Microsoft chiede ai non-programmatori di scrivere codice con l’aiuto dell’ai
Microsoft chiede ai dipendenti non tecnici di usare l’AI per scrivere codice, aprendo un dibattito sulla qualità e la sicurezza del software del futuro
Per anni ci siamo sentiti ripetere il mantra della “digital literacy”: imparate a programmare o diventerete obsoleti. Le scuole hanno introdotto il coding, i manager si sono iscritti a corsi serali di Python e l’idea che capire la sintassi fosse essenziale per il futuro lavorativo sembrava inattaccabile.
Oggi, Microsoft ha preso quel concetto, lo ha accartocciato e lo ha gettato nel cestino della storia informatica recente.
La nuova direttiva interna che sta circolando a Redmond, datata gennaio 2026, non chiede ai dipendenti delle risorse umane o del marketing di imparare a scrivere codice. Chiede loro di farlo scrivere all’Intelligenza Artificiale.
Non siamo di fronte a un semplice esperimento di welfare aziendale per stimolare la creatività. È una ristrutturazione radicale delle competenze necessarie per lavorare in una Big Tech.
Se fino a ieri il “non-developer” doveva chiedere per ottenere uno strumento digitale, oggi deve costruirselo, trasformando il linguaggio naturale in applicazioni funzionanti tramite prompt. Questa mossa democratizza la creazione del software o stiamo per inondare i server aziendali di applicazioni “spaghetti code” impossibili da mantenere?
Per capire la portata di questa decisione, bisogna guardare ai numeri che la giustificano, e sono numeri che fanno girare la testa anche ai più scettici.
La fine del monopolio dei programmatori
L’idea che il codice sia una riserva di caccia esclusiva per ingegneri con anni di studio alle spalle è stata smantellata pezzo per pezzo negli ultimi tre anni. Non è un’opinione, è la statistica nuda e cruda che emerge dai repository di Redmond.
La trasformazione è già avvenuta sotto il cofano, invisibile agli utenti finali ma evidente per chi gestisce l’infrastruttura.
Satya Nadella, CEO di Microsoft, ha recentemente scoperchiato il vaso di Pandora durante un confronto pubblico, ammettendo che la composizione stessa del software che usiamo ogni giorno è mutata geneticamente.
Direi che forse il 20 o il 30 per cento del codice che si trova oggi nei nostri repository e in alcuni dei nostri progetti è probabilmente interamente scritto da software.
— Satya Nadella, CEO di Microsoft
Se un terzo di Windows o di Office è già generato da macchine, la barriera all’ingresso per “scrivere” quel codice non è più la conoscenza della sintassi, ma la capacità di descrivere un problema. Satya Nadella ha confermato che una parte significativa del codice nei repository Microsoft è ormai generata interamente da software, un dato che fa il paio con le dichiarazioni di Sundar Pichai di Google, il quale ha alzato la posta parlando di oltre il 30% di nuovo codice generato dall’AI nei loro laboratori.
Questo spiega perché la divisione Experiences + Devices di Microsoft — quella che si occupa di tutto, da Windows a Surface, passando per Teams — ha ricevuto l’ordine di scuderia: i dipendenti senza background tecnico devono iniziare a usare Copilot e strumenti low-code per automatizzare i propri flussi di lavoro.
L’obiettivo non è trasformare un contabile in un ingegnere del software, ma eliminare il “collo di bottiglia” dell’IT.
Se hai bisogno di un tool per organizzare le ferie del team, non apri più un ticket aspettando tre settimane: lo descrivi all’AI e lo installi in tre minuti. Ma se la velocità è innegabile, la qualità di ciò che viene prodotto solleva dubbi che nessun entusiasmo tecnologico può silenziare completamente.
L’illusione della semplicità e il rischio “jenga”
L’approccio di Microsoft si basa su strumenti come Power Platform e GitHub Copilot, che fungono da traduttori simultanei tra l’intenzione umana (“voglio una tabella che calcoli l’IVA”) e l’esecuzione macchina. È la realizzazione del sogno del “Citizen Developer”, l’impiegato potenziato che risolve problemi locali senza scomodare i grandi sistemi.
Ricerche interne evidenziano come l’adozione dell’AI e del low-code abbia accelerato lo sviluppo dell’80 per cento in alcune organizzazioni, con tassi di soddisfazione che suggeriscono un miglioramento netto della qualità della vita lavorativa.
Tuttavia, c’è un lato oscuro in questa accessibilità totale.
Quando un non-esperto crea un’applicazione, raramente pensa alla sicurezza dei dati, alla scalabilità o alla manutenibilità del codice. Un’app creata dal marketing per gestire i lead potrebbe inavvertitamente esporre dati sensibili perché chi l’ha generata non conosce la differenza tra un database pubblico e uno privato. L’AI esegue il compito immediato, ma non ha la visione d’insieme dell’architettura aziendale.
Stiamo costruendo una torre Jenga digitale?
Ogni nuova micro-applicazione creata da un dipendente entusiasta è un blocchetto aggiunto alla struttura. Finché funziona, la produttività vola. Ma quando uno di questi strumenti amatoriali si rompe o crea un conflitto di sistema, chi lo ripara?
Il creatore originale non sa “leggere” il codice che ha generato, sa solo promptarlo. Questo sposta il carico di lavoro: gli sviluppatori professionisti rischiano di passare dal creare software a fare i “bidelli digitali”, costretti a pulire e mettere in sicurezza il codice generato dai colleghi di altri reparti.
Eppure, la visione della Silicon Valley sembra andare esattamente in questa direzione: una ridefinizione totale del ruolo dell’ingegnere.
Ingegneri come generali di armate robotiche
La mossa di Microsoft non è isolata. È il sintomo di un cambiamento di paradigma che Mark Zuckerberg, CEO di Meta, ha inquadrato con brutale onestà. Non stiamo andando verso un mondo senza programmatori, ma verso un mondo dove il programmatore smette di essere un artigiano che posa mattoni e diventa un architetto che dirige squadre di costruttori instancabili.
Tendo a pensare che… ogni ingegnere finirà effettivamente per essere più simile a un responsabile tecnico in futuro, con il proprio piccolo esercito di agenti AI con cui lavorare.
— Mark Zuckerberg, CEO di Meta
In questa visione, la direttiva di Microsoft ai dipendenti non tecnici è solo il primo livello di questo videogioco. Se l’ingegnere gestisce un “esercito”, l’impiegato amministrativo ora gestisce almeno un “assistente” capace di scrivere script.
Microsoft sta attivamente chiedendo ai dipendenti non sviluppatori di utilizzare l’AI per scrivere codice, spingendo l’acceleratore su una cultura aziendale dove la barriera tra ideazione e creazione è inesistente.
Il rischio reale non è che l’AI rubi il lavoro, ma che crei un ambiente di lavoro a due velocità: chi sa guidare l’AI ottenendo risultati puliti e sicuri, e chi si limita a farsi trascinare, riempiendo i server di codice spazzatura che funziona “per miracolo”. La scommessa di Microsoft è che gli strumenti di controllo e correzione automatica evolveranno abbastanza in fretta da arginare il caos prima che diventi ingestibile.
Siamo di fronte a un paradosso affascinante: per anni abbiamo cercato di insegnare alle persone a pensare come computer. Ora che i computer hanno imparato a interpretare il linguaggio umano, scopriamo che la vera competenza non è più scrivere le risposte, ma saper formulare le domande giuste.
Resta da vedere se saremo in grado di gestire le risposte che riceveremo, o se finiremo sommersi da una complessità tecnica che nessuno, nemmeno i creatori, comprende più fino in fondo.