Sovranità digitale europea: il caso Qwant-Microsoft e le illusioni di controllo

Sovranità digitale europea: il caso Qwant-Microsoft e le illusioni di controllo

La decisione dell’antitrust francese sul caso Qwant-Microsoft solleva dubbi sulla reale indipendenza digitale europea e sulla protezione della privacy dei cittadini.

C’è una certa, amara ironia nel guardare il sogno della “sovranità digitale” europea infrangersi non contro un muro di fuoco, ma contro una decisione burocratica di poche pagine. Siamo a fine 2025 e la favola di un’Europa capace di camminare con le proprie gambe nel web sembra sempre più una storia della buonanotte per funzionari di Bruxelles, piuttosto che una realtà tecnica.

Il caso che ha tenuto banco nelle ultime settimane in Francia – il braccio di ferro tra il motore di ricerca “privacy-first” Qwant e il colosso Microsoft – si è concluso con un nulla di fatto che dovrebbe preoccupare chiunque abbia a cuore la diversità dell’ecosistema informativo.

Per chi si fosse perso le puntate precedenti: Qwant, il paladino francese della ricerca senza tracciamento, aveva accusato Microsoft di abuso di posizione dominante. La tesi? Microsoft, che fornisce a Qwant l’infrastruttura di base (i risultati di ricerca grezzi e gli annunci pubblicitari), avrebbe approfittato di questa dipendenza per imporre clausole capestro e favorire i propri servizi.

Una classica storia di Davide contro Golia, se non fosse per un dettaglio imbarazzante: in questo caso, Davide affitta la fionda direttamente da Golia.

E Golia, a quanto pare, ha appena vinto il diritto di decidere quanto tendere l’elastico.

La decisione dell’Autorité de la concurrence, l’antitrust francese, è arrivata come una doccia gelata per chi sperava in un intervento muscolare. L’autorità ha stabilito che non ci sono prove sufficienti per sostenere che le pratiche di Redmond costituiscano un abuso grave e immediato. Ma scavando sotto la superficie del legalese, emerge un quadro inquietante su chi comanda davvero internet e su quanto siano fragili le nostre pretese di privacy quando l’infrastruttura non ci appartiene.

L’illusione dell’indipendenza tecnica

Per capire la gravità della situazione, bisogna smettere di guardare le interfacce colorate dei siti web e scendere in sala macchine. Qwant si vende – legittimamente, per certi versi – come l’alternativa etica a Google. Niente profilazione, niente cronologia venduta al miglior offerente. Tutto molto bello, in linea con il GDPR e con le aspirazioni di privacy dei cittadini europei.

Ma costruire un indice del web costa miliardi. Indicizzare tutto internet richiede data center grandi quanto stadi di calcio. Qwant, come la maggior parte dei motori “alternativi” (incluso DuckDuckGo ed Ecosia), non fa tutto da solo.

Si appoggia a Bing. Microsoft fornisce l’API, ovvero il “tubo” da cui escono i risultati e, soprattutto, la pubblicità contestuale che permette a Qwant di pagare gli stipendi. È qui che il modello di business scricchiola. Qwant ha denunciato che la sua dipendenza tecnica e commerciale da Bing si è trasformata in una trappola, sostenendo che Microsoft avrebbe degradato la qualità dei risultati forniti ai partner e imposto condizioni economiche che rendono impossibile competere.

Immaginate di aprire una pizzeria che promette la pizza più sana della città, ma di essere costretti a comprare l’impasto e il forno dalla pizzeria concorrente di fronte, che guarda caso è una multinazionale. Se il vostro concorrente decide di alzarvi il prezzo della farina o di darvi un forno che scalda meno, la vostra “pizza sovrana” brucia. Qwant ha cercato di spiegare questo concetto all’antitrust, chiedendo misure cautelari urgenti.

La risposta? Un’alzata di spalle normativa che lascia il mercato esattamente com’era: in mano agli americani.

Il verdetto e il sorriso di Redmond

La decisione del regolatore francese è stata netta, quasi brutale nella sua freddezza amministrativa. Nonostante le accuse di Qwant riguardanti l’esclusività e i limiti allo sviluppo della propria intelligenza artificiale, l’Autorité ha ritenuto che il dossier non fosse abbastanza solido. Non è bastato gridare al “gatekeeper”.

In una mossa che definire prevedibile è un eufemismo, Microsoft ha accolto la notizia con quel tono paternalistico tipico delle Big Tech che sanno di averla scampata bella. Un portavoce dell’azienda ha rilasciato una dichiarazione che sembra generata da un’AI addestrata a non dire assolutamente nulla pur dicendo tutto:

Concordiamo con la decisione e restiamo impegnati a fornire servizi di ricerca di alta qualità e a promuovere l’innovazione per i consumatori e i partner in Francia e in tutta Europa.

— Portavoce Microsoft

Traduzione: “Il banco vince sempre”.

Notate l’uso della parola “partner”. Nel vocabolario della Silicon Valley, “partner” è spesso un sinonimo gentile per “cliente che non ha alternative”. La realtà è che il garante francese ha respinto il reclamo nel merito per mancanza di prove sufficienti, rifiutando di conseguenza qualsiasi misura d’urgenza.

Questo passaggio è cruciale. Non significa che Microsoft sia “innocente” in senso morale o che il problema della dipendenza non esista. Significa che, secondo le rigide regole della concorrenza francese, Qwant non è riuscita a dimostrare che le azioni di Microsoft fossero così dannose da richiedere un intervento immediato dello Stato.

È la differenza tra sapere che il gioco è truccato e riuscire a provare che il mazziere ha un asso nella manica proprio in quel momento.

Ma c’è un altro livello di lettura, ancora più cinico. In un mercato della ricerca dominato al 90% da Google, le autorità antitrust tendono a guardare Microsoft (con il suo piccolo Bing) quasi con benevolenza, come se fosse il “male minore”. Poco importa se Microsoft è una delle aziende più capitalizzate del pianeta e sta divorando il mercato dell’AI; nel ristretto recinto della “search”, viene trattata come un attore secondario. Un errore di valutazione che potremmo pagare caro nel prossimo decennio.

Privacy, AI e i soldi veri

Qui arriviamo al nodo che dovrebbe interessare noi utenti, al di là delle battaglie legali tra aziende milionarie. Se Qwant non può sviluppare la propria tecnologia perché strangolata dalle condizioni di Microsoft, che fine fa la promessa di un’AI europea rispettosa della privacy?

Qwant sosteneva che le limitazioni imposte da Microsoft impedivano di fatto lo sviluppo di strumenti di intelligenza artificiale proprietari. E sappiamo tutti che l’AI è la nuova frontiera della raccolta dati. Se l’unica AI disponibile è quella addestrata sui server di OpenAI (leggi: Microsoft) o Google, la “privacy by design” diventa uno slogan vuoto.

Il problema è strutturale. Il Digital Markets Act (DMA) europeo doveva servire proprio a questo: impedire ai “gatekeeper” di usare la loro posizione per schiacciare i concorrenti o favorire i propri servizi. Eppure, in questo caso specifico, il meccanismo si è inceppato.

L’autorità francese ha liquidato le accuse di abuso di dipendenza economica, lasciando Qwant con un pugno di mosche e l’intenzione, forse velleitaria, di fare ricorso.

Chi ci guadagna davvero? Ovviamente Microsoft, che mantiene il controllo sull’infrastruttura critica. Ma in un certo senso, ci guadagna anche lo status quo politico. Ammettere che la “sovranità digitale” europea è impossibile senza un massiccio intervento statale o investimenti pubblici comparabili a quelli USA sarebbe una sconfitta politica. È molto più comodo fingere che il mercato possa autoregolarsi, anche quando il mercato è un monopolio naturale mascherato da competizione.

Resta da chiedersi: quanto vale la nostra privacy se per “proteggerla” dobbiamo affidarci a intermediari che, alla fine della fiera, devono chiedere il permesso a Seattle per esistere? La decisione francese non chiude la questione, la nasconde solo sotto il tappeto.

E sotto quel tappeto, i cavi transoceanici continuano a pulsare dati verso ovest, indifferenti alle nostre leggi e alle nostre illusioni di controllo.

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