsoft fornisce l’infrastruttura cloud, e G42 fornisce l’intelligenza artificiale (e forse l’accesso a mercati e capitali mediorientali). Il problema? G42 è stata in passato sotto la lente d’ingrandimento degli Stati Uniti per presunti legami con tecnologie cinesi e per le implicazioni sulla sorveglianza.
Spostare dati sensibili — che in F1 includono telemetria biometrica dei piloti, comunicazioni strategiche e proprietà intellettuale — attraverso un reticolo che tocca Redmond, Stoccarda e Abu Dhabi è un incubo per qualsiasi responsabile della conformità privacy che prenda seriamente il proprio lavoro. Chi garantisce che i modelli di AI addestrati sui dati Mercedes non vengano utilizzati per scopi ben diversi da quelli sportivi?
E soprattutto, stiamo normalizzando l’idea che l’eccellenza tecnologica richieda necessariamente la cessione della sovranità sui dati a entità che operano in giurisdizioni con standard di diritti umani e privacy molto diversi dai nostri.
Chi paga il conto della “smart F1”?
L’ultimo tassello di questo scenario distopico travestito da sport riguarda il recente ingresso di George Kurtz, CEO di CrowdStrike, nell’azionariato del team Mercedes. CrowdStrike è un leader nella cybersecurity, e la sua presenza rafforza l’idea che la F1 sia ormai un campo di battaglia cibernetico. Tuttavia, la convergenza di Microsoft (cloud/produttività), CrowdStrike (sicurezza endpoint) e G42 (AI) attorno a una singola scuderia trasforma la Mercedes non più in un costruttore di auto, ma in un data broker ad altissime prestazioni.
Toto Wolff, Team Principal di Mercedes, celebra queste partnership come essenziali per vincere.
Siamo lieti di collaborare con G42. Per competere e vincere ai massimi livelli del motorsport, siamo sempre alla ricerca di ogni vantaggio. Con G42, siamo entusiasti di iniziare la nostra collaborazione e di utilizzare le sue intuizioni guidate dall’intelligenza artificiale e dai dati per aiutarci in pista e fuori.
— Toto Wolff, Team Principal e CEO, Mercedes-AMG PETRONAS F1 Team
“In pista e fuori”.
È quel “fuori” che dovrebbe preoccuparci. Le tecnologie affinate per monitorare in tempo reale lo stato di salute di un motore ibrido o i riflessi di un pilota vengono poi riconfezionate e vendute per gestire flotte aziendali, assicurazioni sanitarie, e città intelligenti. Noi, il pubblico, siamo i beta tester inconsapevoli o, nel migliore dei casi, gli spettatori paganti di uno show che serve a legittimare strumenti di controllo sempre più invasivi.
Mentre ammiriamo la nuova livrea e applaudiamo i sorpassi, le Big Tech stanno silenziosamente costruendo l’infrastruttura del futuro, un futuro dove la privacy è un optional che non è stato incluso nel pacchetto base. La domanda che dovremmo porci non è se la Mercedes vincerà il prossimo mondiale, ma se saremo noi a perdere il controllo sui nostri dati nel processo.
È davvero “sostenibile” un futuro in cui ogni nostra azione è un datapoint in un server di Microsoft, analizzato da un’AI negli Emirati?