Microsoft contro OpenAI: la guerra per il controllo del web è appena iniziata

Microsoft contro OpenAI: la guerra per il controllo del web è appena iniziata

Dietro ai sorrisi e agli investimenti miliardari si cela una lotta per il controllo dei dati degli utenti, con Microsoft pronta a ostacolare il browser di OpenAI

Sembrava un matrimonio perfetto, quello tra Microsoft e OpenAI. Miliardi di dollari di investimenti, integrazioni profonde, sorrisi a trentadue denti durante le conferenze stampa.

Ma come spesso accade quando ci sono di mezzo i dati degli utenti – e i profitti che ne derivano – l’idillio lascia spazio a una realtà molto più cinica.

Siamo nel 2026 e la luna di miele è ufficialmente finita: Microsoft si sta preparando a sabotare, o quantomeno a ostacolare attivamente, il nuovo browser di OpenAI, ChatGPT Atlas.

La notizia non arriva da un comunicato stampa, ovviamente.

Le intenzioni delle Big Tech si leggono quasi sempre meglio tra le righe di codice che nelle dichiarazioni dei CEO. Nelle ultime versioni sperimentali di Edge Canary sono state individuate delle “flag”, ovvero delle impostazioni nascoste, che non lasciano molto spazio all’interpretazione.

Etichette come msEdgeAtlasDownloadIntercept suggeriscono che Redmond sta affilando le armi per impedire agli utenti Windows di passare alla concorrenza.

Non è una novità assoluta. Chiunque abbia provato a scaricare Chrome utilizzando Edge si è imbattuto in banner quasi supplicanti, pop-up che mettono in guardia dai rischi di abbandonare l’ecosistema Microsoft e tentativi di “nudging” (quella spinta gentile ma insistente) per farvi desistere.

Ora, però, il bersaglio non è più l’eterno rivale Google, ma il “partner” OpenAI.

Nuove righe di codice scoperte nelle versioni sperimentali di Edge Canary indicano chiaramente che Microsoft sta testando meccanismi per intercettare e scoraggiare il download di Atlas, replicando le stesse tattiche aggressive già usate contro Chrome.

La domanda che dovremmo porci non è tecnica, ma economica e politica: perché Microsoft dovrebbe temere così tanto un prodotto dell’azienda che essa stessa finanzia?

La guerra dei clic (e dei dati)

Per capire il nervosismo di Redmond, bisogna guardare a cosa promette di essere ChatGPT Atlas.

Non è un semplice browser dove voi digitate un indirizzo e leggete una pagina. È un browser “agentico”.

In termini poveri, significa che è progettato per agire al posto vostro. Volete prenotare una vacanza? Non dovete visitare dieci siti, comparare i prezzi e inserire i dati della carta di credito. Atlas lo fa per voi, navigando autonomamente.

Questo scenario è l’incubo di qualsiasi modello di business basato sulla pubblicità e sull’attenzione. Se è l’AI a navigare, nessuno guarda i banner pubblicitari. Nessuno clicca sui link sponsorizzati di Bing. Nessuno viene tracciato nel modo tradizionale che permette a Microsoft (e Google) di fatturare miliardi.

L’arrivo di questo nuovo paradigma spiega il lancio di un browser basato interamente sull’intelligenza artificiale per gli utenti macOS come prima mossa strategica di OpenAI, un terreno di prova prima dell’assalto al fortino Windows.

Microsoft si trova in una posizione paradossale: possiede una fetta enorme di OpenAI, ma se OpenAI ha successo nel cambiare il modo in cui navighiamo sul web, il core business di Microsoft (e il suo disperato tentativo di rendere Bing rilevante tramite Edge) rischia di crollare.

È un conflitto di interessi gigantesco che viene gestito nel modo più prevedibile: erigendo muri digitali.

Ma c’è un’altra carta che Microsoft giocherà, ed è quella della sicurezza. E qui, purtroppo, il cinismo si mischia a una verità scomoda.

Il paradosso della sicurezza

È molto probabile che quando tenterete di scaricare Atlas su Windows, Edge vi dirà che lo sta bloccando “per la vostra sicurezza”. E per una volta, potrebbe non essere una bugia totale, anche se le motivazioni sono tutt’altro che nobili.

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I browser moderni come Chrome ed Edge sono fortezze costruite in decenni di lotta contro il phishing e il malware. Un browser nuovo, costruito da un’azienda di AI e non di sicurezza informatica, è intrinsecamente più fragile.

I dati sono allarmanti. Analisi recenti hanno evidenziato test di sicurezza che mostrano come Atlas blocchi solo una minima parte dei siti malevoli rispetto ai concorrenti consolidati.

Se Edge blocca il 53% delle minacce e Chrome il 47%, Atlas si ferma a un misero 5,8%.

È un colabrodo.

Tuttavia, bisogna diffidare delle narrazioni paternalistiche. Microsoft userà questi dati non tanto perché si preoccupa che clicchiate su un link di phishing, ma perché sono l’arma perfetta per giustificare pratiche anticoncorrenziali agli occhi dei regolatori.

“Non stiamo bloccando la concorrenza”, diranno gli avvocati di Redmond a Bruxelles, “stiamo proteggendo l’utente da un software immaturo”. È la scusa perfetta.

Il Digital Markets Act (DMA) europeo impone ai “gatekeeper” di non favorire i propri servizi, ma la sicurezza è una delle poche eccezioni che permettono ancora margini di manovra.

L’illusione della libera scelta

Il vero problema, però, non è solo quale browser usiamo, ma cosa cediamo in cambio. L’approccio di OpenAI con Atlas è terrificante dal punto di vista della privacy.

Un browser che agisce come “agente” deve avere accesso totale: deve poter leggere le vostre email per capire il contesto, accedere ai vostri conti per fare pagamenti, conoscere i vostri gusti per scegliere cosa mostrarvi.

Se passiamo da Edge ad Atlas, stiamo semplicemente spostando la nostra “sovranità digitale” da un padrone all’altro.

Da una parte c’è Microsoft, che vuole tenerci nel suo recinto per nutrirci di annunci Bing e raccogliere telemetria per addestrare i suoi modelli; dall’altra c’è OpenAI, che vuole trasformare il browser in un assistente onnisciente che intermedia ogni nostra interazione con la realtà digitale, accentrando una quantità di dati personali che farebbe impallidire il GDPR.

L’ironia di questa battaglia è che l’utente è convinto di scegliere il “migliore” strumento tecnologico, mentre in realtà sta solo scegliendo a quale titolare del trattamento regalare la propria vita digitale.

Le flag nascoste in Edge non sono un errore o un test casuale: sono la dimostrazione che per le Big Tech, il vostro computer non è davvero vostro. È solo un terminale di accesso ai loro servizi, e loro si riservano il diritto di decidere quale porta potete aprire.

Mentre Microsoft si prepara a blindare Windows per “proteggerci” da Atlas, e OpenAI promette di liberarci dalla fatica di cliccare, nessuno sembra chiedersi se vogliamo davvero un web dove l’unica scelta rimasta è tra essere spiati da un motore di ricerca o essere guidati al guinzaglio da un’intelligenza artificiale.

Chi ci guadagna davvero da questa nuova guerra dei browser?

Spoiler: non siete voi.

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